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La bio-etica de “L’incredibile storia di un cranio” di Giuseppe Bonaviri (recensione di Maresa Schembri)

 Nel lungo ed articolato cammino letterario di Bonaviri, il rapporto tra letteratura e scienza occupa un ruolo significativo, senza il quale oggi sarebbe difficile comprendere a fondo la sua produzione. Tale binomio è una costante che ritorna sempre sia nella narrativa sia nella poesia con una carica sempre viva e mai sbiadita. 

Anche nelle ultime opere questo inscindibile legame è intenso; anzi, si delinea maggiormente in relazione alle ultime scoperte scientifiche, di cui lo scrittore prende visione. Ma, come spesso accade, le teorie scientifiche devono confrontarsi, e talvolta scontrarsi, con l’etica di ogni uomo, soprattutto quando esse sconfinano oltre il limite dell’umano agire. 

E’ quanto avviene nell’ultimo romanzo dello scrittore siciliano, L’incredibile storia di un cranio, edito da Sellerio e pubblicato nel 2006. Già nel titolo, l’aggettivo “incredibile” fa spaziare la fantasia del lettore, informandolo subito che si tratta di un racconto fantascientifico. 

La storia, ambientata nel 2005, narra le vicende di una giovane cosmologa siciliana, Porporina, impegnata in alcune ricerche biologiche relative ad un programma dell’università di Harvard. Insieme a lei collaborano Jehova, biologo cretese, Iside, studiosa di innesti di fiori e Levis, ornitologo israeliano; i loro esperimenti sono volti a incrociare esseri diversi, come ad esempio uccelli e fiori, mentre un altro scienziato, Osborne, ha l’obiettivo utopico di rivoluzionare la natura clonando esseri ibridi: alberi – bambini, alberi – uomini, alberi – donne, dando così luogo a creature deformi. 

Nella maglia del romanzo, il concetto di morte è strettamente legato a quello del tempo, che è qui vissuto in modo ossessivo per il suo “scorrere impassibile”; esso è come un fiume che tutto travolge, trascinando tutti gli esseri viventi nel nulla eterno. Bonaviri torna, ancora una volta, ad affrontare il tema del tempo, già presente soprattutto in una delle sue opere precedenti,L’incominciamento. Infatti, uno degli studiosi, Jehova, parla di una sorta di “politempo” che viene raffigurato nell’immagine di una margherita. 

“Jehova […] disse che con Newton aveva parlato una volta di una sua ipotesi sul tempo che lui raffigurava ad una margherita. Ogni petalo, per Jehova, segnava un particolare tempo: quello degli alberi, dei pesci, della stessa cellula, degli animali o vegetali, degli uccelli; e perfino c’era un tempo degli atomi i cui elettroni girano attorno al nucleo”. 

Proprio questa scansione temporale, inevitabilmente, rende tutti gli “esseri uguali nel destino mortale che la vita ci riserva” . Invero, il destino che attende l’anima dopo la morte è quello di diventare un’unica cosa con l’universo; in questo senso, nemmeno la scienza potrà impedire il ricongiungimento dell’uomo con il cosmo. 

“Forse mai, si diceva, si poteva evincere da un corpo umano l’anima, essendo immateriale, sfuggente, imprevedibile, e pronta, morto il soggetto, a sconfinare nell’universo, e là perdersi per sempre”.

In queste righe di grande efficacia narrativa, emerge la consapevolezza che mai si potrà arrestare il corso della natura, il cui scorrere inarrestabile è però addolcito, in Bonaviri, dall’idea di una simbiosi di ogni essere vivente con la materia cosmica. 

Nel corso del racconto, Iside recupera un teschio dalla polvere estinta di un luogo di battaglia: tale scoperta provoca nel personaggio un’ossessione quasi pericolosa al punto da convincerlo a far rinascere il soldato, cui il teschio apparteneva, attraverso la clonazione. Toto, che è il nome del soldato, desta in Iside una curiosa attenzione: “E presto cominciò a dialogare con quel cranio” . L’idea della clonazione e, dunque, il desiderio di far rivivere questo essere diventano morbosi: “O Toto, o Toto mio, tu rivivrai. Tu rinascerai in me stessa” . Infatti, Iside, vuole partorirlo in modo anomalo, per via cefalica; ma, poiché questo proposito varcherebbe il limite delle umane possibilità, gli scienziati non possono garantire la nascita di un essere normale: “Ma il mio animo è dolente in quanto non so quale essere partorirai” . Per questo, nasce un essere deforme, un mostro con le ali verdi e ruvide al tatto. 

