Claudio Magris, Letteratura italiana, lettura, Magris (recensioni), Recensioni

LE MERAVIGLIOSE ELUCUBRAZIONI DI UN OTTUAGENARIO: CLAUDIO MAGRIS E «TEMPO CURVO A KREMS» (recensione di Vittorio Panicara).

Perché non regalarsi in occasione del proprio ottantesimo compleanno la pubblicazione di un libro che affronti apertamente, senza remore, uno dei problemi speculativi che più hanno impegnato lo stesso scrittore nella sua lunga carriera e i massimi pensatori di sempre? Il tema è quello del tempo, lo scrittore è Claudio Magris.

Nello scorso mese di aprile sono stati pubblicati i cinque racconti, racchiusi in meno di cento pagine,  di «Tempo curvo a Krems» (Garzanti, La biblioteca della spiga), in cui egli affronta, soprattutto nel testo eponimo, una delle sfide intellettuali più ardite della sua carriera. L’autore si era cimentato con il problema del tempo già ai suoi inizi, arrivando poi nel 2005 a L’infinito viaggiare e ad Alla cieca e nel 2015 a Non luogo a procedere. Ma ora la tematica è affrontata in modo diretto, senza le precedenti esitazioni e con esiti sorprendenti.

I racconti

Tutti e cinque i racconti ci parlano della terza età: un vecchio industriale ha deciso di ritirarsi dalla vita con una trovata ingegnosa quanto paradossale (è in incognito il custode del suo stesso condominio, e lo stabile gli appartiene); un vecchio maestro di musica ritrova un suo ex-allievo, divenuto ormai famoso, e l’incontro è intriso di crudeltà e di malinconia; uno studioso, a Krems, viene a sapere che lo saluta con affetto una certa Nori, una sua bellissima compagna di scuola che lui, però, ne è certo, non ha mai veramente conosciuto, un saluto e nient’altro; un vecchio scrittore partecipa a un premio letterario come ospite d’onore e non si riconosce più nel suo ambiente; il triestino reduce della Grande Guerra osserva con triste delusione sul set di un film la rappresentazione di una scena della sua giovinezza. Tutti i protagonisti si sentono disillusi ed estranei al loro mondo, si isolano dagli altri immergendosi nella loro estraneità voluta e solitaria; vogliono mitigare l’intensità della loro vita fino a staccarsi da essa e dalla realtà, che comunque va per conto suo.

Il custode, nel primo racconto, si è quasi sdoppiato, ad invecchiare è l’altro se stesso, non l’industriale a riposo, e l’effetto è benefico:

Tutto ridiventava facile e lieve, da quando non era più necessario comandare. Per tanto tempo lo era stato; anni e anni faticosi e interminabili, […] il mondo era divenuto un palloncino colorato, che non pesava e si poteva in ogni momento lasciar andare per conto suo.

L’industriale-custode non calcola più il tempo, nell’annullamento temporale lo avvolge una ritrovata serenità. Chi smarrisce il tempo ne diventa signore e padrone. È uno stato d’animo soffuso, che condivide con gli anziani delle altre storie: non si riconoscono più nella vita che scorre come un fiume intorno a loro, con le sue regole e le sue leggi, e si rifugiano in un eterno presente, nella simultaneità della loro coscienza.

Il racconto centrale

Ma la tematica del tempo viene sviscerata in toto solo nel terzo racconto, vero cuore della raccolta. Vale la pena di esaminarlo da vicino.

Il protagonista è in Austria, nella sonnolenta Krems, quando, alla fine di una sua conferenza, una signora troppo ciarliera gli riporta i saluti di sua cugina Nori, ex compagna di scuola di lui. Si tratta di una giovane bellissima e inaccessibile, idolo di tutti i giovani maschi della scuola, tutti innamorati di lei; il protagonista sa di non aver mai scambiato una parola con lei. Eppure la signora insiste, Nori si ricorda di lui e lo saluta affettuosamente. Un anno dopo, a Roma, anche un amico gli porta i saluti di Nori e gli dà il suo numero telefonico. A questo punto il narratore decide di parlare direttamente con lei e in effetti durante la telefonata la donna conferma di averlo conosciuto bene in passato.

La narrazione vera e propria finisce qui, dopo poche pagine: la voce narrante a questo punto, riflettendo sulla stranezza della situazione e su questa distorsione temporale, si rammenta di una visita fatta al Centro di Fisica di Miramare quando era liceale: uno scienziato aveva spiegato la relatività di Einstein ribadendo

che oggi e ieri, adesso e domani, prima e dopo esistono solo nel cervello, volubile prepotente che mette il prima qua e il dopo là.

La presunta familiarità con Nori, da lui mai esperita, sembra situarsi nella relatività del tempo e nell’alveo del concetto parmenideo di eternità. Lo spazio-tempo nella fisica moderna è rappresentato da una linea curva anziché da una linea retta, per cui, ne deduce l’io narrante,

nel caso di masse abbastanza grandi può trattarsi anche di una curva chiusa ossia di un cerchio. Ma allora tutto ritorna, tutto è, e io sono già stato, sono già alla foce del Danubio, mentre sto seguendo le sue acque per raggiungerla.

La dissoluzione del tempo assoluto, il tempo curvo (cioè «distorto»), non hanno abolito il tempo, ma hanno fatto proliferare tutti i tempi possibili e compresenti, per quanto in contraddizione fra loro.

