Anna Maria Ortese, Caffè Letterario, Letteratura italiana, lettura, Ortese (recensione)

IL DODICESIMO APPUNTAMENTO DEL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO: «L’INFANTA SEPOLTA» DI ANNA MARIA ORTESE (di Vittorio Panicara).

P1010328Le opere di Anna Maria Ortese hanno spesso suscitato discussioni, tra entusiasmi, da una parte, e critiche, dall’altra, e questo per svariati motivi, ma tutti riconducibili al particolare modo di scrivere dell’autrice. Non ha fatto eccezione l’incontro tra i lettori del Caffè .Letterario di Zurigo, il 28 febbraio 2020, commentando «L’Infanta sepolta».

Una scrittrice incompresa e sottovalutata, o una donna che trovava nelle lettere una compensazione ai dolori della vita, con esiti artistici incostanti e non sempre apprezzabili?  Questi i termini del dilemma. La scrittura era senza dubbio un conforto per la Ortese, ma il problema è semmai sempre stato quello di appurare se a questa compensazione corrispondesse una produzione letteraria così elevata quanto avrebbe desiderato la stessa autrice.

La sua seconda raccolta, «L’Infanta sepolta», pubblicata a Milano nel 1950, riportava i suoi racconti scritti nella seconda metà degli anni Quaranta, redatti in momenti diversi e con motivazioni molto varie. Ciò spiega l’estrema eterogeneità di temi e di stili e la suddivisione in tre parti: la prima caratterizzata da momenti visionari e onirici, la seconda più autobiografica, la terza, più realistica, dedicata a Napoli. La sua prosa, spesso enigmatica e oscura, pare voler nascondere più che rivelare  una realtà più che mai sfuggente alla razionalità umana e sempre vinta dalla fantasia. Il disagio esistenziale e la malinconia dell’autrice pervadono ogni angolo della narrazione, la piegano alla soggettività in ogni suo momento e veicolano il dolore del mondo a scapito di un realismo mai del tutto accettato, come mostrano persino le ricchissime descrizioni. L’originalità della Ortese si evince bene dalle scelte espressive e stilistiche, in cui la forma si adegua alla materia trattata e si sovrappone ad essa con ridondanze a volte quasi ossessive e con tratti soprattutto visivi, quasi pittorici. La scrittura è raffinata, quasi barocca, come l’autrice aveva appreso dall’esperienza artistica della Scuola di Toledo (il racconto eponimo conserva tale « sapore ispanico »). Ma la riflessione sulla lingua della Ortese la porta a scelte molto diversificate, quali è possibile riscontrare in ognuna delle tre sezioni.

puntp encuentro

La ricezione del testo fra i lettori del Caffè è stata diversa a seconda dei casi, a conferma degli effetti anche contraddittori che l’autrice provoca in genere fra i suoi lettori. All’entusiasmo di alcuni ha fatto riscontro, all’opposto, la critica più netta di altri, che hanno fatto fatica persino a concludere la lettura del libro. Molti rimproverano all’opera i toni eccessivi scelti dall’autrice in quasi tutti i suoi racconti. Nessuno nega l’impegno letterario della Ortese e anche il ruolo negativo che hanno avuto su di lei le vicende della sua vita, ma molti non hanno gradito l’estrema emotività di molte pagine e la distopia veicolata dai contenuti. Del resto, la conoscenza della biografia di un autore non dovrebbe essere necessaria per comprendere un libro. È stata fatta notare anche la mancanza di unità del testo, con racconti tra loro diseguali anche come resa estetica, ma la raccolta rappresenta un momento di passaggio, una sorta di prova letteraria, in vista di componimenti più impegnativi e coerenti quanto a poetica. I difetti di struttura de «L’Infanta sepolta» non si riscontrano, infatti, nei romanzi della maturità. Nella raccolta in esame, alla dimensione onirica e visionaria dei primi testi fa da contrappunto il realismo dei racconti napoletani, che mostrano meglio la forza rappresentativa della Ortese. Una critica condivisa riguarda la ridondanza espressiva tipica della prima parte e la vaghezza della narrazione, priva di ancoraggio spazio-temporale. L’impressionismo estetizzante dell’autrice, che ha sconcertato molti lettori del gruppo con l’ossessione per l’aggettivazione e con il continuo riferimento ai colori (estremo l’esempio delle prime due pagine di «Supplizio»), scaturisce dal mondo emozionale dell’io narrante, che è la diretta proiezione dell’istanza autoriale. In questi testi della Ortese il lettore viene «inglobato», quasi imprigionato, nel suo mondo emozionale e non può (o deve)  uscirne. Per di più è difficile riscontrare un vero e proprio vigore argomentativo nel discorso dell’autrice. La poetica degli « occhi obliqui », di chi cioè non può fare a meno di sfuggire al male del mondo – evidente nel racconto che riporta tale espressione nel titolo – sarà il motivo comune delle opere della Ortese, ma ne «L’Infanta sepolta» non può dirsi ancora compiuta.

Se letteratura è anche educazione ai sentimenti, la Ortese in queste pagine cerca indubbiamente di realizzare una meta così nobile, ma esagera in una sorta di «effluvio» emotivo che è anche lo sfogo di un animo esacerbato dalla sofferenza. Ciò spiega la prolissità espressiva dei testi e un modo di scrivere, come detto, un po’ eccessivo, che può deludere le attese del lettore poco abituato alla prepotente irruzione dell’irrealtà nella realtà, nella narrazione come nella vita.

 

 

1 pensiero su “IL DODICESIMO APPUNTAMENTO DEL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO: «L’INFANTA SEPOLTA» DI ANNA MARIA ORTESE (di Vittorio Panicara).”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...