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IL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO, GERARDO PASSANNANTE E «COSTANTINO. L’INFANTE DI NAISSUS» (incontro digitale del 4 febbraio 2021, relazione di Vittorio Panicara).

Se fu vera gloria, quella dell’invincibile Costantino, è un dilemma per lo storico odierno, ma è anche materia per chi, come Gerardo Passannante, ha voluto dedicare al grande imperatore un romanzo storico imperniato sulla fase ascendente della sua vita. Il libro, edito nel 2020 da Il seme bianco, si intitola «Costantino. L’infante di Naissus» (d’ora in poi solo «Costantino») ed è stato recentemente presentato in un incontro digitale organizzato dal Caffè Letterario di Zurigo.

In effetti, l’intero ciclo del «Declino degli dèi», di cui «Costantino» costituisce il quinto volume, è un imponente romanzo storico, in cui il rispetto degli eventi poggia su testimonianze e documenti sempre attendibili e aggiornati. L’autore si basa su tali fonti per inventare, partendo da queste, fatti, personaggi e trame complesse. Non solo, ma la sua creatività si propone di ricollegare il senso della narrazione all’attualità, rammentandoci i grandi problemi irrisolti dell’uomo e della nostra civiltà. Nessuno, infatti, può prescindere dall’affermazione del cristianesimo nel Tardo Impero, se vuole comprendere l’evoluzione della storia europea e della sua cultura. Lo schizzo storico del quarto secolo che l’autore ci consegna è in questo senso esemplare, anche se le sue scelte di poetica non si esauriscono certo nella raffigurazione di un’epoca drammatica, quella della tetrarchia, con tutte le sue contraddizioni e i suoi interrogativi ancora oggi di attualità, ma vanno ben oltre. Più in particolare, il viaggio del giovane Costantino diretto in Britannia, al capezzale di suo padre Costanzo Cloro, se innerva di sé l’intera narrazione, è anche il quadro in cui si innestano le vicende e soprattutto le psicologie di personaggi non secondari, come Costanzo, Elena, Aurelio, Doroteo o anche Barbara, i vissuti personali dei quali illustrano ampiamente il clima sociale dell’epoca e i suoi conflitti. In un racconto dal grande spessore storico-letterario, tali figure ricevono una caratterizzazione a tutto tondo e ci fanno intendere appieno il contesto in cui opera il protagonista, ben consapevole delle difficoltà a cui va incontro. In questa coralità di voci l’io narrante consegna al lettore ampie riflessioni a carattere filosofico che lasciano comprendere i motivi di fondo che muovono le tragedie personali dei personaggi. E il tutto viene espresso in una lingua ricca, elegante, ma priva di accademismi, come sempre accade nei testi dell’autore.

Gerardo Passannante, nelle risposte date alle tante domande rivoltegli dai partecipanti, ha saputo offrire molti altri spunti per la discussione e per l’analisi del suo romanzo.

L’autore conferma il suo concetto di romanzo storico, che prevede il rispetto delle fonti e un’invenzione che sfrutti i limiti e le lacune di ciò che è storicamente sicuro, per aggiungere liberamente particolari, eventi e riflessioni. I suoi modelli sono Tolstoj e Manzoni. Ciò vale per il rapporto tra il Costantino storico, della cui gioventù sappiamo poco, e il Costantino del romanzo, libero di muoversi tra le vicende che segnano la sua ascesa politica durante la crisi della tetrarchia. Nei volumi successivi al quinto il lettore ritroverà, come attestano le fonti storiografiche, l’autocrate dispotico capace di commettere dei veri e propri crimini, come l’uccisione di Crispo, suo figlio. Certo, su di lui emana da «Costantino» una luce di grandezza e di eroismo, ma questo giovane ambizioso, e in fondo crudele, è storicamente tutt’altro che un personaggio positivo.

