Haruki Murakami, Murakami (recensione), Recensioni

Il delicato passaggio all’età adulta in Norwegian Wood di Murakami (recensione di Maresa Schembri).

La potenza della memoria che insegue i ricordi per non abbandonarli all’oblio e il valore della scrittura che li cristallizza per renderli comprensibili, sono i temi che affiorano sin dalle primissime pagine del delicatissimo romanzo di Murakami, Norwegian wood, edito da Einaudi nel 1987.

Esso si presenta come un lungo flash-back del protagonista e voce narrante Watanabe che, ormai trentasettenne, fa un salto temporale all’indietro per rivivere, raccontandoli, episodi della sua vita che lo hanno profondamente segnato. Intorno a lui ruotano due figure femminili, Naoko e Midori, da cui è attratto e che si rivelano fondamentali per affrontare il passaggio delicato all’età adulta, battezzandolo alla maturità attraverso un doloroso ma inevitabile rito di iniziazione. 

Uno dei modi attraverso cui Watanabe passa dall’essere adolescente all’essere uomo è la sessualità, narrata con innocenza, con dovizia di particolari, con descrizioni tecniche che, però, non trasudano mai di passione o di erotismo. Infatti, le numerose scene in cui il protagonista si trova coinvolto in un rapporto sessuale, o nel suo tentativo, non lasciano spazio apathos, piuttosto sembrano una sperimentazione, a volte scientifica e necessaria, che porta lui e le ragazze coinvolte ad una maggiorepresa di coscienzadi sé. Non ci sono cesure o limiti ai dettagli che Murakami narra presentando l’amore carnale in tutte le sue forme: quello eterosessuale tra Watanabe e le ragazze; quello omosessuale tra Reiko, compagna e amica di Naoko nella casa di cura, e la sua allieva; quello scambista tra il protagonista e il suo stravagante amico Nagasawa. 

Questo dire, a tratti provocatorio, sul sesso libero si cala perfettamente nel clima storico-politico del Giappone alla fine degli anni sessanta, periodo in cui è ambientata la narrazione, con le rivoluzioni studentesche e con il ribaltamento di ogni totalitarismo. I tumulti all’università forniscono, infatti, un riferimento cronologico preciso, delimitato tra il 1968 e il 1970. Il collegio dove studia Watanabe è sorretto da una figura di estrema destra il cui obiettivo era quello di “formare uomini capaci, utili allo stato” e gli studenti, di contro, si ribellavano attraverso il boicottaggio delle elezioni-truffa del rettore, attraverso lo sciopero e attraverso lo sconvolgimento del sistema imperiale. 

Il concetto di tempo si sviluppa parallelamente a quello dei ricordi: a volte la sua percezione si dilata, a volte sembra fissarsi in un preciso momento. La memoria fa riaffiorare particolari che, nel momento in cui sono stati vissuti, non sono stati messi a fuoco. Pertanto il suo compito è quello di mantenere in vita, in uno spazio non più fisico ma psicologico, ciò che è oggettivamente morto, consapevoleche le emozioni legate al passato non possono essere più rivissute se non nel loro ricordo. Ma con il passare degli anni il tempo si allunga sempre di più. E così se prima a Watanabe “bastavano cinque secondi per ricordare Naoko, i cinque secondi sono diventati dieci, poi trenta, poi un minuto”. E qui entra in gioco la funzione della scrittura, “contenitore imperfetto” che può essere riempito soltanto da ciò che conserva la memoria, i ricordi appunto. A supporto dell’importanza della scrittura all’interno del romanzo, in cui prende forma attraverso le molteplici lettere che si scrivono i personaggi, Murakami fa coincidere il peggioramento delle condizioni psichiche di Naoko con l’impossibilità di scegliere le parole per scrivere a Watanabe. La difficoltà ad esprimersi, dunque, è il primo effetto della malattia di Naoko. Con sapiente maestria lo scrittore si serve di una scrittura quasi impalpabile ma carica di una grande efficacia simbolica, per monitorare le varie tappe della formazione del protagonista, attraverso una grande compostezza stilistica espressa nella delicatezza dei dettagli che ingentilisce la prosa. 

