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Un’occasione mancata: Spatriati di Mario Desiati

di Gerardo Passannante

Mi chiedo spesso, quando mi accingo a recensire un libro, se il suo titolo sia anticipazione di quanto sto per leggere o strizzi solo l’occhio al lettore, promettendo più di quanto poi non mantenga. Così mi era capitato con Il colibrì di Veronesi (recensito in Un titolo promettente: “Il colibrì” di Sandro Veronesi (Recensione di G. Passannante)), e lo stesso mi accade ora con Spatriati di Desiati. Beninteso i due romanzi non hanno nulla in comune, oltre al fatto di avere entrambi strappato il premio più ambito e meno qualificato d’Italia, e che la loro vittoria fosse già largamente prevista dalla palla di vetro dei giochi editoriali.

     Il titolo, che con suggestivo prestito dialettale si riferisce a chi espatria, passa per estensione a indicare chi non trova collocazione adeguata nel tempo e nello spazio, o ancora uno sradicato dalla “norma”. Questa pluralità di significati, che oscilla dal fenomeno migratorio al disagio esistenziale dello Straniero camusiano, offrirebbe materia per una ricca e complessa trama. Ma non è quanto avviene nel libro di Desiati. 

Benché tentato dall’ambizione generazionale, il romanzo, in prima persona, si concentra sulle vicende di Francesco e Claudia, che, malgrado la relazione semiclandestina tra il padre di lei e la madre di lui, intrecciano uno stretto legame favorito dalla curiosità per i libri e per ogni aspetto della sessualità. Lei, estroversa e intraprendente, narra a Francesco le sue peripezie con uomini attempati; mentre lui, introverso e insicuro, le rivela il bacio dato in chiesa a un mezzo sagrestano. Già per questo ci vengono presentati come “irregolari”, percorsi dall’idea romantica di un altrove in cui trovare collocazione. Solo che mentre Francesco continua a martoriare la sua latente omosessualità in una distratta pratica religiosa, Claudia sfida gli ostacoli della cultura patriarcale, e dopo un’erranza tra varie città sbarca infine a Berlino. Ora sì che è una spatriata in tutti sensi: ma spatriato è anche lui, che nell’ambiente asfittico della provincia è vittima dei pregiudizi: finché, in seguito alla minaccia di un boss locale, la raggiunge nella capitale della trasgressione. Dove, lontano dalle radici, è finalmente pronto anche lui ad assecondare la sua autentica inclinazione, e ad aprirsi ad avventure insolite, culminate nella relazione con un georgiano; mentre Claudia dà vita con un’amica e sua figlia a un eterogeneo ménage, in alternativa alla famiglia tradizionale.

E di diversità, in Spatriati, c’è invero tutto un catalogo: che va dallo scambio omosessuale con un extracomunitario alla cura per una bambina di padre ignoto; dal lesbismo alle variabili di promiscue “perversioni”. Ma forse appunto ce n’è un po’ troppo: al punto che proprio per questo il libro tradisce l’intento programmatico, che, senza scavare in quei formidabili universi, semplicemente li accozza: così che, nell’assistere alle loro prestazioni, ben poco sappiamo della psicologia dei personaggi, dei conflitti e delle spinte interiori. E se la loro devianza non fa una piega sul piano dei diritti civili, fa però storcere il naso la pochezza di un romanzo il cui unico pregio sta nel suo assunto. 

Beninteso, in un tempo in cui l’oscurantismo ha prepotentemente rialzato la testa, ben venga un libro che si propone di sollevare tematiche scomode. Solo che l’autore sviluppa la materia in maniera comodamente banale. Per accentuare il loro “sgarro”, attribuisce ai protagonisti un ovvio contesto di provenienza claustrofobico, a cui reagiscono però con un’inquietudine atteggiata ma non sofferta. E poiché all’autore interessa più l’accoglienza del proclama che lo scavo nella psiche, con una storia “fuori dalle righe” ammicca ai falsi illuminati che si rifanno il look col maledettismo, snocciolando un intreccio costruito a tavolino.

Se l’ambizione di Desiati era quella di narrare una vicenda esemplare per mettere al centro del dibattito il multiforme universo LGTBQ+, non mi pare pertanto che con Spatriati ci sia riuscito. E non c’è riuscito perché per trasmettere il suo importante messaggio, si è affidato a un romanzo, dove sarebbe stato più indicato un pamphlet. Solo che un romanzo, benché farcito di dialoghi come comanda il decalogo della leggibilità, per essere degno reclama altri e più fondamentali requisiti. Il lettore del libro di Desiati, invece, non riesce ad empatizzare con personaggi esangui e di poco spessore, che, se nelle mosse estreme e spesso gratuite denunciano il disagio, lo fanno senza fibrillazione emotiva, proprio perché ridotti a megafono di una tesi.

Non bastano del resto i colpi bassi delle scene ad effetto per travolgerci, senza il sortilegio di una scrittura trainante. Invece in tutto il libro non c’è una sola pagina che persuada ad  empatizzare con personaggi che Desiati, inteso a rendere “in” la vicenda, ha dipinto come manichini ideologici. Così che il tentativo di dar voce ad un’urgenza collettiva si infrange contro il piattume stilistico della narrazione autoreferenziale. Difetto questo comune, peraltro, a tutta una tendenza microautobiografica, per cui lo scrittore, nell’incapacità di staccare lo sguardo dal proprio ombelico, spaccia banali traversie per esemplari odissee. 

Né vanno taciuti, altro vezzo odierno, i nefasti della punteggiatura, il cui uso random si vorrebbe disinvolto e moderno, mentre genera solo parapiglia. Si aggiunga ancora l’imperversare di quel delicato accorgimento con cui l’autore tutela il suo acquirente (mai sia!) dall’indugio su una frase complessa: dimenticando che, se la scrittura è specchio del pensiero, l’eccesso di paratassi tradisce un lamentevole smozzicamento di idee. Ma se la vicenda è cool, e se il parlato aderisce alla realtà, in osservanza a una becera formula di realismo, si capisce la pigrizia di locuzioni non dissimili dalla vulgata dei social. Né migliora la cosa, nel libro di Desiati, quel guizzo di incongruo lirismo a cui talvolta indulge: e che vorrebbe suggerire chissà quale preziosismo del sentire, mentre consegue solo l’effetto di appannare il pur elementare dettato narrativo sotto una patina di fuffa baricchiana. 

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