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Il sonno fantabiologico ne “Il dormiveglia” di Giuseppe Bonaviri (recensione di Maresa Schembri)

il-dormiveglia

Per maggiore chiarezza, debbo dire che Epaminonda, negli articoli pubblicati negli Stati Uniti, con l’ausilio di Cooper sosteneva con un linguaggio barocco che ogni cosa, persino la rosa, il cardellino e l’agnello che prega Gesù, come ultimo fine, hanno il dormiveglia, da lui chiamato presonno. Di modo che, per il mio amico, al di fuori del dormiveglia, che definiva nero fiume che vortica, non ci sono ambiguità, angor, o piacere.

Queste parole, tratte dal romanzo di Giuseppe Bonaviri, Il dormiveglia, edito da Mondadori nel 1988, focalizzano l’attenzione del lettore sul tema affrontato nel romanzo: il dormiveglia, appunto, termine con il quale comunemente si intende lo stadio intermedio tra il sonno e la veglia. Nell’opera, che è a metà strada tra la trattazione scientifica e la fantasia poetica, lo scrittore muove dall’indagine scientifica sulla natura del dormiveglia per costruire un universo lirico – surreale in cui le più avanzate ipotesi della ricerca sul fenomeno del sonno si intrecciano ad arcaiche tradizioni, ricordi d’infanzia, visioni di paesaggi strani ed esotici, apparizioni dell’aldilà. Ma il dormiveglia bonaviriano non è una scienza dell’interpretazione dei sogni, perché lo scrittore si concentra sullo stadio pre-onirico, quando ancora ossessioni e fobie della vita quotidiana continuano ad invadere la nostra psiche, incrociandosi gradatamente con impulsi involontari e sconosciuti.

Il romanzo si articola intorno al viaggio compiuto da quattro studiosi dei fenomeni del presonno e del sonno: il biologo americano Joseph Cooper, il fisico Gutenberg, lo scienziato italiano Epaminonda e il suo discepolo Mercoledì, voce narrante, a cui si aggiungono il selenologo cinese Li Po e Zaid. Come spesso accade nelle opere bonaviriane, il viaggio ha un valore simbolico ed è teso alla comprensione di se stessi. I protagonisti si spostano dalla Sicilia a Roma, alla Cina e la sequenza delle avventure dall’Oceano Pacifico, all’India, all’Arabia finisce con un altissimo volo sulla Luna. Sul satellite terrestre incontrano Gagarin che li ospita nel suo abitacolo artificiale; egli assiste gli studiosi nelle loro rilevazioni e ricerche, volte soprattutto a studiare i fenomeni dell’eclissi lunare connessi con il dormiveglia. Durante l’eclissi, però, a causa di un sisma, Li Po e Zaid precipitano in un baratro in cui vengono ingoiati e dissolti. Tornati sulla terra, gli studiosi si fermano a New York, dove Cooper mostra loro il suo archivio, in cui sono registrati i pre- sogni e i sogni di migliaia di individui e illustra i suoi esperimenti per il trapianto dei sogni, tesi alla creazione dell’uomo ideale. Il romanzo si chiude, infatti, con una breve sezione scientifica intitolata Osservazioni teoriche sul dormiveglia, scritta da Epaminonda durante le sue straordinarie vicende.

Il tratto caratterizzante dell’opera è quello di presentare un apprendimento itinerante. Quasi tutti i prodotti letterari dello scrittore siciliano propongono dei viaggi in direzioni opposte: un viaggio fisico in direzione cronologica e uno spirituale verso il passato. E spesso questi percorsi si muovono essenzialmente nei labirinti interiori dell’uomo. Il viaggio de Il dormiveglia riprende alcuni di questi itinerari; esso è un segno di inquietudine, è una ricerca di conoscenza e di arricchimento spirituale, è una sorta di peregrinazione conoscitiva:

Come un andare per il mondo non per raggiungere una meta precisa ma come un vagare per nessuna ragione, spinto da ragioni o, meglio, da istinti profondi esistenziali. Ogni cosa si muove: la cellula – ameba, il raggio di luce, la nostra mente.

Qui il viaggio è concepito come un sogno e inizia a Mineo, paese natale dello scrittore, epicentro del cosmo, simbolo di una mitologia popolare e di una sapienza millenaria, agreste e scientifica insieme. Ma Mineo è anche un “palcoscenico del sogno” che domina l’apertura dell’opera, dove i personaggi danno inizio alle loro ricerche.

