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IN CAMMINO PER STANARE DIO (recensione di «Abbronzati a sinistra» di Elio Paoloni, a cura di Maresa Schembri e Vittorio Panicara)

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Nel 2019 la casa editrice Melville pubblica con il titolo Abbronzati a sinistra le memorie di un viaggio compiuto dall’autore salentino Elio Paoloni, già autore, fra gli altri, di libri come Sostanze e Piramidi. In modo particolare, si tratta del racconto di un pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, narrato in prima persona dallo scrittore che lo intraprende insieme alla moglie e ad altri amici; questi ultimi, che ruotano intorno alla voce narrante, sono strumenti di cui Paoloni si serve nella tela narrativa, per finalità esclusivamente descrittive. Infatti, il nucleo del racconto è il viaggio materiale e spirituale del protagonista e delle sue implicazioni morali.

A ben guardare, però, quello che apparentemente sembra un normale diario di viaggio (di pellegrini che vanno sempre nella stessa direzione e che per questo hanno sempre il sole a sinistra), si rivela, in realtà, un’occasione per dare voce alle riflessioni del narratore che, tra il serio e il faceto, si abbandona a considerazioni di carattere religioso ed esistenziale, spesso ironiche o dissacranti.

Si consideri a questo riguardo l’insolito e paradossale incipit:

Tonda, sonora, sillabata: è con una sacrosanta bestemmia che comincia il santo viaggio.

Il racconto è un’altalena tra l’atteggiamento conservatore del parzialmente ateo Paoloni e i suoi tentativi di apertura ai precetti religiosi, tra il palese proposito di affidarsi alla fede e la sua intrinseca impossibilità dettata dallo scetticismo di fondo. È con sorprendente avvilimento che il narratore pronuncia parole fredde e taglienti come le seguenti:

Quando c’è di mezzo la religione, o, peggio ancora, la new age, di solito viene a galla solo l’arcadia. Ma anche a non voler esagerare con le ricerche si può comprendere che accapigliarsi tra compagni è tappa fondamentale del percorso, iniziazione più efficace della benedizione in cattedrale.

Probabilmente tutto il viaggio è uno sforzo razionale di trovare risposte a quesiti di antica marca spirituale, una ricerca di senso, insomma. Affrontare privazioni e macinare chilometri lungo strade talvolta impervie significa, pertanto, addentrarsi lungo i cammini interiori, vuol dire imparare a conoscersi meglio. Infatti, leggere questo reportage-romanzo lascia l’impressione che l’autore oscilli costantemente nel pellegrinaggio, metafora della vita stessa, tra la fede e il dubbio, tra la voglia di annullarsi in Dio e la sua abnegazione. Un centrifugato di diffidenza, di titubanza, in cui il credo cristiano è profondamente messo in discussione.

Il dubbio, coltivato con premura, quasi con affetto, è sempre stato un vanto; la massima virtù. Il dubbio è il tratto distintivo del raziocinio. È lo scanner dell’uomo consapevole, ed è la postura che va insegnata ai nostri bambini.

Il dubbio cammina a fianco della razionalità che non sempre è amica della fede. Perché, in fin dei conti, chi crede non reclama dimostrazioni, non ha bisogno di prove che attestino l’esistenza di Dio. Il suo credo si sostiene da solo. In queste pagine, invece, emerge a gran voce l’esigenza dello scrittore di provare a se stesso l’esistenza di un essere onnipotente, e questo per un bisogno di salvezza, di redenzione. Non si può credere soltanto al male (nel testo è spesso presente la figura del Diavolo, più concreta che mai, e se esiste lui deve esistere anche Dio…), ma connaturata all’uomo c’è l’urgenza intima e irrazionale di credere in Altro, in un qualcosa che dia una speranza di riscatto.

In una pagina notevole sotto diversi punti di vista, la riflessione dell’io narrante si inerpica per sentieri aspri, ostici. Non è un problema seguire i precetti della Chiesa, afferma, o comportarsi come se Dio indubitabilmente esistesse (e cita l’argomento della scommessa di Pascal), ma…

Ma l’angoscia è l’angoscia e quando si avvicina la fine non ti basta considerare che hai vissuto bene. Hai bisogno di sapere che l’eternità ti attende. Vuoi conoscere il tipo di quiescenza che ti è riservato. Non ti basta il depliant apprestato dalla Chiesa, vorresti il feedback della community di viaggiatori, insomma le palline di TripAdvisor, le recensioni di chi vi ha dimorato.

