lettura, Marcel Proust

Proust ritrovato: a ciascuno il suo

Ricorre oggi l’anniversario della morte di Marcel Proust, spirato a Parigi il 18 novembre 1922.
Per celebrare questo centenario proustiano, abbiamo organizzato, come molti di voi sanno, un gruppo di lettura (Proust ritrovato), che, iniziato a febbraio, si è posto come obiettivo quello di leggere tutto Alla ricerca del tempo perduto, alla cui stesura Proust si è dedicato fino all’ultimo giorno di vita (le ultime tre parti vedranno del resto la luce solo dopo la sua scomparsa). Contrariamente a quanto siamo soliti fare nelle dirette, durante le quali ci concentriamo sul testo, seguono qui quattro riflessioni (una per ciascun membro della nostra squadra) tutte personali, dedicate a ciò che Proust e la sua opera hanno significato per noi in qualità di lettori e lettrici.

La storia tra me e Proust non è stata quella di un colpo di fulmine, quanto piuttosto di una conoscenza ponderata, trasformatasi col tempo in profonda e sentita ammirazione. Il primo incontro, a 16 anni, andò piuttosto male, complice un’edizione della Ricerca poco maneggevole e ancor meno leggibile. A 18 anni portai a termine la mia prima lettura, grazie all’edizione suddivisa in volumi, che tanto spesso mi avete vista maneggiare in post e dirette. Ero una persona diversa da quella che sono ora, e diversa è stata del resto l’esperienza con cui mi sono approcciata alla prima rilettura, ora a 28 anni, per questo GdL. Proust è un classico, inutile dirlo: suscita reverenzialità e timore. Ma una volta che ci si immerge nella lettura, e si accetta il suo modo di raccontare, il suo modo di sentire, il suo modo di guardare all’interno e all’esterno dell’uomo: ecco, è allora che accade la magia. Grazie ad essa, possiamo attraversare un romanzo poliedrico che tratta di amore, avventura, formazione, e società, guidati da una voce narrante lucida e al contempo generosa. Generosa nel suo rivelare al lettore ogni piega della psicologia e del sentire, non solo dei personaggi, ma anche della proiezione di se stesso che è il protagonaista Marcel (così come chiamato da Albertine per sole due volte in tutta l’opera). Non so se la colpa (o il merito, chi può dirlo?) sia di questo autore, ma sta di fatto che, ad oggi, l’analisi psicologica è rimasta per me una caratteristica essenziale di qualsiasi opera letteraria degna di questo nome: non c’è capolavoro, a mio avviso, che possa esimersi dal narrarmi le passioni, i dubbi e le paure dei personaggi che lo compongono, e come esse si evolvono, scoppiano, interagiscono. Ed è questo che regala prima di tutto la Ricerca: un arcobaleno in cui indagare la diversità umana in ogni suo aspetto, sia esso sessuale, psicologico, o sociale. E nessuno sa farlo meglio di Proust, e ciò ha un evidente riflesso sulla stessa esperienza di lettura. Mai come per la sua opera è azzeccato il suo tanto citato motto «ogni lettore, quando legge, legge se stesso», perché, in effetti, qualsiasi lettore può trovare qualcosa di sé, o di ciò che lo angoscia o lo muove, nelle inquietudini di uno dei personaggi di Proust. E allora come dimenticare l’orgoglio di Charlus, l’astuta eleganza di Odette, i giocosi capricci di Albertine, il possessivo tormento di Swann, che poi è quello dello stesso narratore? Ecco, di questo ti sono grata, mio caro Marcel Proust: di aver creato un mondo fatto di sentimenti, imperfetto, talvolta disturbante, ma per questo coraggiosamente reale!

Federica Breimaier


Posso sintetizzare il mio rapporto con Proust come la transizione da un pregiudizio all’altro. Il primo incontro con lui lo ebbi dal ritratto di Blanche, che, con quegli occhi languidi e imbambolati, il baffetto appena pronunciato e l’ortensia all’occhiello, mi rinforzò nel sospetto che si trattasse solo di uno snob ricco e raccomandato. 
Quando, superando ogni resistenza, mi decisi ad affrontare la Recherche, man mano che le riserve cadevano, al timore per le dimensioni subentrò presto una sorta di rispetto verso un autore chiamato a dominare una mole così imponente. Ma se anche trovavo “rallentanti” le pur sempre acute divagazioni e contorsioni linguistiche, avevo intanto morso all’esca di una qualità letteraria fuori del comune. Finché, giunto alla fine, mi resi conto che non solo si trattava di una cattedrale, ma che tra l’incipit e l’exit si stendeva il rigore di un immenso progetto in cui tout se tient. 
Il fascino di Proust crebbe poi ulteriormente quando, vent’anni fa, misi io stesso mano al mio ciclo storico Il Declino degli dèi, di cui la Recherche costituiva uno dei modelli compositivi, sia per la distribuzione in più tomi che per la fitta tessitura di quei leitmotiven che già mi erano familiari per lunga frequentazione di Wagner, e che trovavano in lui, insieme a Thomas Mann, la più intelligente applicazione letteraria.
Una volta compresa la solidità dell’architettura, le letture successive mi hanno consentito di gustare meglio gli affondi più apparentemente “depistanti” di introspezione e riflessione, che sospendono il filo della narrazione senza però mai smarrirlo. Così che, una volta intese le sue modalità compositive e la sua poetica, è possibile antologizzare Proust in tante pagine di altissima qualità, spesso veri e propri saggi, ma anche vertiginosi aforismi, che lo apparentano ai grandi moralisti francesi. Con l’occasione che si è presentata in quest’anno del centenario di omaggiarlo per “Proust ritrovato” con una lettura integrale della Recherche, ho infine avuto modo di costatare quanto, col “tempo”, al pregiudizio giovanile un altro e ben più granitico se n’è sostituito, che me lo fa considerare un monumento da cui nessun grande lettore dovrebbe prescindere: perché quel capolavoro, tanto citato e temuto, costituisce davvero un’esperienza indimenticabile, che ripaga abbondantemente dello sforzo che esige. 