Per loro il dormiveglia è una zona di confine tra realtà e irrealtà, della quale vorrebbero capire la natura. Essi vengono attirati dalle teorie dell’americano Cooper, secondo il quale i presogni hanno origine dalla mente, sede del pensiero razionale, sotto lo stimolo di energie nervose, e si proiettano sull’epidermide. Indagare il pensiero è un modo per approfondire l’immensa complessità della psiche umana. Il pensiero notturno, infatti, non si svolge secondo meccanismi razionali; la sua caratteristica di fondo “è la capacità di pescare, nel mare dei ricordi, le cose più lontane e impreviste. Bisogna, però, sapere galleggiare su se stessi come pesci sulle onde del mare”.
Prendendo impulso dagli spostamenti previsti dal viaggio, la ricerca dei personaggi indaga anche la problematica del tempo, inteso, nel dormiveglia, come un’oscura percezione di qualcosa che scorre e che infonde nell’essere umano un senso di irrequietezza. Il dormiveglia può richiamare suggestioni olfattive, visive, acustiche, tattili, percettive; può evocare stagioni, paesaggi, odori, persone, età; esso può risvegliare un tempo passato, una vita primordiale, sentimenti di memorie millenarie che, in questo stadio psichico, vengono sommersi dalle ossessioni proprie di ogni essere umano:

La memoria del dormiveglia è diversa da quella corrente. Questa è lineare, ha una successione logica di emersioni mnemoniche; quella, no. E’ dispersiva, entropica come entropico è il mondo. Puoi paragonarla ad un uomo che, solo, pesca in un lago e prende i pesci, e gli oggetti più imprevisti. Non c’è rigore logico.

Il tempo biologico, dunque, nella dimensione onirica, non coincide necessariamente con il tempo cronologico perché quest’ultimo è simile ad un conato che si estende all’infinito; infatti, dato che il dormiveglia è un momento in cui sogno e realtà si fondono in un’unica dimensione, la psiche subisce un disorientamento temporale. Molto spesso questo stato confusionale fa avvertire fatti remoti come recenti e viceversa, intrecciando così presente e passato.

Nelle precedenti opere bonaviriane, come ad esempio Martedina, il personaggio fatto di memorie evoca i suoi infiniti ricordi in stati di razionalità, di veglia, di infermità, di deliri, di agonia. Ne Il dormiveglia il narratore Mercoledì è il personaggio-ricordo per eccellenza. La sua memoria si evolve in modo parallelo a quello scandito dall’itinerario della ricerca. Per lui il ricordo è, nello stesso tempo, razionalità e irrazionalità, realtà e fantasia, storia e metastoria, recupero del passato, di una realtà arcana e arcaica e perfino di presagi del futuro. La sua rievocazione si satura di tenerezza, di affetto, di nostalgia come accade sempre ai personaggi autobiografici di Bonaviri, che utilizzano liricamente ogni ricordo dell’esperienza dell’autore.

Vi voglio confessare le esperienze avute dopo la morte di mio padre, avvenuta nel marzo 1964 a seguito di emorragia cerebrale. Ma vi devo per forza premettere delle notizie. Da sei anni, infatti, lavoravo come assistente medico nell’ospedale di Frosinone. […] Vi venivano ricoverati molti ammalati. I vecchi e i bambini più gravi morivano quando scoccava lugubre la mezzanotte dai campanili, o sull’alba che si invetrava bianca ai vetri. Facevo un turno bisettimanale di guardia medica di circa trenta ore. […] La sera in cui mio padre moriva, erano venuti a battere contro i vetri dell’ospedale degli storni e dei passeri bianchi. Quando mio padre era in agonia, in corsia moriva un bambino con leucemia mieloide acuta, e l’ombra delle sue mani era enormemente proiettata sul muro grigio scrostato per i riflessi dell’ultimo crepuscolo.

Il fiume dei ricordi” scorre inarrestabilmente in Mercoledì, sia consapevolmente che inconsciamente. E con il procedere del viaggio egli riesce ad accendere la memoria in tutti i suoi compagni, causando struggenti nostalgie:

Ma poiché abbiamo stabilito di abbandonarci al flusso delle memorie che questa avventura suscita in noi, vi dico che queste gocce mi ricordano i mesi di siccità in Sicilia e nel Sud d’Italia.

E’ importante notare, infatti, che la voce di Mercoledì rievoca soprattutto la realtà di Mineo, senza luce elettrica, con la miseria, la siccità e le donne che sognano l’acqua. Né diversi da quelli di Mercoledì sono i ricordi degli altri personaggi: infatti, tutti attingono all’universo siciliano. Per fare soltanto un esempio, a Roma Li Po si innamora di una giovane danzatrice di Addis Abeba, Zaid, a cui Bonaviri conferisce alcuni attributi della propria figlia Pina.