Il sogno incredibile di questi scienziati è quello di “realizzare” un essere umano che in sé unisca cielo e terra: 

“In fondo cerchiamo di trasferire quant’è visibile nella nostra terra e nel cielo stellato in un unico essere che vuole essere come la sintesi di tutte le cose esistenti, non più disperse, o coagulate in oggetti, o in alberi, o in viventi”.

Così facendo, si dà vita ad una entità indefinibile che, nell’immaginario romanzesco, unisce in sé tutti gli elementi esistenti creati da Dio: “[…] cerchi Dio fra le tante cose esistenti. Tu vuoi fare risorgere l’uomo nella sua completezza universale”. 

La clonazione, se da un lato è il simbolo del progresso scientifico, dall’altro innesca, all’interno del romanzo, un importante dibattito tra i personaggi relativo al rapporto fra tecnologia ed etica. 

L’uomo, da sempre, è stato affascinato dalla volontà di egemonia e ha creduto di potere fare a meno di Dio, adoperandosi per porre le basi di un dominio universale. In fondo, è il peccato di presunzione compiuto all’origine della storia da Adamo ed Eva, che si perpetua oggi più che mai e fa perdere la reale coscienza del valore della vita; ma questa mania di potenza mette in risalto soltanto la caducità della storia dell’umanità. Di un tale pensiero è portavoce il cattolico Samuel Newton, direttore del centro di studi che rappresenta, nel romanzo, un punto di vista più moderato, è colui che si interroga sulla necessità di porre un freno all’eccessiva espansione della scienza. “La scienza è la profanazione di Dio, e ne rispecchia la volontà creatrice. Ma non bisogna col nostro lavoro apportare sbilanciamenti profondi alla Natura. Non possiamo tentare le vie del soprannaturale”. 

Vi è, nel romanzo, una marcata componente religiosa che trae forza dalle considerazioni dei papi citati dai vari personaggi: esse fanno da contraltare alle posizioni della scienza che si rivela ardita e prepotente nelle sue sfide quanto elusiva e reticente nella divulgazione dei suoi prodigi. Così Newton, per dare enfasi ai suoi discorsi, si appella alle prediche di papa Wojtyla, il quale afferma che lo scienziato non deve deturpare e violentare quanto Dio ha creato. E, proseguendo nella lettura del testo, è possibile notare come lo scrittore riporti non solo le parole dei papi, tra cui anche quelle di Benedetto XVI (“L’uomo non può vivere in un deserto dell’anima”, p. 88), ma addirittura un intero passo del vangelo di Matteo, che contrasta con la visione laica diffusa dalla scienza. Bisogna tener presente, però, che lo scrittore di Mineo non identifica la religione con il cristianesimo; infatti, il testo accoglie anche i riferimenti all’ira di Allah verso gli uomini per “avere abbandonato ogni sua legge”. Dunque, non è importante quale sia la religione: essa è uno strumento privilegiato di cui Bonaviri si serve per risvegliare il buon senso nel lettore e condurlo alla riflessione. Essa non è una manifestazione del rapporto che unisce l’uomo a Dio o alla società, ma, in questo caso, diventa espressione del senso di responsabilità umana. Se Bonaviri, da un lato, difende la teoria di Bacone, secondo cui la sovranità dell’uomo sta nella scienza, è anche vero, però, che egli si batte per la difesa della dignità umana oltraggiata dagli abusi della ricerca scientifica. Jehova afferma che “sarebbe un grave errore ridurre gli uomini ad appiattite ombre senza sentimenti, senza conflitti, senza una inquietante forza creatrice”. Infatti, l’incrocio tra esseri appartenenti a specie diverse produrrebbe degli automi con la coscienza ottenebrata, senza l’ossessione della morte e liberi da ogni paura. 