Ma se c’è un tema che attraversa le tante vicende raccontate in tutto il ciclo, oltre a quello del potere, questo è l’amore, bene prezioso quanto corruttibile, soggetto ai capricci del destino e alla corrosione del tempo. Lo dimostrano i principali filoni narrativi: la fine dell’amore tra Diocleziano (personaggio più affine al sentire dell’autore rispetto a Costantino) e Prisca; l’idillio deluso tra la figlia Valeria (che nel proseguimento della narrazione assumerà grande rilievo) e il tribuno Aurelio (personaggio inventato tanto quanto il suo amore per Valeria); l’abbandono di Elena (la madre di Costantino) da parte del suo uomo, Costanzo. Il quale, morendo, ripensa con affetto e rimorso a lei, ma il figlio, più affezionato a lei che a lui, mantiene un certo distacco, esempio di come si intreccino nell’opera di Passannante i drammi privati e i grandi avvenimenti storici. Elena ormai odia Costanzo, mentre costui, rimasto fermo al ricordo di un tempo, ama una donna che esiste soltanto nella sua memoria. Egli non può essere cosciente dei mutamenti subiti da lei e, come detto, le dedica inutilmente, presente il figlio, i suoi ultimi pensieri. Costanzo, contrariamente ad Aurelio, è un personaggio storico, ma non sappiamo fino a qual punto si sia potuto pentire di aver abbandonato la sua donna, anche lei esistita (dopo la sua morte sarà sant’Elena): è in momenti come questo che si inserisce l’invenzione autoriale, capace di dipingere quadri emozionali insospettati. Altrettanto dicasi per la scena epica della morte dell’augusto, frutto di fantasia in mancanza di testimonianze che attestino qualcosa di diverso. È storico, inoltre, che Elena accompagnerà il figlio a corte, ma le vicende private relative al suo astio nei confronti della famiglia rivale della moglie di Costantino saranno in parte inventate.

Ma l’asse portante di tutto il «Declino degli dèi» è la filosofia di fondo che informa di sé non solo le riflessioni della voce narrante, ma anche il resto della narrazione: una concezione talmente pessimistica da rasentare il fatalismo, ma sempre coerente in tutto il ciclo. Lo stesso termine «declino» va inteso nel senso di «crepuscolo» (termine a cui l’autore ha rinunciato perché usato da Wagner): tutti i personaggi sono soggetti ai mutamenti dello scorrere del tempo, e cambiando loro stessi nel divenire delle cose, soggiacciono a quella che l’autore definisce “maledizione di Eraclito”. Ogni ascesa ha la sua decadenza, e questa è una legge ineludibile. I tormenti di Diocleziano, per esempio, hanno una duplice origine, il prevedibile insuccesso delle riforme della tetrarchia e il suo fallimento come marito e padre: ciò accade perché il tempo con il suo corso modifica tutto, inclusi i sentimenti, non solo le convinzioni o i rapporti di potere tra gli uomini. Anche l’amore, quindi, è soggetto al fluire degli eventi e alla regola eraclitea del «tutto scorre», rivelando la sua mancanza di sostanza (è la provocatoria dottrina di Giàmblico, che già nel primo volume influenza fortemente sia Prisca che Valeria).

Tornando al personaggio di Costantino, i tratti umani messi in luce nel libro di Passannante convivono con la sua sete di potere e con la sua mancanza di scrupoli, ma proprio da questa contraddizione deriva la sua credibilità narrativa. Inoltre, egli capisce l’utilità di impiegare il cristianesimo come “instrumentun regni”, guiderà il concilio di Nicea e strumentalizzerà la chiesa per i suoi fini politici. A dimostrazione di come gli uomini siano in balia dei capricci della sorte, la fraudolenta “donazione di Costantino”, paradossalmente, sovvertirà i rapporti di forza e permetterà la nascita del potere temporale del papato.

Riguardo alla motivazione che lo ha portato a intraprendere un cammino così lungo, quello del «Declino degli déi», l’autore rivela di aver tratto ispirazione dall’attentato alle torri gemelle; in questa occasione ha rivolto a se stesso una domanda: cosa può provocare nella vita degli uomini e nella Storia il fanatismo religioso? Anzi, a cosa ha potuto portare ai tempi del cristianesimo vincente (quello che ad Alessandria d’Egitto, per esempio, decise il martirio di Ippazia)? Passannante ritiene tutti i monoteismi passibili di violenze e atrocità commesse in nome di un dio unico che non può ammettere la coesistenza con altre divinità; l’integralismo, con il suo estremismo fanatico, è per lui intrinseco nel monoteismo e ciò verrebbe dimostrato anche dai comportamenti dei primi cristiani, non solo dei terroristi islamici di oggi. Da qui lo stimolo a ricreare, nell’arco di tutto il «Declino degli dèi», che non per niente termina con Giuliano l’Apostata, quell’ampio contesto storico-culturale che è stato la culla del cristianesimo religione dominante.

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