Brönte (recensioni), Caffè Letterario, Charlotte Brönte, Recensioni

A VILLETTE, DA CHARLOTTE BRONTË (ventesimo incontro del Caffè Letterario del 16 settembre 2022: relazione di Vittorio Panicara).

Pubblicato nel 1853, due anni prima della sua morte, l’ultimo romanzo di Charlotte Brontë, «Villette», ci racconta le vicende di Lucy Snowe, una moderna antieroina capace di affrontare le durezze della vita attraverso un processo di maturazione lento quanto sicuro. Riuscirà a superare molte prove, come quella di ambientarsi in un’immaginaria città cosmopolita del regno di Labassecour (il modello è Bruxelles), o di adattarsi a un nuovo lavoro, quello di insegnante in un collegio femminile, e potrà farlo grazie alla sua forza interiore, ben celata dietro la sua timidezza e una certa ritrosia nei rapporti umani. La sua riservatezza, in realtà, si accompagna a una ferma determinazione, che le permette di raggiungere la sua indipendenza, una libertà spirituale che è il coronamento di un’esistenza travagliata; lei, orfana e indigente, è animata da un incrollabile amore per la vita, che la fa lottare contro ogni avversità. La protagonista non può contare su una bellezza fisica che non ha, né tanto meno su eventuali privilegi di nascita; non ha doti particolari, se si esclude, come detto, la sua forza d’animo e una saggezza che si forma a poco a poco, in ragione degli ostacoli superati, fin da quando abbandona i grigi sobborghi inglesi e si imbarca verso avventure e luoghi sconosciuti. Saprà insegnare in un collegio e farsi rispettare dalle giovani allieve, conquisterà la fiducia e la stima dell’autoritaria direttrice Madame Beck, entrando in confidenza con Paul Emanuel, un eccentrico e passionale professore (a un certo punto lui la chiamerà sorella, ma il loro sentimento si tramuterà in amore), e dominerà le proprie emozioni quando incontrerà John Bretton, suo affascinante amico d’infanzia. Ma nel finale Lucy ottiene un buon successo professionale e nutre la speranza che il suo amato Monsieur Emanuel torni da lei dopo un viaggio durato tre anni. Ma la protagonista nel suo animo non cerca a tutti i costi l’amore, non desidera sposarsi e sistemarsi come ogni ragazza dell’epoca, supera i dubbi e il suo spaesamento e prende le redini della propria vita: è “diversa” dalle protagoniste degli altri romanzi ottocenteschi, appunto un’antieroina. Vive lucidamente un’angoscia senza conforti, da donna solitaria e titanicamente combattiva. E in qualche modo vince la sua sfida con il destino, un intreccio di lotta e rassegnazione, di debolezza e di coraggio:

Prima di pronunciarti sulla sconsideratezza della mia condotta, lettore, guarda il punto da cui ero partita; considera il deserto che avevo lasciato, nota quanto poco fossi esposta al pericolo: il mio era un gioco in cui il giocatore non poteva perdere, e forse poteva vincere.
(Charlotte Brontë, Villette, traduzione di Marcella Hannan Pavolini, Newton Compton 2018).

Ma il romanzo non ci offre soltanto la maturazione di una donna, e sa descrivere in modo efficace anche la vita in un collegio femminile del XIX secolo grazie all’accurato studio psicologico dei personaggi. Si tratta di uno spaccato della società ottocentesca vivo e reale, in qualche modo premonitore delle poetiche realistiche di lì a venire.
La protagonista non nutre illusioni nei confronti del futuro, non trova in esse la volontà di andare avanti, ma è consapevole delle sfide proposte continuamente dall’esistenza:

Un’indifferenza dolorosa verso l’esistenza mi opprimeva spesso, una rassegnazione disperata di giungere presto al termine delle cose terrene. Ahimè! Quando ebbi tutto il tempo di considerare la vita così come la doveva considerare un essere nelle mie condizioni, non la trovai che un deserto senza speranza: sabbie giallastre, senza campi verdi, né palmizi, né un pozzo in vista. Le speranze che sono care alla gioventù, che la sostengono e la portano avanti, non le conoscevo e non osavo conoscerle.

In realtà la visione del mondo del romanzo non può non essere definita esistenziale, né fa difetto al romanzo una certa luce etica, ciò che ne fa davvero un testamento e una rivelazione (Antonella Anedda). Quando riflette sulla volontà divina, poco generosa con Lucy, l’io narrante dichiara che l’umiliazione della rassegnazione non è necessaria. E alla prova di una vita futura non può rinunciare:

Nel fuoco e nel sangue, se occorre, questa prova deve essere scritta. Nel fuoco e nel sangue ne ritroviamo il disegno, in tutta la sua natura. Nel fuoco e nel sangue essa attraversa la nostra esperienza. Sofferente, non svenire per il tenore di una testimonianza tanto bruciante. Stanco viandante, cingiti i lombi, guarda in alto, marcia in avanti! Pellegrini e fratelli nel lutto, unitevi in amichevole compagnia!