L’idillio d’amore, però, si scioglie in tragedia quando, sulla luna, i due giovani precipitano in un burrone e il loro precipitare nell’abisso, in una sorte di morte che riemerge nella vita cosmica, sembra un dormiveglia in cui si affollano pensieri e sensazioni di smarrimento e di disintegrazione.

La Zaid africana usa spesso l’immagine dell’ombra perché crede che ogni individuo abbia più identità, che in essa si riflettono. Soprattutto nel sogno, diventa consapevole della propria scissione e delle infinite metamorfosi della sua identità: “Una notte, in dormiveglia, per sensazioni che mi nascevano dai seni, diventai un pavone. […] Si è vista pavone; tigre; la professoressa”. Joseph Cooper, il biologo americano, voce dello scibile esotico dell’universo, usa il linguaggio scientifico del dormiveglia; anche se alcune sue congetture restano nell’oscurità, egli vuole capire a fondo il complesso e misterioso mondo del sogno, da lui considerato un tentativo di evadere da tutto ciò che ci circonda. Egli guida il gruppo di studiosi fino all’approdo a New York, dove si concluderà l’avventura del romanzo; una New York anch’ essa surrealisticamente e oniricamente trasformata da caratteristiche ciociare e mineole oltre che provvista non solo di grattacieli ma anche di “gratta-terra”.

Cooper […] ci pregò di seguirlo nell’ascensore. Che invece di salire, discese per circa un’ora. […] Ci accorgemmo di trovarci nel sottosuolo. Non seppi precisare a quale profondità. Accanto a noi vedemmo una costruzione di notevoli dimensioni. Cooper con un sorriso ci disse: ”Io sono ossessivo. Riempio il mondo di grattacieli. Questo è un grattaterra”. […] si trattava di un grattacielo rovesciato. Guardando nel pozzo che lo delimitava, vedemmo che si immergeva nella terra con travature, cementate, di tubi fluorescenti che ne permettevano imperfettamente la visibilità. […] Scrutando, finchè era possibile, nella voragine, notammo che finiva con tre guglie gotiche consimili stranamente a quelle della cattedrale di Mineo. Non essendo ancora ultimato, in alcuni ponti sopraelevati vedemmo degli operai libici bengalesi negri cinesi e antichi achei, e lèlegi della Media. Un ragazzo di circa sedici anni […] era addetto, in uno stanzino, come sapemmo, a registrare i presogni che quegli operai facevano.

Questo stanzino è una struttura simile ad una biblioteca che contiene tutto il materiale esistente sul sogno, dove Cooper conduce i suoi esperimenti, ma è anche allegoria di quella parte oscura della coscienza e dei misteri del mondo. Anche a lui vengono attribuite esperienze e memorie dell’autore, come l’episodio della madre emigrata a New York, le teorie filosofiche sui sogni, l’abitudine di alzarsi la notte per registrarli e alcuni aspetti della sua personalità: “Era un uomo di 63 anni, asciutto, alto, con gli occhi celesti, sereni, in cui, ogni tanto, lampeggiava un senso di afflizione malinconica”.

La fabula si scioglie quando lo scienziato si impicca tra i due grattacieli gemelli della metropoli americana, perché ritiene ormai impossibile la realizzazione del suo sogno: quello di trasferire la memoria di un morente su di un vivo, generando così un poli- -uomo, un uomo cioè che ha in sé molte memorie. Lui e i suoi amici, infatti, si rendono conto che un uomo simile sarebbe incontrollabile come un turbine immenso sottoposto a miliardi di impulsi. Nonostante tutto, però, l’angoscia di Cooper e dei suoi compagni è fertile, perché ha generato una riflessione, fine ultimo di ogni conquista della scienza.

Nel dormiveglia bonaviriano si rompono i legami con il mondo e ci si immerge nel nulla; pertanto esso ripropone un’anticipazione della morte: “Quando il sogno scompare, la nostra anima, nel dormiveglia, sazia di vita, ha desiderio di morte”.

In questa condizione particolare, vi è un vero e proprio recupero del mondo biologico – primordiale – arcaico che si riscontra nel subconscio e nelle zone oniriche, in cui dominano la paura, le ossessioni e i dubbi esistenziali. Si ha, così, l’impressione di avere un’anima metempsicotica, specchio di una memoria che, nella finzione narrativa, si può trapiantare in un altro corpo. Proprio in tal senso Il dormiveglia è un romanzo fantabiologico, dove l’ossimoro sembra dare indicazioni relative al destino dell’umanità secondo il pensiero dello scrittore siciliano.

