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IL QUATTORDICESIMO INCONTRO DEL CAFFÈ LETTERARIO: BRYAN STEVENSON, «IL DIRITTO DI OPPORSI» E IL RAZZISMO (18 settembre 2020, zoom.us)

Pubblicato in Italia nel 2020 per i tipi di Fazi Editore, «Il diritto di opporsi. Una storia di giustizia e redenzione» di Bryan Stevenson è un romanzo-testimonianza intenso e drammaticamente attuale.

Riunito in un incontro digitale su Zoom, i lettori del Caffè Letterario di Zurigo hanno esaminato e discusso un libro importante, un vero best-seller, a cui recentemente è stato dedicato un film di successo dallo stesso titolo. L’autore è un avvocato, le vicende narrate sono vere e sono state vissute da lui in prima persona: si tratta di un’autobiografia drammatica e sincera, un libro di denuncia nei confronti di un sistema giudiziario, quello statunitense, che non riesce ad garantire giustizia in un paese segnato dal razzismo e da un uso spregiudicato della pena di morte. L’autore fa parte di un’organizzazione che difende i diritti dei detenuti rinchiusi nel braccio della morte in Alabama e che lotta contro l’incarcerazione di massa dei neri, una realtà aspra, tragica e pericolosa per la stessa tenuta democratica degli States (l’unico paese al mondo a condannare i bambini all’ergastolo).

L’attivismo dell’avvocato Stevenson, anch’egli un nero, difende i diritti calpestati dei suoi assistiti per evitare esecuzioni (elettrocuzioni) ingiustificate e altre pene comminate in modo assurdo, ai limiti della legalità, se non francamente illegali (per esempio, con false testimonianze). Stevenson segue diversi casi, molti dei quali si concludono con la sentenza capitale, ma il caso al centro della sua attenzione, quello di Walter Mc Millian, innocente del delitto per il quale è stato condannato, si conclude in modo meno tragico.

Il sagace resoconto dell’autore, dotato di una buona tecnica narrativa, è preciso e dettagliato anche nelle argomentazioni giuridiche. È ben lontano dalle narrazioni cinematografiche a lieto fine come «Il buio oltre la siepe» (citato nel primo capitolo), ma è pervaso da un senso di umanità profondo, pieno di un’empatia per le vittime dell’ingiustizia che “contagia” facilmente il lettore. Pur non essendo un testo prettamente letterario, l’autore riesce infatti a commuoverlo e a risvegliarne la coscienza, infondendo in lui un filo di speranza e di ottimismo: In questa oscurità c’è pure della luce / Ognuno di noi è ben di più dell’atto peggiore che possiamo aver commesso. Soprattutto la parte conclusiva del testo ribadisce la necessità di una battaglia mirata ad arginare la catena di ingiustizie commesse ai danni di chi ha come unica colpa un diverso colore della pelle e ha il torto di appartenere alla parte più umile della società. Secondo l’autore, la vera misura del nostro carattere è data dal modo in cui trattiamo i poveri, gli svantaggiati, gli accusati, i carcerati e i condannati. L’assenza di compassione è una delle colpe più gravi di una società segnata dagli abusi del razzismo e dalle diseguaglianze, ma il significato più importante del libro è il valore della giustizia, considerata l’unico antidoto alla povertà.

A questa analisi ha fatto seguito un’approfondita discussione sul razzismo, tema principale del testo. Tutti hanno riconosciuto il valore documentale del libro (una testimonianza valida per i futuri manuali di storia!), che mediante l’esame dei vari casi giudiziari disegna i contorni di una vera e propria persecuzione compiuta dalle istituzioni dello Stato nei confronti dei neri. Il razzismo americano è un fenomeno tanto radicato ed efferato da far pensare talora a una determinata e generalizzata volontà di annientamento degli afroamericani.  Ma si tratta soprattutto del portato storico di un cammino iniziato con un genocidio, quello dei pellerossa, e con la tratta degli schiavi nel triangolo geografico Europa-Africa-Americhe; il razzismo non sarebbe neppure pensabile senza questi eventi, che hanno creato, tra l’altro, lo stereotipo dell’afroamericano sensuale e incline alla violenza e al crimine. Il resto lo ha fatto la legge capitalistica del profitto, per esempio con le privatizzazioni delle carceri, e la corruzione del sistema giudiziario. Il romanzo mostra chiaramente come le leggi, per quanto conformi allo Stato di Diritto e alle regole della democrazia, siano state spesso aggirate o piegate con malevolenza a scapito della minoranza non bianca. La storia insegna che una legislazione ispirata al razzismo necessita di leggi speciali, come quelle italiane del 1938, ma per fortuna questa non è la situazione degli Stati Uniti. I neri statunitensi hanno risposto al razzismo in vari modi, cercando una dimensione identitaria (la negritudine) e lottando per i loro diritti in modo a volte pacifico (come Martin Luther King), a volte violento (Malcom X). L’ultima soluzione, ovviamente, è meno preferibile.

Tutti i presenti si augurano che in futuro gli Stati Uniti smettano di amministrare la giustizia in una maniera che ci ricorda una sorta di “vendetta privata” compiuta a scapito di una minoranza, quella nera, a cui troppe volte si è promesso invano di mettere fine alla sua segregazione e soggezione.

I fatti narrati da Stevenson risalgono agli anni Ottanta, ma l’attualità più recente, con la presidenza Trump, mostra chiaramente quanto questi problemi non siano stati risolti.

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