Caffè Letterario, Marco Cavaliere, Recensioni, Romanzi

IL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO, MARCO CAVALIERE E «LA STORIA DI MAGGESE» (relazione del XVII incontro del Caffè Letterario di Zurigo, 5 novembre 2021, a cura di Vittorio Panicara).

Se un circolo di lettori scopre tra i suoi membri uno scrittore giovane e bravo, non può che gioirne e organizzare una serata tutta per lui. È il caso del Caffè Letterario di Zurigo e di Marco Cavaliere, il quale ha già pubblicato alcune opere, tra cui “Novecentotrentadue” e “Chi ci capisce è bravo”, in collaborazione con Antonio Saffioti. L’ultimo romanzo è «La storia di Maggese”, Linkedizioni 2017, di cui abbiamo parlato il 5 novembre scorso al Punto de Encuentro di Zurigo. Nato in Calabria nel 1990, prima di approdare in Svizzera Marco ha viaggiato molto in Europa, conoscendo così molti modi di vivere, di pensare e di provare sentimenti, e coltivando il suo interesse per l’arte, per le lettere e per la vita in tutte le sue sfaccettature.

L’incontro, intenso e prolungato, ha avuto una riuscita ottimale per un gruppo, quello del Caffè Letterario di Zurigo, che nell’incontro in presenza e nella letteratura ritrova la forza di reagire alle costrizioni della pandemia. Il romanzo è stato dapprima presentato brevemente, poi commentato dallo stesso autore, che ha risposto anche a una fitta serie di domande.

L’autore con due membri del team

«La storia di Maggese» è un testo narrativo atipico, non un romanzo nel senso tradizionale del termine. Consta di diciannove racconti brevi (con l’aggiunta di un Epilogo), in cui si ripetono gli stessi personaggi in scene diverse disposte in ordine cronologico, con tanto di data e indicazione dei protagonisti; non manca, alla fine del libro, il loro elenco (addirittura 38) con i nomi degli episodi in cui compaiono. Rafael Guaret, per esempio (molto vicino psicologicamente all’autore per sua stessa ammissione), è presente in sette vicende, Ruben Lori in sei, Felicity Fallow (a lei è ispirata l’immagine femminile della copertina) in ben nove. Ancora più notevole è il cambiamento di io narrante a ogni scena, un io che è sempre uno dei protagonisti; di ciò risentono sia la prospettiva da cui la storia viene inquadrata, sia la connotazione della narrazione e l’emotività che da essa traspare. Ma questo intreccio, che potrebbe anche ostacolare la lettura, in realtà la favorisce, grazie alla trama unitaria che si snoda mediante la successione di eventi sempre collegati fra loro, in una coerenza che non viene mai meno e che fa in modo che il lettore possa ritrovarsi. Ma ciò che dona unitarietà alla narrazione è soprattutto il luogo che “ospita” le storie dei personaggi, Maggese: una cittadina sul mare, un porto, una collina sormontata da un prato, una piazza ovale… (dalla terza di copertina). E non si dimentichi l’esattezza della scansione temporale, sicché la vita di Maggese si sviluppa nel tempo, dal 1958 al 2014, secondo una linea fatta di momenti, in una scansione voluta dall’autore, che evidentemente fa sistematicamente ricorso all’ellissi narrativa. In questi silenzi si nasconde un significato riposto, eco della narrazione precedente e anticipazione di quella futura, o per lo meno questo sarebbe l’effetto se, invece di leggere, ascoltassimo le parole dell’autore. Ma Maggese non solo non esiste nella realtà, ma è un luogo ideale, senza riferimenti precisi di tipo geografico o storico, teatro di vicende che toccano i temi più sentiti dall’autore in un ambito che è di tipo esistenziale, a volte intimistico. Non è la critica sociale che interessa a Marco Cavaliere, essendo la società essenzialmente la cornice delle storie, ma i rapporti fra i personaggi, i loro conflitti e la loro unione, l’incontro e lo scontro, il sentimento di solidarietà che li unisce nella battaglia della vita. Le domande che si affacciano nel racconto sono tante. Cosa vuol dire essere artisti o musicisti? Com’è possibile esprimere un sentimento d’amore a parole? Fino a che punto le parole rimangono in noi e negli altri? Gli uomini fondamentalmente nascono in gabbia, ma, ammesso che la libertà sia davvero un bene imprescindibile, riusciranno mai ad essere liberi? È proprio necessario il dolore nella vita? Esiste davvero il tempo oggettivo segnato dagli orologi e dalle sveglie? Perché gli uomini temono la morte? Che senso ha mentire? Non si smette mai di morire: può salvarci Dio? «La storia di Maggese», così pervasa di grandi temi e di quesiti filosofici, non è comunque un romanzo a tesi, ma uno spaccato di vita che vuole coinvolgere il lettore nel “non luogo” di una città di mare che non esiste, in una dimensione temporale fatta di momenti e non di continuità, nel commento continuo dei protagonisti e non da un narratore onnisciente a cui l’autore ha consapevolmente rinunciato.