Gerardo Passannante


Leggere Proust ha contribuito ad allenare la mia pazienza e ad avere un’altra confidenza con i libri. Innanzi tutto, perché non si può avere fretta. Proust impone di seguire il suo ritmo, il suo tempo ancora prima di ritrovarlo. Le sue pagine educano a rispettare il suo corso, a volte lento, dilatato, un pozzo che raccoglie tutto l’universo e ne fa materia narrativa. Il lettore si ritrova a vivere la dimensione del narratore stando al suo passo, senza poter accelerare, senza poter rallentare. Il tempo del racconto si identifica totalmente con quello della memoria individuale e così gli ambienti e i personaggi sono sempre proiezioni di sentimenti interiori.
Il racconto, in tal modo ritmato, permette a chi lo legge di penetrare le parole con cui viene espresso. Sono parole che pur descrivendo, si fanno portavoce di un sottosuolo psicologico molto profondo che finisce con l’essere il vero protagonista dei sette volumi della Recherche. E il ricordo, che ad esso è connesso, si svolge secondo movimenti involontari seguendo le improvvise “intermittenze del cuore” del soggetto che narra. Questo non si traduce in una resa all’irrazionalità, ma in una scoperta di una dimensione nuova della soggettività in cui il fluire della memoria ondeggia in periodi lunghi e complessi che ne mimano il letto fluttuare ma anche lo controllano. Cogliere il senso di quest’opera vuol dire aver fatto un lavoro di scavo non solo nel vissuto del narratore ma anche nel proprio. Significa essersi allenati nella palestra della letteratura in modo così profondo da aver mutato anche il modo di leggere un qualsiasi altro libro.
Anche per questo è significativo leggere Proust. Dopo la sua lettura, potrebbero cambiare pure i criteri di cosa si cerca in un testo e come si può leggere un testo, entrando in intimità con esso.

Maresa Schembri


Forse è esagerato affermare, come ha scritto Francesco Orlando, che Uno che ha letto Proust per intero, entra come a fare parte di una categoria di persone specialmente mature e consapevoli, di una corporazione privilegiata («Spunti introduttivi per la lettura della Recherche di Proust», 1999), anche perché così ci renderemmo colpevoli di un vizio che Proust ha illustrato e stigmatizzato meglio di chiunque altro: lo snobismo. Ma la Recherche è un’ “Opera-Mondo”, e in effetti non possiamo ignorare che la sua complessità e i suoi significati universali emergono soprattutto considerando nel suo insieme l’intero ciclo, dall’emersione del mondo di Combray dai fluidi viluppi della memoria involontaria, allo spettrale ricevimento, nel «Tempo ritrovato», in cui il Narratore ritrova tanti personaggi del “grande romanzo”, tutti importanti, tutti invecchiati. Per quanto mi riguarda, è grazie a questo settimo e ultimo volume che mi è stato possibile cogliere la saldatura finale tra un protagonista che ci ha raccontato la sua vita e ha rinviato fino alla fine la stesura della sua opera letteraria, e l’altro Narratore, che in quanto espressione dell’autore termina in quel momento la sua ultima pagina (quella del libro che materialmente abbiamo in mano). Inoltre, rileggere tutta la Recherche consente di cogliere tante corrispondenze interne che nella prima lettura erano sfuggite, relazioni di senso tra episodi lontani fra loro che gettano luce sul carattere dei personaggi e sul loro ruolo. Analogamente, le frequenti massime filosofiche, già rilevate in prima lettura, acquistano significato se meglio contestualizzate. E si apprezza maggiormente la capacità di Proust di eccellere in tutti i registri e in ogni genere letterario, dalle descrizioni alle digressioni, dal lirismo di certi passaggi al mimetismo più nascosto dei pastiche. Non è stato difficile così abituarsi ai suoi lunghissimi periodi, pieni di pause, incisi, ipotesi e suggestioni che ci coinvolgono e ci inducono alla riflessione più profonda. Altro che noia! Infine, rileggere tutta l’opera con l’occhio attento anche alle vicende personali dell’autore permette di riconoscere l’autobiografismo di un testo che conserva tutta intera, in ogni caso, la sua autonomia e le sue caratteristiche peculiari. Dunque, non confonderemo tra loro l’opera e la vita, come ci ha insegnato a fare lo stesso autore nel Contre Sainte-Beuve, anche se non dimenticheremo l’umanità di un testo che ha costituito l’esito di un’intera esistenza, quella dell’uomo Proust.  

Vittorio Panicara

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