[…] “Avremmo così esseri nuovi, con la coscienza sfocata, obnubilata, senza paura di morte, senza ansia pura che ci sfrigola dentro, senza crisi di panico, ma con una successione infinita di un tempo, e uno spazio attorno, appena individuabile; tempo spezzato, con ritmi ora incalzanti, ora lentissimi dentro i quali vivremmo con rigurgiti minimi di memorie, o in un sonno nero, dove sarebbero scomparse le immagini”.

Come è possibile notare, i propositi temerari di Osborne, tesi a rivoluzionare le leggi naturali clonando esseri ibridi, hanno come scopo quello di anestetizzare sì le passioni violente degli uomini, ma anche quelle positive. 

Dunque, gli scienziati si interrogano sulla validità etica del loro operato; insomma, è la scienza che interroga se stessa. 

Ma, mentre le prime pagine del romanzo sono dominate dalla presenza della Natura che viene valorizzata nelle descrizioni dei paesaggi, nella parte finale, invece, si dispiegano scenari apocalittici, che ricordano l’ultima pagina de La coscienza di Zeno di Svevo. Si osservino le parole che concludono quest’ultimo romanzo: “Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie” .

La malattia di Zeno è quella di un’intera civiltà, destinata alla scomparsa per autodistruzione; questo annientamento, che in un certo senso potrebbe definirsi catartico, porterà al ripristino della salute mentale dell’uomo e della società. Allo stesso modo, nel romanzo dello scrittore siciliano, alcuni scienziati prevedono una prossima deflagrazione del pianeta: 

“La terra sarebbe esplosa nell’anno 2188 con una immensa deflagrazione simile a quella delle supernove. Sbrindellatasi la terra in pezzi fatta di una mistione di acqua, di piante, di esseri viventi fusi con nichel e ferro, ad altissima temperatura, i frammenti, esplosi nell’area del nostro cielo, sarebbero stati attratti dagli altri pianeti”.

Scrivere significa, allora, esplorare il cosmo e l’uomo nelle sue pieghe più intime, nei suoi insondabili segreti. Il valore dell’uomo, secondo Bonaviri, affonda le sue radici in un retroterra arcano che rende quasi impossibile decifrarne la sua sintassi segreta. 

Dal punto di vista stilistico, il testo è caratterizzato da una grande forza sperimentale che si esplica non soltanto nel carattere futuribile dell’opera, ma anche nelle scelte linguistiche dello scrittore. Abbondano i termini scientifici che, però, sono miscelati a considerazioni di carattere etico e metafisico, e in nessun caso indeboliscono l’intensità evocativa della scrittura. Ne sono esempi parole quali “carotidi”, “dolicocefalo”, “xifo-ombelicale”, “ioni- sodio”, “ioni-calcio”, “ioni-potassio”, “aminoacidi”, “fibroblasti”. Inoltre, non mancano onomatopee (“cippio”, “bip bip”), frasi in lingua inglese (“Excuse me, sir, where are you going?”) e in dialetto siciliano (“[…] e Geovuzzo si addummisci”). 

L’incredibile storia di un cranio è un apologo morale e scientifico che invita il lettore alla riflessione sui rischi di una ricerca senza limiti. E di fronte ad una società, le cui piaghe sono, a volte, estremizzate nel romanzo, e in cui gli uomini fanno delle scoperte che rendono sempre più precario l’equilibrio dell’etica, Bonaviri confida nel buon senso dell’uomo per frenare la corsa al progresso; interverranno gli imperativi della morale e forse pure le paure a porre un limite ad una rivoluzione tecnologica incontrollabile. 

E mentre gli scienziati presentano l’immagine di un nuovo mondo, allo stesso tempo si evocano gli spettri di un’apocalisse in cui l’umanità perderà il controllo di se stessa, rimanendo vittima del suo stesso progresso. Lo scrittore mette in guardia il suo lettore, risvegliandone la coscienza a favore della rispettabilità dell’essere umano. 

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