L’umanità va avanti a spese di se stessa. Dissipa troppo ed è facile prevedere che morirà prima del suo prefissato ciclo storico ed evolutivo. Il mio desiderio sarebbe quello di espandere la materia fino a farle perdere le attuali leggi, proiettandoci così in altra dimensione. Una dimensione di possibile salvezza.

L’interpretazione del terreno onirico da parte di Bonaviri affonda le sue radici culturali negli studi dello psicanalista Jung, il quale dà origine al concetto di “inconscio collettivo”, insieme strutturato di elementi a-razionali, seppelliti nel cuore della psiche, che diventa il centro dell’universo. Tali elementi interferiscono nell’individuo e lo riconducono alla memoria primordiale e collettiva dell’umanità. Ciò avviene tramite i sogni che sono catarsi e liberazione dai lacci sociali.

Il dormiveglia è una ricerca, calibrata nella forma del romanzo, che riecheggia il grande filone della letteratura didascalica da Le Opere e i giorni di Esiodo a Le Georgiche di Virgilio, alla letteratura scientifica del seicento, in particolare quella di Redi e Galilei. Seguire le orme di questo tipo di letteratura significa, per Bonaviri, far risorgere quella parte delle scienze umane che ha interessato l’uomo di tutti i tempi, tenendo sempre presenti gli impulsi provenienti dalle conoscenze scientifiche.

Il dormiveglia rimanda, come è stato già detto precedentemente, all’unione di due unità ossimoriche “dormire” e “vegliare”, due stati naturali dell’uomo, qui considerati nel loro momento di unione, nel loro punto di congiunzione. Ciò spiega, nel testo, il continuo riferimento alla cute, considerata dai protagonisti- ricercatori l’elemento di unione tra l’interno e l’esterno del corpo; infatti, essa è la sede privilegiata del “presogno”, considerato lo stato transitorio tra il razionale e l’onirico.

Si tratta, dunque, di considerare il mantello cutaneo come un’espansione verso l’esterno della stessa massa encefalica, con la possibilità di individuare delle regioni della pelle, lungo il corpo umano, con diverse capacità di stimolare pre-sogni fino a potere stabilire una loro “mappa cutanea”.

Dal punto di vista linguistico, nel romanzo vi è la confluenza di vari metalinguaggi all’interno di un discorso sostanzialmente modellato sul registro quotidiano, con slanci di carattere più specificatamente scientifico: vi sono, infatti, tecnicismi del linguaggio medico, biochimico e fisico. Rispetto a Martedina, l’impatto con la scientificità nel lessico e nelle modalità discorsive si fa più forte. L’ingerenza dei tecnicismi, perciò, è ora molto più incisiva. Il testo ne è ricco di esempi: “geriatra”, “elettrone”, “leucemie”, “mieloide”, “cenestesie viscerali”, “ectoplasma”, “somatostesie”, “psicostesie”, “glomi di cellule cutanee”, “una pregressa zona infartuata in sede antero-settale”, “laser”, “microprocessori”, “protoni”, “fotoni”, “gluoni sincrotrone”, “ioni”, “mesoni”, “feldisprato”.

Ma non mancano neanche neologismi che testimoniano la particolare capacità di invenzione linguistica di Bonaviri. Sono da osservare parole come “grattamare” e “grattaterra” costruiti sul modello di “grattacielo”; “millificarsi”, “intenebrarsi”, “invaginare”, “quacqarioso”, che lo studioso Pampaloni definisce “formicolanti sequenze di invenzione linguistica”.

La lingua degli uomini, sottratta alla ragione e alla coscienza, è affidata agli impulsi involontari, sfugge alla logica del pensiero per penetrare la sfera soggettiva. Questa lingua è una grande novità dell’arte di Bonaviri.