E il tempo non è una coordinata orizzontale a cui fa seguito un noioso Paradiso:

Al catechismo nessuno di noi aspirava al Paradiso: quella cosa che comincia dopo la morte, da un’altra parte, e va avanti senza interruzione, senza fine. Giorno dopo giorno a contemplare la luce, senza neppure i comfort sensuali dei maomettani. Che palle. No, io sapevo che l’eternità è un’altra cosa: è verticale, anzi puntiforme. Non si snoda, è compressa. È, sì, tutti gli infiniti istanti, ma in un istante solo. È la dilatazione infinita ma inavvertibile dell’Istante. L’eternità non consiste in una vagonata di tempo ma nella sua assenza.

La salvezza, dunque, consiste nell’annullarsi del tempo. Citando Cioran, l’io narrante ci avverte che l’eternità ci circonda: è un regno dei Cieli fatto di istanti che cogliamo in momenti tipici della giovane età, felici quanto illusori. Dunque, il Camino non conta per il suo risultato, che sarà in ogni caso deludente, ma come spostamento continuo e autosufficiente che trova in se stesso in quanto viaggio la sua ragion d’essere.

Ciò risulta dalla continua auto-analisi dell’Io, una voce che “è” l’autore e che quasi soffoca la stessa narrazione:

Io invece resto fregato dall’onestà intellettuale: quando sto bene tendo a credere, ma quando l’ipocondria mi fa sentire vicina la fine, una miserabile fine, mi insulto, ravvisando come consolatorie e infondate le speranze nell’aldilà. Non potrei essere come tutti gli altri, i miserabili coglioni che quando stanno bene se ne fottono e alla fine si ravvedono e muoiono compunti e felici?

Paoloni incarna l’irrequietezza insita nell’essere umano e questo suo non abbracciare fino in fondo né il culto religioso né, al suo opposto, l’ateismo, lo distanzia dalle caratteristiche tipiche della letteratura di viaggio. Resta, perciò, balenante tra sentimenti contrastanti che esprime con una lingua immediata, poco studiata, colloquiale, a tratti farcita di citazioni colte che lasciano trasparire una buona familiarità con autori di un certo calibro. L’ironia, di cui lo scrittore si serve per alleggerire la portata argomentativa, cede spesso il passo a toni mordaci e sferzanti.

Dio non ripara tutti i torti come ha fatto con Giobbe e noi uomini abbiamo imparato fin troppo bene il sacrificio e la sofferenza, così riflette l’Io, che poi aggiunge:

A questo punto comincio a dire Buen Camino ai miei compagni:

– Cazzo, lo diciamo a cani e porci in ogni momento e non lo auguriamo mai ai nostri compagni più cari? Buen Camino. Ce lo ripetiamo più volte.

In quest’ultimo esempio si può notare una costante stilistica di Paoloni: non appena imposta una riflessione sui grandi temi della vita e della morte, dell’esistenza di Dio, del bene e del male, evita di concluderla e lascia aperto il problema. Si immerge allora in descrizioni particolareggiate dei luoghi del viaggio che suonano più come riempitivi che come espressione di vera necessità narrativa, oppure si rifugia in un narrato dal registro basso, magari ricorrendo ai volgarismi:

Dal fondo della navata, intimidito, indegno, mi risolvo a formulare un tutti nella richiesta di perdono, sforzandomi, da cristiano, di includere anche i più odiosi, dalle albergatrici stronze ai crucchi spocchiosi, che poi sono le figure più vivide in questo momento. Recito le due preghiere fondamentali, che dette qui dovrebbero avere più peso e mi scordo pure le parole. […] Non credo che mi interessi confessarmi, tutto il tragitto è stata una ininterrotta confessione.

La prosa dell’autore è varia, soprattutto nel lessico, ma qualche tratto costante pare evidente. In genere rifiuta le grandi costruzioni sintattiche e si avvale di frasi paratattiche, anche brevi, a favore di un ordito testuale più semplice; vuole l’empatia di un lettore poco abituato a percorsi logici tortuosi e all’argomentazione complessa, ma si è proposto di affrontare le tematiche più profonde dell’esistenza e il suo compito diventa così più arduo, inficiando la riuscita comunicativa del suo romanzo.

Paoloni, in sintesi, consegna alle stampe un libro che inizia con un percorso lineare, ossia quello fisico, del pellegrinaggio che lo porta a Santiago e poi, via via nel corpus del testo, finisce con l’intersecarsi con un cammino più intimo, circolare, ovvero il viaggio  soggettivo, introspettivo, conferendo in tal modo una nuova semantica al senso di tutta l’esperienza vissuta.

Il finale ci restituisce un Io autoriale insipiente, ed è una sorpresa, data la sua consueta  invadente onniscienza, a dimostrazione, però, della circolarità di un itinerario che mai è uscito dal Sé dell’autore:

Non so come rivolgermi a Lui. Mi è sembrato, in questi giorni, di sentire la Sua presenza, intrattenendoLo in colloqui serrati, per nulla scettici, ma ora mi sembra di ospitare nuovamente il demone del cerebrale incredulo.

 

 

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