Caffè Letterario, Fernando Pessoa, letteratura (citazioni), Letteratura portoghese, Pessoa (recensioni)

IL 18° CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO (11 febbraio 2022): FERNANDO PESSOA E «IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE» (recensione di Vittorio Panicara).

Se un libro si compone essenzialmente di frammenti, cioè di riflessioni raccolte in maniera disordinata e “aperta”, risulta difficile farne un riassunto o un commento. Parliamo de «Il libro dell’inquietudine» di Fernando Pessoa (Oscar Mondadori 2016, traduzione di Valeria Tocco). Quanto detto vale anche nel caso della traduzione di Antonio Tabucchi, che ha suddiviso la materia seguendo un ordine tematico (la traduzione di Valeria Tocco riporta invece questi piccoli testi secondo il loro ordine cronologico). Non è da escludere, in casi come questo, una maggiore difficoltà di lettura e la possibilità di farsi ugualmente un’idea del libro pur leggendo solo una parte di questi circa 450 pensieri. È ciò che è accaduto ad alcuni lettori del Caffè Letterario di Zurigo, riuniti come sempre al Punto de Encuentro di Zurigo. L’incontro si è svolto l’11 novembre scorso ed è stato un successo.

Tutti hanno riconosciuto nel testo un accorato libro di “confessioni”, un diario esistenziale che, giacché i problemi della condizione umana non variano nel tempo, può essere anche oggi un conforto per chi legge, anche se si tratta di una denuncia dell’infelicità umana apparentemente disperata.

Ma chi era Pessoa (Lisbona 1888-1935)? In estrema sintesi ce lo dice lui stesso:

Ecco le due cose che il Destino mi ha dato: dei libri contabili e il dono di sognare
(n.292, 1930? / traduzione di Valeria Tocco).

In questa opera postuma (venne pubblicata per la prima volta nel 1982) e incompiuta, scoperta insieme a numerosi scritti di ogni tipo (racconti, poesie, saggi ecc.) in un baule pieno di gente (Tabucchi), l’autore trascrive volta per volta pensieri, emozioni, fantasie e sogni: è il suo Grande Libro mai completato, un’autobiografia senza fatti, la rivelazione di un animo irrequieto, estremamente sensibile, profondo, melanconico ma anche ironico, a seconda dei casi. Oscuro impiegato di concetto, scrittore poco conosciuto, egli esprimeva in questi appunti, come nelle sue poesie, una fuga dal reale sincera quanto dolorosa, per immergersi nell’immaginazione:

questo episodio dell’immaginazione che chiamiamo realtà
(n.378, 1931?).

Ma Pessoa, scoperto tardivamente, riuscì con i suoi scritti a risollevare le sorti dell’intera cultura letteraria portoghese e a ricollegarsi all’avanguardia artistica europea, segnalandosi per l’uso degli eteronimi. Attribuì, infatti, dei nomi fittizi ai suoi alter ego letterari Alberto Caeiro, Àlvaro de Campos e Ricardo Reis, nomi a cui si accompagnavano ogni volta una biografia e una bibliografia; queste false identità gli permettevano di esprimere se stesso in maniera variegata ed esaustiva, ma ogni volta parziale e allusiva. In realtà, nell’opera di cui parliamo Pessoa non “costruisce” un autore che vada oltre il nome: il suo semieteronimo Bernardo Soares, infatti, non solo non ha biografia, ma pubblica queste riflessioni firmandole… Fernando Pessoa. L’edizione che riporta la traduzione di Tabucchi, suo grande studioso ed estimatore, ha come titolo alternativo «Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares», ma è da credere che l’autore non intendesse questa volta mascherare se stesso più di tanto; di Soares dice in modo semiserio che è

una figura estremamente mia, sono io meno il ragionamento e l’affettività

Creare altre personalità è congeniale alla sua vena creativa, anche se ciò porta sofferenza e non sollievo:

Ho creato in me varie personalità. Creo personalità costantemente. Ogni mio sogno, appena io comincio a sognare, è immediatamente incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e io non più.  
Per creare, mi sono distrutto, mi sono esteriorizzato talmente dentro di me che dentro di me non esiste se non esteriormente. Sono il palcoscenico spoglio su cui passano vari attori a recitare varie opere teatrali.
(n.159, 1918?)

Pessoa sceglie la complessità perché va oltre la superficie delle esperienze quotidiane; così facendo esprime sia la sua saudade e il bisogno di inazione, sia le sue posizioni sull’amore (esaltato, nonostante il rifiuto della sessualità), sull’arte, sulla politica, sulla scienza. Sono talvolta riflessioni amare, non prive di cinismo e narcisismo, evidente compensazione del suo male di vivere. E la sua autoanalisi psicologica, se gli consente di individuare la propria infelicità, senza che ciò comporti una teorizzazione valida per tutti gli uomini, lo mette in contatto con il concetto del nulla, come evidenzia il suo capitolo dedicato al tedio:

Il tedio è piuttosto la noia del mondo, il malessere di stare vivendo, la stanchezza di aver vissuto; il tedio, in realtà, è la sensazione fisica della prolissa vacuità delle cose. […] Il tedio è la sensazione fisica del caos e del fatto che il caos è tutto. Colui che prova noia, malessere, stanchezza si sente prigioniero in una cella angusta. Chi prova disgusto della ristrettezza della vita si sente ammanettato in una cella ampia. Ma chi prova tedio si sente prigioniero in logora libertà in una cella infinita. […] Ma le pareti della cella infinita non ci possono sotterrare, perché non esistono; né possono nemmeno farci vivere attraverso il dolore quelle manette che nessuno ci ha messo.
(n.400, 28.9.1932).

I lettori del Caffè hanno riconosciuto la bellezza delle descrizioni, l’efficacia delle ripetizioni insistite («il fattorino è partito»), l’originalità delle metafore («indigestione dell’animo», «sonno dell’intelletto»), l’anima innocente dello scrittore che si fa bambino; tutti hanno percepito e apprezzato i suoi stati d’animo, ma soprattutto sono stati colpiti da una prosa d’arte che assume spesso toni poetici. E spicca anche la forza comunicativa del testo, con le emozioni che è capace di infondere e le sue meditazioni sempre coinvolgenti.
Si veda, per concludere, una delle ultime riflessioni dell’opera:

Sono giunto alla fine come il sole nel mio paesaggio. Di ciò che è stato detto o visto resta solo una notte fonda, piena del luccichio morto dei laghi in una pianura senza anatre, morta, fluida, umida e sinistra.
(n.387, 28.3.1932)

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