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“Hotel Padreterno”: il divertissement metafisico di Roberto Pazzi

    Se mai v’è capitato di scorgere nella metropolitana di Roma un vecchietto bianco per antico pelo, dall’aria bizzarra, con borsalino nero e cappotto di cammello, pashmina al collo,  scarpe a coda di rondine e guanti gialli: ebbene, sappiate che a vostra insaputa potreste essere incorsi nella massima esperienza epifanica! Se invece questa fortuna non avete avuto, non vi resta che leggere l’ultimo, attesissimo romanzo di Roberto Pazzi, Hotel Padreterno, edito da La nave di Teseo.

È quanto accade a un bambino di undici anni coi capelli rossi, di nome Davide, che, mentre la madre smanetta con lo smartphone, cede il posto ad un anziano signore di cui intuisce subito l’identità. Tra il giovane e il vecchio, periferici e precari poli della condizione umana, scaturisce un colloquio che dall’inizio ordinario devia presto verso il surreale, allorché, alla domanda del piccolo circa la sua età, Giovanni Eterno (questo l’emblematico nome del vecchio) rivela di non essere mai nato. E così in uno scambio di battute di apparente leggerezza, tra l’immortale e il bambino colpito da un male incurabile, si annuncia uno dei temi capitali del romanzo.
È proprio per la loro condizione anomala, infatti, per il cozzo tra le estremità della vita, che i due stabiliscono un patto di omertà, entrambi proiettati come sono, per ragioni opposte, verso un futuro negato. Ché se una fine certa minaccia Davide, nel momento stesso in cui Giovanni compie il miracolo di salvarlo, è costretto a prendere atto, lui immortale, dell’abissale distanza che lo separa dai milioni a cui la grazia non è concessa, e di cui ogni giorno gli ritorna l’antica accusa di consentire che nel suo mondo imperfetto operi

“lo spirito che sempre nega. Per il quale tutto ciò che nasce merita di perire, e perciò meglio sarebbe che niente nascesse.”

     Vincolati da questa ossimorica condizione, di eternità e morte, gioventù e vecchiaia, traggono un curioso equilibrio, imbarcandosi come in preda a un’incontenibile frenesia, in una serie di peripezie, prodigiose, strepitose, fantastiche, che sempre più portano Giovanni a scoprire, tra misericordia e pietà, la fragilità, i dubbi e i timori degli uomini esposti alla malattia e alla morte. 

   “La vita che esplode, così effimera e transitoria. E sono tutti volti che si disfarranno. Fanciulli che diverranno adulti, poi vecchi e poi moriranno. Corpi di maschi e femmine che franano e mi lasceranno il compito di giudicarli nel regno dei morti… Ah, lo strazio di vedere sparire quel volto, quelle labbra, di non poter più sentire quella voce… Hanno bisogno di credere che io impedirò che quella faccia e quella voce si dissolvano come un sogno e le salvi dove un giorno le rivedranno e riascolteranno. 

Foto di Jose Antonio Alba da Pixabay 

     Ma anche se Giovanni, nella sua eternità, non è sfiorato dalla tragica fine che grava sugli uomini, un altro è invece il limite che lo riguarda, dettato dalle condizioni stesse in cui si è incarnato, e da cui un doppio struggimento deriva: quello di non poter più patteggiare come Faust la giovinezza; e l’altro, non meno gravoso, di non poter deporre l’esistenza. Prende così atto che l’immortalità che gli uomini gli invidiano, più che un privilegio è una condanna. E che se essi temono la morte è solo perché ignorano ciò che invece lui sa: ossia che è proprio quel limite a dar ragione, oltre che dell’immedicabile dolore del mondo, anchedelle gioie i cui guizzi coglie nei bagliori della grande città. Così che, con funzione quasi generatrice, la morte investe e dà spessore alle più variegate manifestazioni proprio col condannarle a una struggente irripetibilità. Al punto che, se dovesse sparire dal mondo, gli uomini dovrebbero rincorrerla, perché 

   “senza di lei, senza il senso di irripetibilità di ogni istante, la voglia di vivere si perderebbe nella noia di un’immortalità nuda di passioni, dove tutto si ripete. Se qualcosa amano, uomini e donne, è perché muore.”

     Pertanto, se solo riflettessero abbastanza su questa grazia, gli uomini non si lascerebbero trarre in inganno dalle trappole dei tempi moderni, in un contraddittorio “vivere che è un correre alla morte”, così assecondando, al contrario, un inconsapevole cupio dissolvi. Poiché è proprio col delirio dei beni materiali che incappano nell’autentico limite di passare accanto all’essenziale, dimenticando che la vita, pur nel suo dramma, offre un’infinita tavolozza di affetti, ricordi, bellezza e amore: 

     “mi colpiva l’indistruttibile senso del bello che affina la gioia di vivere, il piacere di reinventarsi, che vince la noia, almeno nei più coraggiosi. E il dono dell’ironia, la voglia di abbandonarsi allo scherzo, al riso, al gioco che sempre mi catturava nel mio vecchio sogno di eleggerlo a formula della vita del cosmo, metafora del perpetuo avvicendarsi delle forze in campo che regge l’universo.” 

     Nell’inesauribile sollecitazione delle sue plurime possibilità, nella sua paletta di opportunità, l’uomo ritrova ancora il privilegio di custodire un passato di giovinezza che a Giovanni, impedito dal deporre la propria eternità, neppure per un attimo è consentito. Sicché, condannato a uno stato che non può condividere con nessuno, verso i mortali prova, insieme a un’infinità compassione, anche un pizzico di eterna gelosia… 
È da questo struggente amore per la vita che prende il volo la favola di Roberto Pazzi, col tono apparentemente leggero di un serissimo divertissement metafisico, con cui torna a proporre una poetica non evasiva ma cognitiva. Ché se anche sbriglia la fantasia in coreografie surreali, mai distoglie l’occhio dalla fragile ma doviziosa concretezza della condizione umana, quando con studiata levità ci ricorda che una volta caduti nel buio null’altro avremo più, non potremo assumere un volto diverso da quello che possediamo, non potremo reinventare la mirabolante altalena dell’esistenza, di cui non sapremo nemmeno più quanto abbiamo avuto e soprattutto quanto abbiamo perso. 

Gerardo Passannante

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