Impregnato da un costante senso di nostalgia, Norwegian woodè un romanzo di formazione in cui i personaggi sono inesorabilmente attratti verso la distruzione. La morte, infatti, è il filo rosso che attraversa la narrazione. E’ presente fin dalle prime pagine, dove lo stesso protagonista informa il lettore del suicidio del suo migliore amico, Kizuki; innerva la storia con altri racconti nefasti come quello della madre e del padre di Midori che la giovane affronta con stoica indifferenza in pagine caratterizzate da una immediatezza sconcertante, senza filtri emotivi, come se i fatti non la riguardassero da vicino; e poi c’è il suicidio di Naoko, introdotto all’improvviso come un dato di fatto di fronte al quale il lettore si trova e a quelli della sorella e dello zio della stessa. I legami, allora, sono tutti vissuti sul filo tra la vita e la morte, in un’altalena costante alla quale non si è in grado di opporsi. Tutti i suicidi avvengono in giovane età, non concedendo, in tal modo, ai soggetti coinvoltila possibilità di diventare adulti. A questo flusso si oppone, però, Watanabe il cui pensiero subisce un’evoluzione. Infatti, in principio era convinto che “un giorno prima o poi la morte allungherà le sue mani su di noi. Ne consegue che fino a quando ciò non avverrà essa non potrà toccarci in nessun modo […] La vita di qua, la morte di là”. Ma dopo il suicidio del suo amico, la sua percezione relativa alla morte cambia. Tanto è vero che la morte di Kizuki aveva afferrato anche lui portandolo alla conclusione che la morte non è opposta alla vita ma si insinua lentamente tra le sue pieghe, corrodendola. Dunque, vita e morte si abbracciano in uno sposalizio che li rende elementi costituenti l’uno dell’altro. Diventare adulti, perciò, significa anche prendere coscienza e responsabilità di questo connubio. Se Watanabe vuole crescere e diventare un uomo, non può oscillare in eterno tra i diciassette e i diciotto anni, come lui stesso avrebbe voluto. Lui ha scelto di vivere e questo è il prezzo da pagare.

Murakami impreziosisce il racconto con richiami musicali e letterari. Già il titolo del romanzo, Norwegian wood, è anche quello di una canzone dei Beatles che ritorna spesso all’interno della narrazione. Pubblicato in Italia nel 1993 con il titolo Tokyo Blues, che nella nuova edizione resta come sottotitolo, nel romanzo la musica è lo sfondo degli eventi, è l’imput che permette a Watanabe di ricordare. Anche i riferimenti letterari donano un sostrato colto al testo in cui, nel post scriptum, lo scrittore dichiara esplicitamente che “questo libro per lui è molto personale allo stesso modo per cui lo sono le opere di Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte eIl grande Gatsby, quest’ultimo citato più volte.

E ancora, quando Watanabe si reca in ospedale per visitare il morente padre di Midori, intavola una conversazione con lui sull’importanza della tragedia greca, che in fondo altro non è che lo specchio del dramma umano della vita. Ma, mentre nella tragedia vi è il deus ex machina che interviene “a mettere tutto al suo posto”, nella realtà ci si salva donando a se stessi l’unica possibilità di evolversi e di maturare che consiste, appunto, nel vivere la vita con tutti i suoi risvolti, abbracciandola in ogni sua fase, in ogni suo aspetto, in ogni suo colore. In questo senso, Norwegian wood è un inno alla vita perché, sebbene pervaso da lutti e damorti, queste catastrofi sono bilanciate sapientemente dalla forza vitale dell’eros, dalla musica e, infine, dalla scelta del protagonista di diventare adulto, superando così quella fase di transizione dolorosa ma necessaria per crescere, consapevole che, come nel tao, il bianco e il nero, così come la vita e la morte, non sono completamente separati ma convivono e si compenetrano. 

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