Caffè Letterario, Carlos Ruiz Zafón, Recensioni, Zafón (recensione)

IL 16° INCONTRO DEL CAFFÈ LETTERARIO: Carlos Ruiz Zafón e «L’ombra del vento» (25 giugno 2021, meeting su zoom; articolo a cura di Vittorio Panicara).

Il libro di Carlos Ruiz Zafón «La sombra del viento» uscì nel 2001 per la casa editrice spagnola Planeta, fu tradotto in quasi 40 lingue, vendendo oltre 15 milioni di copie nel mondo. Ha dato l’avvio alla tetralogia de «Il cimitero dei libri dimenticati»: a «L’ombra del vento» (edito con questo titolo in Italia da Mondadori nel 2004) hanno fatto seguito «Il gioco dell’angelo» (2008), «Il prigioniero del cielo» (2011) e «Il labirinto degli spiriti» (2016). Zafón ci ha lasciati circa un anno fa a Los Angeles, lontano dalla sua Barcellona, quella tetra della dittatura franchista (di cui ci parla il romanzo) e quella gaia e viva del presente. Per lui la saga dei libri dimenticati «non ha né principio né fine, soltanto porte d’ingresso».

L’azione inizia nel 1945 nella città catalana e si concentra sull’undicenne Daniel Sempere, che ha perso da poco la madre a causa del colera. È lui a raccontare, ricordando queste vicende passate fino all’epilogo del 1966. Una figura importante è quella del padre, che fin dalle prime righe del libro indirizza Daniel al Cimitero dei libri dimenticati, un santuario di libri antiquari perduti nel tempo, dove dovrà “adottare” un libro (è questa la regola per tutti i visitatori). La scelta cade su «L’ombra del vento» di Julián Carax, ma con l’impressione che in realtà sia stato lui ad essere stato scelto dal romanzo che riporta lo stesso titolo del libro di Zafón. Da questo momento in poi si succedono varie vicende, in un folto intreccio di storie “incapsulate” l’una nell’altra e di personaggi sempre diversi. Il libro in possesso di Daniel è l’unica copia esistente, minacciata da un oscuro avversario, un uomo misterioso, dalle fattezze macabre, che intende distruggere «L’ombra del vento» e tutte le opere di Carax. Tra i nuovi personaggi spicca Francisco Javier Fumero, capo della Squadra Criminale della città, uomo estremamente crudele e misogino, coinvolto nel franchismo, che perseguita tra gli altri il mendicante Fermín Romero De Torres e Nuria Monfort. Costei, figlia di Isaac, il custode del Cimitero dei Libri Dimenticati, si innamora di Julián Carax, prima di essere assassinata perché non divulghi informazioni sul passato di Fumero. Daniel scoprirà alla fine la verità, aiutato in questo da un manoscritto di Nuria e dall’amore di Beatriz Aguilar, sorella di Tomás Aguilar, suo amico d’infanzia, ma soprattutto non ripeterà l’errore commesso da Carax, che non è riuscito a salvare la vita della sua donna.

