Interviste, Pazzi (interviste), Roberto Pazzi

«Lo scontro tra il tempo e l’eterno»:  Roberto Pazzi e “Hotel Padreterno”  (da oggi in tutte le librerie)

Quale miglior modo di presentare un libro se non attraverso le parole dell’autore? Eccoci qui, allora, a chiacchierare con Roberto Pazzi, per svelare i principali nodi narrativi e i temi cardini della sua ultima fatica letteraria: Hotel Padreterno, in uscita oggi, 30 settembre 2021, in tutte le librerie e sui circuiti di vendita online, per La Nave di Teseo.

Allora, iniziamo dalla trama. Di cosa parla Hotel Padreterno?
Dunque, Hotel Padreterno parla… dell’indicibile! Perché racconta di uno strano vecchio, vestito un po’ all’antica, con un cappotto di cammello, un borsalino e guanti gialli, che sale sulla metropolitana di Roma, dove incrocia un bambino con i capelli rossi di dieci anni…

Ma è il viso di questo bimbo, allora, quello che vediamo in copertina?
Sì, esatto. Ecco, il ragazzino, molto educato, cede il posto all’anziano signore, lo guarda, si incuriosisce, e gli chiede: “Ma tu quanti anni hai?”. Il vecchio risponde: “Ma io veramente non sono mai nato… proprio non saprei dirtelo”. E il bambino si stranisce: “Ma sei matto? Ma nessuno ti bada?”. E la conversazione continua così, delirante, forse assurda; ma dopotutto questa è un po’ l’atmosfera che ruota attorno alla figura dell’anziano. Da qui parte tutta la vicenda che si dipana attraverso la relazione tra questi due personaggi, cui si aggiungerà la madre del piccolo, una donna bellissima, nei confronti della quale scatterà un inevitabile colpo di fulmine.

Un amore corrisposto?
Mah… all’inizio, intenta com’è a fissare il telefono, lei nemmeno si accorge della conversazione tra lui e suo figlio. Finché non alza gli occhi e la vista la infastidisce, teme quasi che il vecchio sia un pederasta. Allora allontana il figlio con uno strattone, e i due scendono, perdendosi tra la folla della stazione. Tuttavia, il vecchio non si preoccupa: sa che li rivedrà presto. Più avanti, durante un secondo viaggio, questa volta a Firenze, il vecchio capisce che il bimbo è molto malato: ha un tumore al cervello, anche se ancora non lo sa. E lo guarisce ponendogli le mani sulla testa, sotto lo sguardo della madre, che nel frattempo si è convinta delle sue buone intenzioni. Come ha fatto? Beh, il bambino ha capito benissimo chi è questo signore…

Però non dice nulla…
No: mantiene il segreto; un segreto che un po’ diventa un gioco a nascondino tra i due. L’avrete capito, immagino, che questo anziano signore non è altri che il Padreterno, che vorrebbe diventare il direttore di una grande giostra, con figure che si alternano e che si reincarnano: una sintesi dell’immaginario con cui questo vecchio, ovvero il divino, è stato rappresentato dagli uomini. In essa trovano posto l’Olimpo di Zeus, l’orfismo, la teoria del karma induista, il dogma della reincarnazione. 

E ha un nome il Padreterno?
Ma certo! Si chiama Giovanni Eterno, nome che ho scelto lasciandomi trasportare da una suggestione della mia prima giovinezza…

Ovvero?
Eh… non so… lo posso dire? Sì, dai, non posso nasconderlo. Da giovane ero affascinato da una reclame del Corriere della sera che pubblicizzava i servizi di una cartomante, molto bella, di Milano, sotto la cui foto si leggeva “cartomante Natalina Eterno”. L’immagine mi è rimasta tanto impressa, che al momento di dare un nome a questo personaggio, mi sono detto: “Perché no?”.

E “Giovanni”, invece?
Giovanni mi ricorda l’aggettivo “giovane”, e infatti, come ha detto al bambino, il Padreterno non è mai nato, non ha età. 