Ma è la scelta stilistica di Cavaliere a dare unità alla narrazione, ad avvicinare il narrato al lettore, facendolo immedesimare nei rovelli dei personaggi, in un mare di emozioni e riflessioni che possono assumere anche il tono della poesia. L’autore sa “dosare” il registro linguistico a seconda della voce narrante di turno e delle circostanze del momento narrativo, adoperando talvolta un vivace discorso diretto, che esalta la vivezza del parlato, o commentando con riflessioni che appartengono, sì, alla “voce” del momento, ma che spesso esprimono i dubbi o le certezze dell’autore. La narrazione rimane fluida anche in questi momenti, grazie a uno stile semplice che, rendendo comprensibili anche le problematiche più ostiche, aiuta la lettura di una narrazione, come si è detto, abbastanza frammentata. Non mancano, in aggiunta, i momenti ironici, umoristici, e i paradossi, resi con una leggerezza che sarebbe piaciuta a Calvino. Originale, inoltre, il rilievo dato alle enunciazioni più ardite con l’a capo a metà riga. Le seguenti citazioni possono dare un’idea di questo stile e, al tempo stesso, suggerire qualche risposta alle domande di cui sopra:

Il silenzio non è come una parola. Una parola puoi sentirla iniziare, puoi sentirla finire, fai partire un orologio nel mezzo ed è fatta. Ma coi silenzi no. Un silenzio è nient’altro che un’assenza. Del silenzio te ne accorgi solo perché una parola è finita e quella dopo non è ancora iniziata. («Precisione»)

Il problema di noi esseri umani è che,

fondamentalmente, nasciamo in gabbia.

[…] La libertà dovrebbe essere qualcosa di imprescindibile, sempre. Sempre ed a ogni costo, tanto fondamentale da non poter in alcun modo levarla a nessuno, tranne in casi estremi. («Libertà»)

Tutto sommato il tempo non esiste, è soltanto una dimensione dell’anima. Così i ricordi, molto spesso. Ma non quello che scriviamo, le parole scritte sono prove. Per quanto un ricordo sia immateriale, una parola scritta è la prova che quel ricordo sia esistito. E per quanta fantasia possiamo avere, un ricordo basato su una parola non può mai essere completamente inventato. («Amicizia»)

…perché abbiamo così tanta paura della morte? […] L’uomo ha paura delle cose che non può vedere o di quelle che, un giorno, dovrà smettere di ignorare. I bambini hanno paura di perdere chi amano, gli adolescenti hanno paura dell’amore, gli adulti hanno paura della morte.  Fino al giorno in cui quelle paure vanno affrontate e si capisce che il senso della vita, inevitabilmente, si nasconde tutto lì. L’uomo non ha paura di morire, ha soltanto paura di scoprire il motivo per cui è venuto al mondo. («Fiducia»)

Non riesco a smettere di morire.

Non riesco a smettere di morire.

Non riesco a smettere di morire.

[…] E il problema della morte, quando ti si attacca addosso, è che ti tiene in vita finché vuole lei («Messa»)

Da questi brani piuttosto brevi, scritti in un italiano fatto di frasi corte e di vocaboli comuni, emergono messaggi trasversali a tutto il testo, tessuto connettivo di un sentire e di un pensare che sono, appunto, di Marco Cavaliere.

Durante l’incontro, alle tante domande dei presenti, l’autore ha risposto in modo esauriente, dialogando con loro in modo affabile e vivace. Ha spiegato il modo in cui è arrivato alla scelta dei titoli degli episodi e come ha scelto le voci lessicali più adatte; il nome del paese, per esempio, tende a dare l’idea della fertilità. Nella Prefazione Valeria Folino afferma che la vita a Maggese è il tempo, ma lo stesso autore l’ha sconfessata, dichiarando che i personaggi non “nascono” affatto dallo scandire del tempo, ma dalle tensioni della vita, dalla coscienza delle sue contraddizioni, in un certo modo dalle loro stesse vite, che riflettono il modo dell’autore di vedere i problemi della condizione umana. La cronologia degli episodi non esprime infatti la cifra della sua ispirazione, ma è solo la “struttura esterna” di una narrazione che vuole proporre nella loro autenticità valori come l’amicizia, la solidarietà e l’amore. Marco Cavaliere, scrittore lontano dalla grande editoria, non vuole soltanto raccontare “storie”, ma intende mostrare il risultato della sua ricerca di senso a coloro che condividono le sue stesse domande, lettori che possono non coincidere con il grande pubblico.

Marco Cavaliere

Il testo, scaturito da una lunga gestazione (la prima stesura è del 2010 e ha subito poche modifiche), si propone sostanzialmente di combattere la banalità della vita e lo fa con diversi mezzi. Innanzitutto, come si è visto, rinunciando alle strutture tradizionali della narrativa, poi scegliendo problemi complessi (per esempio, come nell’ultima scena, il tema dell’ateismo e della fede in Dio) a cui rispondere con le armi dell’impegno etico e della semplicità espressiva. Ma veramente importanti sono la creatività e la ciclicità data dalla mancanza di un finale per tutte le storie narrate (Questo è un libro che non finisce, dall’Epilogo dello stesso Marco Cavaliere). In altre parole, il soggetto del libro è un ciclo di vite vissute intrecciate fra loro e viste in un tratto di percorso che ha avuto un inizio e una fine che non conosciamo, perché non occorre conoscerli. L’esemplarità della narrazione è data proprio dal rifiuto di una temporalità lineare, nonostante l’insistenza sulle date dei singoli episodi: nei luoghi del cuore, dichiara l’autore, si entra una sola volta per non uscirne mai più. Ricordando l’episodio di Miss Marianne («Eleganza»), che balla con il vento sulle orme di una felicità sfumata, l’autore afferma che l’importante è danzare come più si è capaci. Il lettore ha danzato con lui fino all’Epilogo, condividendo le sue emozioni. Ovviamente in un luogo chiamato Maggese. Del resto, senza emozioni il tempo è solo un orologio che fa tic tac.

LINK UTILI

https://www.linkedizioni.com/marco-cavaliere

http://marcocavaliere.it/

1 pensiero su “IL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO, MARCO CAVALIERE E «LA STORIA DI MAGGESE» (relazione del XVII incontro del Caffè Letterario di Zurigo, 5 novembre 2021, a cura di Vittorio Panicara).”

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