Rassegna

Giorgio Montefoschi e la misoginia: quando il contesto peggiora le cose (riflessioni di una valchiria) 

Una settimana di letture #23
Federica Breimaier

Ha fatto recentemente parlare di sé l’intervista rilasciata da Giorgio Montefoschi in occasione dell’uscita del romanzo Dell’anima non mi importa, edito da La Nave di Teseo, durante la quale l’autore ha dichiarato di non leggere scrittrici italiane contemporanee. Davanti alla mia personale indignazione, qualcuno mi ha esortato ad analizzare il contesto: “forse l’hanno mal capito”. Perché no? mi sono detta, iniziamo!

Fin dalle prime battute l’articolo pullula di opinioni tranchant, espresse con l’arroganza delle verità rivelate: la politica? «non esiste più. Gli ideali sono morti. E al tempo stesso adesso che si parla di ritorno della politica mi vengono i sudori freddi. La sciagura dei 5 Stelle non ha fine»; il papa? «trovo che sia più che altro un buon parroco. Un uomo affettuoso che non parla mai del mistero. […] È troppo legato al contingente[…]»; Calvino? «Uno scrittore furbo. Maneggiava Einaudi e il PCI così da avere un enorme potere. Potere che ha esercitato fino in fondo. Scriveva bene, per carità. Ma non basta scrivere bene». Perché non esiste più la politica? Quali ideali sono morti? Perché i 5 stelle sono una sciagura? Se non basta scrivere bene, che altro ci vuole? Non lo sapremo mai. L’importante è spararla, pazienza se poi non significa nulla. Un po’ come quell’«io sono un credente che non crede a nulla»: fumo filosofico, ma dov’è l’arrosto?

Arriviamo al romanzo: protagonista, a detta dell’autore, è il tradimento femminile. Si tratta di un tema psicologicamente molto affascinante, drammatico, che ha permesso a grandi scrittori del passato di dar vita a veri capolavori della letteratura, come Anna Karenina o Madame Bovary.  Insomma, una ghiotta occasione per uno scrittore determinato a scuotere il pubblico con il pathos della tragedia dei sentimenti! Ahimè, la promessa di pathos si allontana; Montefoschi infatti non ama narrare gli scontri, la morte, il dramma: preferisce riprendere il racconto a cose fatte: «Forse è pudore […] Forse è incapacità di accostarmi con i miei sentimenti a momenti così drammatici. […] Forse non ho coraggio. Eppoi di certe cose ho orrore, come del trapasso. Non ne voglio sapere». 

Ma non è forse compito del romanziere analizzare i drammi dell’anima? L’indecisione tra lealtà e passione? La disperazione di Jacopo Ortis? Gli ultimi sussulti di Andrej Bolkonskij? La tragica fine di Anna Karenina? I capricciosi tormenti di Emma Woodhouse? La rinuncia di Jane Eyre? Se la furia del sentire disturba il pudore di Montefoschi, perché mai trattare di tradimento? Certo, il tradimento, nelle librerie, tira sempre, non c’è che dire…

D’altro canto, è pur vero che per poter descrivere i meccanismi psicologici di un tradimento femminile, bisognerebbe approcciarvisi un minimo, all’emotività femminile. Tuttavia, quando l’intervistatore elogia l’autore che, a suo dire, saprebbe descrivere meglio le donne degli uomini, questi replica: «Forse è così. Sa, io le conosco poco, alla fine. E probabilmente è meglio raccontare ciò che vuoi conoscere rispetto a ciò che credi di conoscere». Ecco, l’idea di scrivere di cose che non si conoscono mi pare scivolosa. Come possiamo descrivere l’intricato mondo interiore di una protagonista, se non comprendiamo nulla dei meccanismi che la determinano ? In un’intervista che dovrebbe aver lo scopo di sponsorizzare il suo romanzo, Montefoschi ci dice che sì, lui affronta un tema complesso come il tradimento femminile (non che quello maschile sia uno scherzo, intendiamoci!), ma che lo fa da lontano, senza parlare dei traumi, perché i traumi lo urtano, anche perché, sebbene la sua protagonista sia una donna, lui, le donne, mica le capisce poi tanto bene… Non la migliore delle pubblicità, direi.