Cosa succede dopo questi primi incontri? 
Il Padreterno decide di alloggiare in un hotel a due stelle, in un’ambientazione che nega qualsiasi illusione di eternità e che ho proprio scelto per enfatizzare la dimensione transeunte, tipica dell’umanità. Per quanto scassato, l’albergo ha però il vantaggio di trovarsi nel centro di Roma, crocevia di vizi e virtù, vicino a Piazza della Repubblica, e si trasforma nel luogo perfetto per spiare una certa fetta della società umana: prostitute, ladri, attentatori, terroristi, etc… il Padreterno spia, insomma, la gente di malaffare. E gli piace tantissimo, perché lui prima si annoiava! Non ne poteva più dei Santi e del Paradiso: vuole provare la carne, la vita!

Su in cielo come prendono questa sua “vacanza”?
Male, i santi e gli angeli in Paradiso meditano l’ammutinamento. Tra di loro c’è anche il figlio, con cui condivide un rapporto quasi di competizione, che è preoccupato e gli chiede di tornare, ma il vecchio non ne vuole sapere. Anzi, gli rinfaccia quei 33 anni goduti sulla Terra tra agli altri uomini. Ora vuole assaporare anche lui l’esperienza della vita e, soprattutto dell’amore, attraverso questo intenso innamoramento nei confronti di Anna, la bella mamma del bimbo incontrato in metropolitana. 

Insomma, un Dio che vuole essere uomo?
Non del tutto, perché questo Dio, contrariamente al figlio, non è solo maschile o femminile, ma possiede entrambe le nature, così com’era descritto, del resto, l’archetipo del sacro nella religione orfica. Nel creare questo personaggio, ho voluto giocare con il patrimonio del sacro cristiano, ebraico e anche greco-olimpico, sulla scia di quanto fatto da Ariosto, che nell’Orlando furioso riadatta e trasforma le leggende della cavalleria, per dar vita ad un’opera dallo squisito gusto moderno-rinascimentale. In essa, infatti, non esiste il senso della trascendenza, ma solo l’esaltazione della gioia dei sensi, in una visione immanente che ricorda quella del Boccaccio. Allo stesso modo anche il mio Padreterno vuole gustare i piaceri della carne, godere dei sensi, anche se… resterà intrappolato nelle conseguenze della sua scelta. 

L’idillio finisce?
L’idillio finisce, sì, perché compaiono i primi sintomi di un Parkinson, e si profila l’esperienza della morte. Ma Dio non può morire: è il limite della sua onnipotenza; un limite che però vuole superare. Desideroso di sapere cosa si prova negli ultimi attimi, supplicherà la morte. Ma, adesso mi fermo, perché se no racconto troppo…

Attorno al tema della morte del Padreterno si crea un intrigante gioco di specchi con il concetto stesso della Redenzione. Il tuo Padreterno ripercorre le tappe del Cristo, ma per ragioni prettamente egoistiche. Se la Redenzione era un sacrificio necessario e salvifico per l’umanità, qui si tratta di inseguire la morte per provare un’esperienza inedita. È quasi un atto di ribellione nei confronti dell’unico limite imposto al divino. 
Esatto.

Questo romanzo ha avuto una lunga gestazione, vero? 
È vero: ci ho lavorato tre anni e mezzo, complice, ahimè quel momento di sospensione obbligata cui tutti abbiamo dovuto sottometterci. La prima stesura risale però al 2018: tutto è nato dalla frase che conclude L’ombra del padre: «anche l’Eternità invecchia, e il Male è la sua unica distrazione». Rileggendola mi sono chiesto come sarebbe stato raccontare l’esperienza dell’invecchiamento, tipicamente umana, e per certi versi profana, quando sfiora una dimensione così sacra come quella divina. Lo scontro tra il tempo e l’eterno: il tema mi è piaciuto subito! Anche perché precedentemente rielaborato dai grandi nomi della letteratura occidentale: Dante, Goethe, Bulgakov. 