La narrazione segue uno schema cronologico, con un’evoluzione lineare. Il tempo della storia è rigidamente documentato ed evidenziato alla fine in corsivo: “21 luglio1986 – 14 ottobre 1987”. Questo è anche il tempo della scrittura del romanzo. La distinzione tra la sfera soggettiva dello scrittore e quella narrativa si fa vaga, fino a dare l’impressione che non ci sia più separazione tra i fatti della storia e quelli personali, tra il tempo del passato e quello del presente. All’interno del romanzo, poi, le fasi più importanti che scandiscono il racconto sono separate da spazi bianchi, da intendersi come i momenti di “vuoto assoluto” del pensiero durante il dormiveglia. La scrittura di Bonaviri è un “atto di vita” che proietta nella pagina narrativa la personalità poliedrica dello scrittore. L’io narrante ed Epaminonda, infatti, rappresentano le due parti dell’autore: il cardiologo-scienziato e il poeta. Mentre gli altri personaggi simboleggiano frammenti della sua memoria. Ma come ogni “atto di vita”, anche la scrittura genera tormento; infatti per lo stesso autore scrivere “non è certo un piacere, se non dopo che tu, limando e ri-limando, hai finito il libro. Ogni atto di vita è tormentoso”.

Le sue pagine sono impreziosite da uno stile unico che è caratterizzato dall’unione di elementi diversi.

L’ultima sezione del libro è dedicata, come è stato già detto, ad un vero e proprio trattato scientifico sul dormiveglia. Il titolo è seguito da un sottotitolo scritto in corsivo che ha la funzione di fornire maggiori informazioni sull’argomento:

OSSERVAZIONI TEORICHE SUL DORMIVEGLIA

scritte da Epaminonda, mentre, andando per monti acque abissi e lune, seguiva il filo
del suo pensiero canterino.

Come ha già sottolineato il critico Musarra, nella parte scritta in corsivo, lo scrittore abbandona la ritmicità propria dei linguaggi settoriali a favore del linguaggio lirico. Infatti, i versi sono rispettivamente un novenario, un endecasillabo, un quinario e, a chiusura, un altro novenario. La stessa duplicità è presente nella diversificazione dei vari titoli in cui è suddiviso il breve trattato. Essi, dal primo al nono, sono caratterizzati da un’apparente serietà teorica e da una velata ironia che innerva l’intero volume e che diventa esplicita nell’ultimo capitolo, dove la scienza biologica è ridotta a fantascienza.

Nella poetica di Bonaviri si cela un tentativo di dare ordine al caos dentro e intorno a noi; dunque, la letteratura e la scienza, pur essendo due campi apparentemente opposti, diventano due strumenti finalizzati alla comprensione della vita.

Un impercettibile velo di malinconia pervade il romanzo di Bonaviri, dove il sogno appare come un sottile emblema della morte, e l’enigma stesso della vita sembra dissolversi, attraverso il processo onirico, nel buio e nel nulla. In quest’opera sui generis, che sta tra il viaggio d’avventura, la trattazione scientifica e l’indagine antropologica, trapela l’inquietudine dell’uomo contemporaneo, diviso tra le sofisticate tecnologie da lui prodotte e i suoi arcaici meccanismi psichici. Nel suo tentativo di stabilire continue analogie tra il mondo del sogno e quello della veglia, il visibile e l’invisibile, il razionale e l’irrazionale, Bonaviri riesce a comunicare il mistero elusivo e struggente di un universo costellato di iridate visioni e di incubi tenebrosi. Di questo universo multisfaccettato, l’indagine scientifica riesce soltanto a scalfire la superficie con i suoi grafici e le sue formule, mentre il suo più intimo segreto affonda nelle raffigurazioni ancestrali della leggenda e del mito.

La scrittura ondeggia tra la lucida esplicazione scientifica e la elucubrazione bizzarra, tra la oggettiva registrazione di dati e di fatti e la delicata immaginazione poetica. Essa, se da un lato riporta alla prosa parascientifica e surreale di Landolfi e di Calvino, dall’altro rimanda ad un incantato e fiabesco mondo di tradizioni popolari e memorie di infanzia che emerge con un senso tanto più vivido di grazia e meraviglia quanto più sembra cancellato e rimosso dalla cultura tecnologica che tende a soppiantarlo con gli strumenti della ragione.

Ma, come spesso accade nelle opere dello scrittore siciliano, all’entusiasmo per gli arditi progressi scientifici subentra la riflessione e tutto si ridimensiona a misura d’uomo.

Ma ci avvieremmo verso la sponda di una infinitudine e immortalità psico- biologica. Realizzeremmo, insomma, il sempiterno sogno di un UOMO che si trasforma in un PAN-UOMO; di un PENSIERO che, addensando in sé passato presente e futuro, sarebbe quasi un PAN-PENSIERO che dai filosofi è attribuito ad una Entità trascendente chiamata Dio. Ma forse è meglio restare ancorati alla nostra dimensione biologico – corporea in cui viviamo e dentro cui ci dissipiamo, seguendo il nostro caduco destino.

 

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