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UN INCONTRO CON LA POESIA DI GERARDO PASSANNANTE (Caffè letterario di Zurigo, 13 dicembre 2019, relazione di Vittorio Panicara)

Chi non vorrebbe incontrare di persona l’autore del libro che sta leggendo? Magari parlando di poesia…

È accaduto venerdì 13 dicembre scorso in una serata organizzata dal Caffé Letterario di Zurigo, alla presenza di Gerardo Passannante, autore di «Quasi un Canzoniere» (Città del Sole Edizioni, 2017). Lo stesso Passannante, autore anche di saggi, numerosi racconti e romanzi, ha spiegato la genesi dell’opera. Il titolo della raccolta rivela, nella sua evidente reminiscenza petrarchesca, la prevalenza della tematica amorosa e deriva da un’opera più vasta, un Canzoniere di ben 370 poesie, contro le 140 dell’opera discussa nell’incontro. E veramente più pregnante è il titolo dato al testo maggiore: «Appunti di un colloquio interrotto». Il dialogo amoroso tra il poeta e Plebea, ormai concluso, ha lasciato un solo lascito, dei versi sparsi e “raminghi”, gli «appunti» di un amore nato ma mai veramente sbocciato, subito sfiorito di fronte al conformismo e al bigottismo di lei.

Le poesie costituiscono non solo il risultato di un’esperienza dolorosa, fatta per lo più di separazione dell’unione iniziale, effimera e velleitaria, ma anche di una meditazione costante che abbraccia i grandi problemi legati al senso dell’esistenza. La poesia, sotto l’aspetto  autoriale, è il frutto di una lenta conquista, scaturita sì da un’ispirazione genuina, viva e pulsante, si potrebbe dire dal subitaneo “bisogno” di poetare, ma è anche il risultato  di una lunga serie di stesure, di correzioni e di rifacimenti, una complessa  rielaborazione formale che rende la semplicità dei testi solo apparente. Questo incessante «lavoro di lima», che ricorda quello del Canzoniere di Petrarca, da una parte conserva gli endecasillabi e i settenari così spontanei nell’autore, caratterizzati già al loro insorgere dagli stilemi cari alla nostra tradizione poetica; ma dall’altra cerca l’innovazione e lo sperimentalismo (un esempio: il doppio senario nella composizione che inizia con Contare le notti che trascorrerai, la n.132, che tanto ha affascinato una lettrice del gruppo), approdando a una originale commistione di stili, con esiti peraltro mai ermetici o in qualche modo  oscuri. La logica stringente di ogni composizione, con evidenti aspetti argomentativi, e il mantenimento del filo narrativo, che si dipana in modo lineare nel macrotesto, assicurano la leggibilità di componimenti poetici  retoricamente molto elaborati e densi dal lato semantico.

Nell’ambito di un tessuto culturale di alto respiro, in cui si avvertono facilmente influssi ed echi senechiani, leopardiani e montaliani, ma in cui emergono anche le posizioni di Schopenhauer e Nietzsche, classico e moderno vengono a fondersi continuamente in una sintesi su cui vigila l’occhio critico e attento dell’autore. Lo spazio poetico, così riabilitato, non può che essere il luogo dell’interiorità in cui il poeta riflette sugli enigmi della vita. L’amata Plebea, con tutte le amare vicissitudini che caratterizzano il suo rapporto con l’io lirico, diviene man mano strumento conoscitivo e di indagine, nonché occasione di protesta nei confronti dell’adesione supina alle norme sociali più codine e ipocrite. L’elevazione graduale della consapevolezza del poeta confrontato con l’esperienza amorosa, mentre coinvolge il cuore e la mente del lettore, rende di necessità sempre più aleatoria, quasi evanescente, la stessa figura di Plebea nella progressione testuale della raccolta. Alla fine al poeta, come detto, rimane soltanto un insieme di versi, segno di un’esperienza artistica che ha trasfigurato un vissuto doloroso ma autentico.

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La lettura nel gruppo di alcune poesie ha confermato i risultati di questa analisi. I temi sono la gelosia, la fugacità del sentimento amoroso, provato nell’interiorità di lui e di lei (mentre noi mai ci movemmo da noi stessi, poesia n.5), l’impazienza generata dal desiderio che non si può arginare (n. 7), l’inutile ravvedimento notturno di Plebea, che ha rinnegato l’amore (n. 25 e  43), un amore che finisce e che in tal modo dà luogo alla poesia ( 41). Ciò che ne emerge è l’attualità sia delle tematiche che delle scelte espressive dell’autore. I testi talvolta lasciano adito a più interpretazioni e selezionano un certo tipo di lettore: un lettore che abbia “fame di qualità” e che sia disposto a scandagliare “precipizi emotivi” fortissimi alternati alle riflessioni più profonde.

In una franca discussione con i presenti, l’autore ha spiegato qual è stato il suo processo creativo e per quanto tempo esso si è protratto. I lettori hanno apprezzato la capacità del poeta di trasmettere efficacemente emozioni e di far rivivere il pathos dell’amore nell’ambito di un colloquio tutto interiore tra l’io poetico e la donna. Qualcuno ha anche osservato come versi così “personali” e creativi, in una singolare fusione tra amore e odio, siano in fondo il risultato di un dialogo fra l’Io il Sé, alla ricerca della trascendentalità, per fugare il “cupio dissolvi” e tendere a una rinascita in seno all’arte.

Come si può vedere, i temi in discussione erano tanti, troppi perché fosse possibile affrontarli tutti e in modo esauriente in angusti limiti di tempo. Il tutto a dimostrazione dell’interesse che può suscitare la vera letteratura quando si riesce a diffonderla e a farla conoscere.

 

 

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