Un tema universale. 
Beh, sai, ammetto di avere la passione per i grandi drammi dell’umanità. Lo sai come sono… non amo il minimalismo e non sopporto la narrativa che scimmiotta e corteggia le prime pagine dei giornali… Io preferisco le tragedie, soprattutto quelle storiche; pensa a Cercando l’imperatore, dove narro la tragedia della famiglia imperiale Romanov; a Verso Sant’Elena, con il mio Napoleone che caduto e spezzato si muove alla volta dell’isola dove poi troverà la morte; o, ancora, a Vangelo di Giuda, con la permanenza di Tiberio a Capri e il suo rapporto a distanza con Cristo. A differenza di queste altre mie opere, qui è la vecchiaia la vera protagonista. È certamente un riflesso autobiografico, sai: vivere la vecchiaia, oggi, mi permette di osservarla da una prospettiva privilegiata. Al contempo però rimane in me viva una tensione a non morire mai, la stessa del re protagonista de Il re muore di Ionesco, che si chiede «Perché sono nato se non doveva essere per sempre?»: una frase sconvolgente che continua a tormentarmi. Vecchiaia e eternità: ecco cosa deve aspettarsi il lettore dal mio libro. E già che ci sono ti dico anche quello che non troverà. Non troverà storie di droga, di mafia, di lockdown… tutte quelle delizie in cui amano sguazzare certi miei colleghi italiani. Per carità, ognuno è poi libero di impiccarsi con la corda che crede…

Chiaro. Detto questo, però, l’attualità non manca in Hotel Padreterno, vero?
Assolutamente no. Di estrema attualità è la motivazione che ha spinto il Padreterno a reincarnarsi, ovvero la grave piaga della decrescita demografica: un venir meno della pulsione generativa che lo preoccupa. Ma non vorrei raccontarti oltre, perché alla fine penserà ad un escamotage straordinario, ma questo lo vedrà poi il lettore…  

Ecco, a proposito di lettore… come pensi che reagiranno i credenti legati alla dimensione formale della religione ad un libro che tanto argutamente mescola sacro e profano? 
Male. Reagiranno male. Sai, mi viene in mente mia madre che, abituata ad un rapporto con la religione tipico di un tempo che fu, una volta scherzando mi disse “eh, scherza coi fanti ma lascia stare i santi”. È un detto popolare che mette proprio in guardia chi gioca con concetti e simboli che sono oggetti di fede per tante persone. 

Il tuo romanzo propone, però, una figura del divino vicina al sentire umano, e quindi forse anche più genuina, non credi? 
Infatti. Del resto, se io non avessi un’anima religiosa, mi sarei forse preso il disturbo con ConclaveL’eredeVangelo di GiudaL’ombra del padreMi spiacerà morire per non vederti più? Quante volte ho toccato le corde del sacro? E se l’ho fatto è perché lo considero una dimensione fondamentale della mia esistenza di uomo e scrittore. Certo, qui mi sono concentrato sul rapporto tra un padre e un figlio che è preoccupatissimo del suo desiderio di provare la morte. Un desiderio che nasce dall’invidia, perché Gesù, la morte, l’ha provata, mentre lui no. 

La morte assume un significato nuovo per il Padreterno che la vuole capire e soprattutto vivere. E in effetti, mutatis mutandis, la morte gioca un ruolo fondamentale nella vita degli uomini, perché è la morte che dà senso alla stessa esistenza. 
Assolutamente! È quella la chiave di volta, alla fine! Ma non anticipiamo.

Si conclude qui l’intervista con Roberto Pazzi che ringrazio per il tempo dedicatomi. 

Potrete incontrare l’autore di Hotel Padreterno nel corso dei prossimi eventi di presentazione del romanzo: 

  1. 8 ottobre, ore 18.00, Ferrara (Libreria IBS)
  2. 9 ottobre, ore 17.00, Ferrara (Centro Ipercoop Il Castello), modera l’evento Matteo Bianchi
  3. 5 novembre, Carrara (Palazzo Bellini)

4 pensieri su “«Lo scontro tra il tempo e l’eterno»:  Roberto Pazzi e “Hotel Padreterno”  (da oggi in tutte le librerie)”

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