Nella stessa pagina Lucy Snowe ci invita ad attraversare il deserto di questo mondo con passo regolare e tenendo ben ferma la croce quale bandiera di tutti noi uomini. Si tratta di un appello universale. Nonostante le oscillazioni verso lo scetticismo e la tentazione dell’agnosticismo, Charlotte Brontë, figlia di un pastore anglicano, ci invita a cercare Dio mediante la forza interiore di chi sa che ci sarà il riscatto. O per lo meno ci invita a comportarci come se questa possibilità fosse reale…
Charlotte, la maggiore delle sorelle Brontë, conosceva bene le pene dell’esistenza: prima di scrivere «Villette», aveva perduto in soli otto mesi il fratello e le due sorelle, Emily e Anne. Morì prematuramente alla fine del 1855, fresca sposa del reverendo Arthur Nicholls, dal quale aspettava un figlio. Lucy Snowe è un personaggio autobiografico molto distante dall’istitutrice Jane Eyre, protagonista del primo celebre romanzo della Brontë. In Jane Eire (che non per niente Virginia Wolf riteneva inferiore a «Villette») la protagonista otterrà un adeguato risarcimento sociale e sentimentale sposando Rochester, mentre in «Villette» ci imbattiamo in un inaspettato finale aperto, non proprio consolatorio, senza un premio tangibile per la resilienza che Lucy ha mostrato in tutta la sua vita.
Charlotte Brontë, del resto, sa esprimersi in «Villette» nel modo più adatto alla materia narrativa, degna di un libro drammatico, angoscioso, tenero, lirico(Pietro Citati, «Corriere della Sera»), dalla regia sapiente dell’io che racconta e riflette, a una lingua che è ricercata, ma senza rischiare mai di essere affettata, all’andamento lineare dei capitoli, sempre unitari e coerenti tra loro.

I lettori del Caffè hanno in genere apprezzato il testo, anche se ad alcuni è risultato un po’ lungo, lento e dai toni cupi (a volte pare che Lucy desideri il suicidio); i giudizi, del resto, sono stati piuttosto diversi tra loro. Si è discusso il comportamento della protagonista: per alcuni coraggioso, intraprendente e responsabile; al contrario, passivo e inerte di fronte agli eventi della vita, ma favorito dalle circostanze (in effetti non mancano le coincidenze nel racconto), per altri; capace progressivamente di emanciparsi, per altri ancora, grazie alla maturazione del suo carattere, debole all’inizio, forte alla fine. Lucy, come tipo di personaggio, serio e a volte quasi triste, è antitetica a Ginevra Fanshawe, frivola e leggera, ed è questa caratteristica che le permette, con l’aiuto morale del professore, di evitare la disperazione più completa. Alcuni lettori del Caffè hanno sottolineato a questo proposito l’importanza della religione nel tessuto narrativo e il suo peso nel comportamento della protestante Lucy, inglese e puritana come l’autrice. La severità dei principi seguiti dalla protagonista si contrappone al lassismo cattolico e, in genere, alle istituzioni ecclesiastiche. Le consente, pur sentendosi a volte “vinta”, di apparire meno coinvolta negli avvenimenti sfortunati che caratterizzano la sua vita. Lucy, infatti, può sembrare fredda e distaccata e questo la contrappone alla protagonista, molto più estroversa, dell’altro grande romanzo dell’autrice, Jane Eyre (romanzo che, contrariamente a Villette, ha un lieto fine). Forse Lucy sa razionalizzare i propri difetti ed è così che riesce a spiegare i propri comportamenti, per esempio il fatto che non viola le regole, neanche se questo potrebbe permetterle di affermare se stessa (tra gli altri, nel caso del dott. John).
La tecnica narrativa dell’autrice, sebbene l’intreccio secondo alcuni non sia sempre chiaro o verosimile, ha ricevuto un gradimento diffuso: il filtro dell’io narrante, non solo testimone, ma protagonista della vicenda, ci introduce all’approfondimento psicologico dei personaggi – per esempio nel caso di Emanuel – e nei commenti che dalla dialettica fra sentimento e ragione lasciano scaturire un messaggio di verità, semplice ma sincero.

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1 pensiero su “A VILLETTE, DA CHARLOTTE BRONTË (ventesimo incontro del Caffè Letterario del 16 settembre 2022: relazione di Vittorio Panicara).”

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