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POESIA «AL FEMMINILE»? Soledad Berardi Arroyo e Alida Airaghi (recensione di Vittorio Panicara)

Esiste come categoria una letteratura «al femminile» distinta da quella maschile?  «Vexata quaestio», si dirà, e parlarne ancora è forse inutile. Eppure, due libri di poesia, oggi praticamente introvabili, potrebbero fornire un contributo rilevante come testimonianza di sensibilità femminile e di effettiva complementarità, più che alterità, con la poesia tradizionale e con il mondo dei valori cosiddetti «maschili».

Mi riferisco a due raccolte poetiche di fine Novecento, ancora attuali: Il tutto del niente di Soledad Berardi Arroyo, pubblicato nel 1989 da Book Editore, e Rose rosse rosa di Alida Airaghi, del 1986, uscito per i tipi di Bertani Editore. Si tratta di due libri diversi per contenuti e scelte di poetica, e di due poetesse, la prima spagnola (traduce i suoi testi in italiano) e la seconda italiana, accomunate solo dall’esperienza dell’emigrazione in Svizzera, oltre che dall’amore per la poesia.

 

In Notturno, la poesia che apre la raccolta della Arroyo, l’io poetico vorrebbe essere un ruscello che scorre felice nella notte in una terra armoniosa e gentile, ma sa che così non è: io sono il tutto del niente / e ogni istante diversa, un’anima ferita ma serena, che avanza nei silenzi notturni, conscia della propria eternità. Nonostante i toni apparentemente crepuscolari, nella poesia della Arroyo non c’è rinuncia; la pacatezza nasce da una rara capacità di intuire ciò che la circonda e di desiderare di identificarsi con la natura.

 

È più autobiografica, per contro, la sezione Rose rosse rosa, eponima del libro dell’Airaghi, ma è anch’essa pervasa, grazie anche alla varietà linguistico-espressiva, di un sentimento pieno del vivere che si esprime in una sensualità vibrante e in un’ironia che graffia, come accade per esempio nella canzonatura dell’addio retorico alla stazione, in Sentimental, o del ruolo femminile coniugale, in  Abbaiata della sposa da passeggio.  L’apparente asprezza di alcuni versi coglie il senso di una ribellione fatta di un amore-odio nuovo, perché ispirato dall’analisi e dal bisogno imprescindibile dell’altro: l’interesse della Airaghi è spesso rivolto all’esterno, al sociale e al politico (ecco allora il «manifesto», Edo Ronchi e i detenuti del 7 aprile), e si tratta di una scelta obbligata, perché privato e pubblico non sono scissi: è anzi questa separazione che la poetessa nega recisamente.

 

E del resto non mancano i riferimenti alla società e alla Storia nella stessa Arroyo: si pensi alle parole di A Federico Garcia Lorca, in cui la guerra civile spagnola è vista come l’olocausto che precipita / nella scarnificazione senza epitaffio, come un processo di malafede e perversione in cui l’individuale si fonde con il collettivo. Allo stesso modo, in Dominio, la violenza dell’uomo si conclude nel nulla: e la poetessa sembra riferirsi implicitamente sia alle vicende dei popoli che al rapporto uomo-donna. La sfera del privato e quella del sociale, è bene ripeterlo, non sono separati, perché cambiata è l’ottica da cui muove la poetessa spagnola, e altrettanto vale per la Airaghi. Esito di questo mutamento di prospettiva è anche la mancanza della frattura tra l’amore carnale e quello spirituale (il corpo è buono scrive la Airaghi in Laio), in cui la sensualità è tutt’uno con il sentimento; valori cromatici, riferimenti sensoriali e desiderio di un amore che non pare dissimile da una misteriosa «divina speranza», caratterizzano per contro molte poesie della Arroyo, che sembra avere una nozione a-logica di Dio.

 

Inoltre, la visione parareligiosa di tanta finzione letteraria delle nostre origini cade sotto le note parodistiche e ironiche dei sonetti di Gemma Donati, pezzo di bravura della Airaghi non solo per l’uso sapiente delle forme chiuse, ma anche e soprattutto per il disvelamento del dramma di Gemma, l’anti-Beatrice, donna reale e viva che denuncia la mistificazione della donna-angelo, memoria vana, mera proiezione dell’egotismo maschile di Dante; l’obiettivo non è solo quello di rendere nota la tragedia di una donna sposata a un condannato al rogo, a uno che con se stesso sta bene in ogni luogo: il vero scopo è quello di dissacrare quella visione della donna che ha celato la realtà di una sottomissione che tanta letteratura del passato ha posto surrettiziamente come premessa ideale.

 

Infine, alla nozione astratta, comune a tanta tradizione, di una vita che si confonde nichilisticamente con la morte, la Airaghi e la Arroyo propongono emblematicamente l’approfondimento della maternità come valore: di una maternità che è fonte, sorgente di vita ed esigenza di relazione con l’altro, e chi lo ignora perde il vero senso della vita (quando Alida esclama Ahi, per quella vita / io ti ho perduta, vita!  si riferisce all’equivoco in cui è caduta credendo a un concetto di vita socialmente accettato, dunque maschile, che sente profondamente estraneo a se stessa).

 

La diversità delle mediazioni concettuali permette alle due donne, pur nella difformità dei due mondi poetici, di porre in tutti e due i casi esplicitamente e con forza il tema dell’incontro con l’altro e di definire in modo nuovo lo stesso soggetto lirico, ormai privato delle «scorie» di una civilizzazione che non ha mai visto la donna protagonista: un io teso alla ricerca (Giovanni Giudici, nella prefazione a Rosa rosse rosa parla giustamente di «senso di autenticità») di una comunicazione lirica che rifiuti una volta per tutte l’egocentrismo maschile.

Il passo ulteriore da compiere sarebbe stato quello di una battaglia più estesa e comune, quella all’antropocentrismo della cultura dominante, che schiaccia sia uomini che donne. Ma per questo c’è ancora tempo.

 

Alida_Airaghi-interno-poesia

 

PRIMA AGGIUNTA

Per la Berardi Arroyo, in biblioteca: https://fmpsrvprd.unil.ch/ital_letemi/browserecord.php?-action=edit&-recid=10808

Su Alida Airaghi: https://www.alidaairaghi.com/

 

 

SECONDA AGGIUNTA

Due esempi testuali:

 

 

Alida Airaghi, dalla sezione «Appartamento» (1981-1984):

 

 

LA PORTA

 

Chi entra non la guarda nemmeno

preso com’è a ripassarsi la futura scena.

Lei non prepara niente, non assomiglia

a chi nasconde; è come tante, appena scura,

tarda ad aprirsi.

Ma chi evade ne osserva col peso la resistenza.

Sente che le premono addosso i folletti

domestici, gli oggetti prigionieri.

Senza la porta, la casa sarebbe

già scappata da sé stessa, sparsa

nelle strade, dietro il visitatore incauto.

E’ un bene che sia così pronta a richiudersi,

fedele come una serva, in silenzio come una morta.

 

https://www.lietocolle.com/2015/10/giunti-in-redazione/

 

 

 

Soledad Berardi Arroyo, la poesia che chiude la raccolta:

 

 

IL GRIDO

 

Non mi dà pace

questo grido acceso

che porto dentro l’anima.

non sorprende nessuno

perché lo porto dentro, dentro…!

Non è, ma esiste in silenzio,

occulto nel buio del mio IO

nell’attesa di un domani

in cui potrò, finalmente,

liberarlo

per essere.

 

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