Gran parte dei presenti ha espresso un giudizio negativo sull’opera, ma non perché la trama sia estremamente complessa, o perché non si riconosca al romanzo una struttura precisa. Ad essere difettoso è il versante letterario, dalla tecnica narrativa alla riuscita linguistica e comunicativa. La trama principale è piuttosto ingenua, banale e farraginosa, tra il gotico e il thriller, ma con toni anche da romanzo rosa, con coincidenze che rendono poco credibile la fabula, o con personaggi, come la cieca Clara, o la dolce Penélope Aldaya, non sfruttati in tutte le loro potenzialità. Alcune vicende particolari, come quella di Nuria, potrebbero risultare anche interessanti, ma manca l’approfondimento psicologico dei personaggi e una trattazione seria di temi impegnativi, come quelli delle responsabilità storiche del franchismo, o dei motivi che spingono gli uomini alla violenza sulle donne. Il senso profondo delle tante vicende rimane quasi sempre inespresso, nonostante la presenza intermittente di frasi aforistiche che danno solo l’illusione del messaggio filosofico e che in realtà rimangono fini a se stesse (Non esistono lingue morte ma solo cervelli in letargo / I libri sono specchi: riflettono ciò che abbiamo dentro). Inoltre, abusati espedienti e stereotipi narrativi segnano e appesantiscono tutto l’andamento del romanzo, decisamente troppo lungo; si può anche riconoscere all’autore una notevole fantasia nel creare situazioni nuove, ma di tutto ciò non si riesce a vedere una finalità che non sia l’intrattenimento del lettore. Neppure la tecnica narrativa è stata risparmiata dalle critiche. La narrazione in prima persona del protagonista non mira seriamente al coinvolgimento del lettore e non pare adeguata ad esprimere l’emotività dei personaggi più credibili; forse sarebbe stato preferibile il ricorso al narratore onnisciente, capace di focalizzare opportunamente il racconto e di mettere in rilievo lo stesso sviluppo psicologico del protagonista, attore e testimone dell’azione del romanzo, ma tratteggiato in maniera approssimativa. Nemmeno le scelte espressive sono soddisfacenti: la prosa di Zafón, nonostante qualche sfoggio di erudizione, risulta piatta e ridondante.

Questi giudizi, così severi, non sono stati unanimi. Alcuni dei presenti avevano letto il romanzo molti anni fa e ne conservavano un ricordo positivo, benché sbiadito, mentre altri ne hanno sottolineato qualche aspetto positivo, come la fecondità del tema del rapporto tra Daniel e il padre, per quanto non approfondito, o l’avvicendamento delle tante storie, capace di creare curiosità nel lettore.  Si potrebbe, in fondo, consigliare il libro ai lettori inesperti, invogliandoli ad affrontare un testo letterario che si può anche apprezzare, ma a patto di abbassare la “soglia critica” di lettura.

Eppure il primo romanzo di Zafón ha avuto un’accoglienza trionfale e ancora oggi il giudizio dei lettori e dei critici letterari è spesso entusiasta (almeno in internet). Come si spiega il successo di un libro che tra i lettori del Caffè ha suscitato frequentemente noia o fastidio? Una risposta va cercata nei continui ammiccamenti dell’autore nei confronti di un pubblico avente delle aspettative che egli – ex pubblicitario – conosce bene: un titolo attraente, con la sinestesia del vento che fa ombra; un incipit perfetto, tale da provocare un immediato interesse; una Barcellona tetra e buia, così diversa da quella odierna, meta di vacanzieri spensierati e rumorosi; un pallido ricordo delle malefatte del franchismo (ma senza toccare la vera tragedia della guerra civile, magari vista da un catalano…); la continuità della storia nei piani temporali del racconto; l’alternanza studiata a tavolino di momenti di dolore e di gioia (solo narrati, mai “vissuti”, ma ciò non lo si avverte subito); la progressione di discorso (per quanto superficiale) assicurata dalla tenuta della struttura e dal colpo di scena finale; il parallelismo tra il protagonista (e forse lo stesso autore, nell’ambito di una malcelata metatestualità) e Carax; tanti spunti narrativi non privi di fascino, presenti soprattutto all’inizio (vengono lasciati cadere, ma il lettore, catturato dalla complessità della trama, può non accorgersene), dallo sgomento di Daniel che non ricorda il volto della madre, al suo innamoramento adolescenziale per Clara (di cui si potrebbe assumere il punto di vista nella narrazione, con risultati sorprendenti), alla biblioteca dei libri perduti, che sembrerebbe avvicinarci alle profondità di Borges…

Secondo l’opinione della maggioranza dei lettori del Caffè Zafón è stato un autore “furbo”, capace di “ammaliare” un pubblico di cui conosceva bene le attese e le predilezioni, e in questo è stato molto abile, tanto da meritare anche l’elogio di Stephen King. Ma senza un messaggio profondo, senza la capacità di approfondire uno o più temi come deve accadere nella letteratura non di facile consumo, senza una scrittura che non serva solo a illustrare l’azione, si rimane nell’ambito del marketing e di un successo effimero, solamente editoriale nel breve o medio periodo.

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