Alla luce di tutto ciò, il commento sulle scrittrici rientra pienamente nella dinamica di un personaggio che vuol far parlare di sé e delle sue sparate (missione peraltro riuscita). Alla domanda di quali scrittrici legga, Montefoschi risponde: «Nessuna. È una cavalcata delle Valchirie […] Ogni volta che esce un nuovo libro di una scrittrice italiana tutte le altre si affannano a gridare che ha cambiato le loro vite». Facciamo un esercizio di logica: mettiamo che, per assurdo, si fosse detto «Io non leggo gli scrittori ebrei.  Ogni volta che esce un libro di uno scrittore ebreo gli altri inneggiano al capolavoro». Ve lo immaginate? Avremmo rischiato perlomeno un incidente diplomatico. 

Ma torniamo alla frase di Montefoschi, secondo cui, quando esce il libro di un’autrice, tutte le altre scrittrici (o donne, la chiarezza ormai è opzionale) dichiarano che la loro vita è cambiata. Si tratta di un’affermazione coraggiosa, ma diamola per buona. In base a questo stato di cose, Montefoschi prende la decisione di non leggere tutte le scrittrici, per partito preso. Le donne ne parlano bene? Allora lui non le legge, perché Montefoschi sceglie cosa leggere a seconda di quello che dicono le altre; ormai si è deciso, ha trovato la sua regola aurea: i libri delle donne non li legge e basta, non importa se si tratti di un capolavoro oppure di una schifezza (del resto come potrebbe appurarlo?). Un po’ come quelli che dicono che un libro non lo comprano perché è un bestseller. Ma che vuol dire? Ci credo poi che i critici «non esistono più» e «ci sono soltanto laudatores»: a che serve la critica, davanti a criteri tanto sublimi (concedetemi un po’ di ironia)? 

Peculiare, ammetto, sentirlo citare, dopo qualche riga, tra i grandi sottovalutati «Fabrizia Ramondino. Scrittrice straordinaria. Una vergogna che non abbia avuto neanche un po’ dei riconoscimenti che meritava». Ma come? Dove sono finite tutte le donne/scritttrici? Niente cavalcata delle valchirie per Ramondino? 

E potrei andare avanti: l’intervista è un tripudio di misoginia (sì, non esito ad usare le parole quando servono), superficialità e arroganza. Ma fermiamoci qui, mi pare che il contesto lo abbiamo esplorato a dovere. Vi pare che vada meglio? Secondo me va peggio, ma molto peggio! Stiamo parlando di un Premio Strega (1994)! Che dichiara apertamente di non conoscere una cicca della psicologia delle donne, ma di aver scritto un romanzo dedicato al tradimento femminile, e che decide di non leggere le scrittrici (quasi fossero un genere letterario a sé) perché tutte le donne le osannano. Ma dove è andata la coerenza, questa sconosciuta?

Vi lascio con la ciliegina sulla torta. Quali sono i rimpianti di Montefoschi? «Diciamo che ci sono state tante ragazze che mi sarebbero piaciute». Che possiamo dire? Povero Montefoschi, un «ragazzo» incompreso!

✍️ Qui sul blog

Questa settimana la poesia l’ha fatta da protagonista con:

Accanto a ciò, hanno trovato posto anche un estratto tratto da un’opera di Immanuel Kant (Incipit del giorno – 15 febbraio 2022) e una citazione in cui Gregory Bateson parla del linguaggio e del suo legame con la realtà (Citazione del giorno – 17 febbraio 2022)

Infine venerdì, 18 febbraio, abbiamo celebrato l’anniversario della nascita di due importanti autori della letteratura occidentale:

📷 Su Instagram

Su instagram vi ho proposto un reel dedicato alle mie abitudini di lettrice, che potete trovare cliccando qui accanto su play.

Vi abbiamo poi proposto un piccolo consiglio di lettura a tema ambientale che potete trovare cliccando qui.

Mercoledì, per la rubrica Vi leggo una poesia Maresa ha portato sulla pagina i versi di Aldo Palazzeschi. Potete riascoltare la registrazione a questo link

L’ultimo post della settimana celebrava l’anniversario della nascita di Vincenzo Consolo, e lo trovate cliccando qui.

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1 pensiero su “Giorgio Montefoschi e la misoginia: quando il contesto peggiora le cose (riflessioni di una valchiria) ”

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