La vita – o la morte – è un pulviscolo vertiginoso. Il tempo ovvero la morte.

Il ricordo della lezione dello scienziato accompagna la riflessione dell’io: il cono di luce di Penrose raccoglie i punti dello spazio-tempo proiettati dal finito all’infinito; il buco nero in cui collassa una stella è come il colore dei capelli di Nora, una creazione della mente; la vita eterna è possibile solo ora e qui. E ritorna così l’idea della morte:

Sempre vuol dire vivere o morire? / Eterno dileguare, eterno essere. / Muori e divieni, così veramente sei, se non vuoi restare un ospite frettoloso e oscuro su una terra opaca.

Il passato si confonde con il presente, il presente con il futuro, tutto si concentra in un solo punto, nel momento in cui cessa la linearità del tempo.

La riflessione finale investe finalmente e a sorpresa l’arte, le scienze e la scrittura: Nori è la musa degli spostamenti temporali, colei che presiede la fuga dallo spazio-tempo ordinario, ma di ciò la Nori in carne e ossa non ha mai avuto neppure un vago sentore.

Il tempo curvo. Conclusioni

Il lettore che in questo racconto centrale avrà seguito fino alla fine i ragionamenti di un io narrante raziocinante, ormai astratto dalla diegesi della parte iniziale (un racconto scarno, breve, che occupa meno di quattro pagine, non concluso), si troverà davanti a due interrogativi principali: a quale scopo, in un testo letterario, una parte quasi saggistica, una riflessione così ampia e approfondita? Perché in questo racconto sia la figura di Nori che le astruse teorie dell’Astrofisica riescono ad affascinarci, in una combizione inedita quanto necessaria?

Tutta la raccolta, non solo il terzo racconto eponimo, ci dicono che gestire completamente il proprio “tempo”, anzi impadronirsene e signoreggiarlo, sono una forma estrema di libertà (colta spesso in vecchiaia) che si raggiunge non ritirandosi in una dimensione atemporale, ma, al contrario, raggiungendo nella propria coscienza, alla compresenza di tutti i tempi possibili (il tempo curvo da cui il titolo del libro), sia la liberazione dai vincoli esterni, sia l’annullamento del confine tra la vita e la morte. Il “sempre” dell’autore non è né il vivere, né il morire; la morte, che è tale solo se assumiamo come sistema di riferimento lo spazio-tempo tradizionale, diviene nel tempo curvo il punto di coagulo di tutti momenti già vissuti nell’illusione del prima-dopo. Magris, più che esorcizzare l’idea della morte, vuole probabilmente “superare” in senso hegeliano la divisione parmenidea fra essere e non-essere, individuando nella concezione lineare del tempo la barriera da oltrepassare, il velo di Maja da squarciare per cogliere in un istante l’eternità della circolarità temporale (l’eterno ritorno di Nietzsche?).

A tutto ciò contribuiscono lo scienziato che a Miramare cita Einstein, Penrose e, in genere, le novità sconvolgenti dell’Astrofisica. Ma Nori? È soltanto la causa esterna che dà il via alla narrazione? No, giacché lo stesso io narrante nella parte finale la definisce Musa del suo discorso, protettrice della scrittura e della sua scoperta, non più il personaggio che semplicemente innesca la riflessione autoriale. In «Tempo curvo a Krems»» l’io narrante, infatti,  proietta nel testo il sentire e il pensiero stesso di Magris, mentre l’io onnisciente degli altri quattro racconti riflette un certo distacco tra le due istanze. Per Nori il protagonista del terzo racconto, da giovane, ha provato sentimenti amorosi che la vicenda fa rivivere e che la relatività del tempo rende infiniti, chiarendo il senso dell’amare:

Amare, sinonimo di essere, verbo difettivo che conosce solo l’infinito presente.

L’autore evita la trappola del freddo raziocinio e recupera in sede filosofica immagini naturali che evocano il fluire della vita e il suo eterno divenire:

Nella foglia che muore, […] c’è il fiore che l’ha scaldata, la nuvola che l’ha dissetata con la pioggia, la terra che l’ha nutrita. […] Eterna immanenza, eternità di ogni cosa.

Non diversamente accade negli altri quattro racconti, laddove i temi della musica, della letteratura e del potere emergono in modo netto e convergente nel punto di vista privilegiato della vecchiaia, che cerca di superare i vincoli del tempo e della vita. Una differenza, semmai, esiste sul piano espressivo. Lo stile del terzo racconto, infatti, è onirico, ibrido e visionario e si contrappone a quello limpido e asciutto degli altri quattro (così Laura Ricci in  https://altritaliani.net/tempo-curvo-a-krems-di-claudio-magris/). È come se la tecnica narrativa e la stessa prosa ci segnalassero, al pari della scelta del titolo di tutto il volume, la centralità del terzo racconto, di una riflessione, cioè, che è alla base dell’intera raccolta e di gran parte della produzione di Magris (anche se non mancheranno i lettori che daranno la loro preferenza a uno degli altri quattro racconti, più lineari e conclusi, molto meno sperimentali del terzo).

In quest’opera egli recupera e fonde insieme la passione per la cultura mitteleuropea, l’eredità di Italo Svevo, l’amore per Trieste, ma svolge finalmente per intero un discorso, quello sul tempo, che le opere precedenti avevano lasciato incompleto.

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Su Magris in generale: https://www.doppiozero.com/materiali/gli-ottantanni-di-claudio-magris

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