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La poesia che seduce. Al bivio del tempo di Matteo Maxia (recensione di Maresa Schembri).

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A volte capita, e sono casi rarissimi, che un’intelligenza arguta e raffinata si sposi con una pregiata sensibilità. Quando questo avviene, genera un campo energetico fortissimo, atto a scalfire la superficie dell’essere per approdare ai suoi stati più profondi. Così nasce Al bivio del tempo, ricercata raccolta poetica di Matteo Maxia, edita da Ensemble nel 2018.

Preceduto da Terre riemerse, uscito nel 2017, l’opera può essere contemplata come una sua prosecuzione, sia in termini contenutistici, sia a livello di maturazione stilistica. In tal senso, anche i titoli dei due libri sono collegati e, per suggellarne la successione, si possono leggere consecutivamente, “Terre riemerse al bivio del tempo”; dove per “terre riemerse” si intende il tessuto emotivo riesumato dal sottosuolo della coscienza grazie alla funzione della Poesia che lo rende, così, fruibile su un piano conscio non solo dallo stesso poeta ma anche dal suo lettore, attraverso un processo di compenetrazione. Con la seconda parte, invece, si vuole porre il Tempo, la cui percezione è legata al ritmo del vissuto personale, ad un vero e proprio bivio con un rovesciamento di paradigma. Infatti, collocandolo di fronte ad una diramazione, il poeta può affrancarsi dallo stesso e, una volta reso incapace di condizionarlo, può riappropriarsi di un brandello di eternità.

In questa tessitura espressiva, emerge un grande interesse per la fisica quantistica, la cui raffigurazione è stata esemplarmente simboleggiata dal dipinto di copertina. Il Tempo, pertanto, appare come una finestra aperta sulla biforcazione di due dimensioni che viaggiano ad intensità diverse seppur parallele, ossia quella del passato e quella del futuro. Entrambe non si incontrano mai sebbene la prima influenzi necessariamente la seconda. Teatro di questo palcoscenico temporale resta sempre il presente, spazio di interiorizzazione di ciò che è trascorso e lasso prezioso in cui ricostruire noi stessi in una prospettiva ventura.

Matteo Maxia, consapevole del potere esercitato dalla parola, se ne serve per creare canali di connessione col mondo, intercettando nella res humana quel miracolo che la rende tale e che, al contempo, la eleva ad un piano superiore, quello dell’Amore, declinato nelle sue molteplici sfaccettature. Difatti, nelle sue poesie si trova l’amore erotico, quello filiale e genitoriale, quello malinconicamente dolce teso alla ricerca di emozioni perdute, quello per la Bellezza e per l’Arte, quello per la Poesia e per la Vita. Ma oltre alla palpabile presenza della donna, si scorge un elemento femminile che esula la carnalità tingendosi d’incanto, di sublimi essenze che danno voce a sacri microcosmi fatti della stessa sostanza dell’arcobaleno e del fuoco. Come appare chiaro dalla poesia Femminile, il valore ad esso attribuito scaturisce dalla sua capacità di auto-affermarsi, di accogliere, di negarsi pur di dare la vita, di sostenere il peso degli affanni e farsene carico.

Si è accennato alla simpatia nutrita dal poeta per un determinato settore della fisica. Ed è proprio un retroterra culturale denso di svariate suggestioni provenienti dalla filosofia, dall’arte, dalla scienza, che fa da sostrato a questi componimenti. In A ogni costo,ad esempio, risulta evidente che il riferimento agli ultimi due versi (Dove tutti i costi sono benefici / utili a pagare il conto dell’evolversi) sia da collegare al concetto di evoluzione spirituale, sfrangiata di ogni orpello razionale e che rimanda al principio del caos di matrice steineriana, secondo il quale gli oneri, i sacrifici che si fronteggiano non sono altro che un passe-partout ai fini di una crescita interiore. Non mancano, peraltro, poesie dedicate ad artisti, a scrittori, ispirate a quadri, film, canzoni, quelle che rammentano luoghi vissuti come Helsinki, Shardana, Capo Nord o Calton Hill, per citare qualche modello.

Ma ciò che stupisce maggiormente, al di là dei temi trattati, è il palpito di vita di cui questi versi si fanno portavoce. Essi costituiscono un soffio di vento creatore che dà identità ai moti più cavernosi dell’Anima, rivelandone e sciogliendone i grovigli. Di contro, essa, assetata di riconoscere se stessa nel fiume dell’esistenza, si abbevera alla fonte di inesauribile dolcezza, incarnata dalla memoria. La malinconia, strettamente intrecciata al ricordo, è espressione sì di sentimenti di tenerezza ma anche di una certa amarezza scorta nelle piaghe dolorose che si intravedono tra le righe.

E’ come una trama da ordire sull’orlo dell’emotività, un telaio ricamato con gli aghi dell’amore e intessuto di speranze. Vi è fuoco in questi carmi, vi è la fiamma della vita, con le attese volte al futuro e con quelle tradite, con destini che si incrociano e che sfuggono. Ma sempre sul flutto di una sensualità vellutata che orna la distinta e aggraziata forma dei versi.

Le parole sono cifre espressive, creature viventi, monadi di fondamentale importanza per creare ponti di comunicazione tra chi parla e chi ascolta, tra chi scrive e chi legge. Attraverso nodi sintattici vertiginosi, Maxia realizza un impasto linguistico di straordinaria efficacia; le parole, appunto, dopo essere state assimilate dall’invenzione mimetica, rinascono generando così un campo semantico molto convincente. In tal modo, si frantuma il canto poetico affinché dai suoi resti risorga una costruzione linguistica nuova che dia un riflesso di luce al novello significato. Per far questo, il poeta gioca con i vocaboli ad un livello non solo concettuale ma si diverte a scomporli, spezzarli, reinventandoli per donare loro un meta senso, un valore plurimo, lasciato uscire dalla gabbia del significante. E così la favella, venendo smontata, genera, ricomponendosi in altra forma, una nuova realtà. Con questo metodo si viene a determinare una estensione di valore e, a volte, un ribaltamento di senso. Si pensi a parole come “s’offerente” che dà il titolo all’omonima poesia. Maxia scomponendo il termine, gli conferisce un altro rilievo: oltre all’implicazione primaria di colui che soffre (sofferente), vi è anche il donatore, il benefattore, colui che attraverso il dolore, si offre (s’offerente) per potere leggere il mondo e viverlo da un punto di vista diverso. Altro esempio è “cor-agere”. Disgiungendo l’originaria parola coraggio, ci si appropria del suo significato primo, ossia agire col cuore, che comporta l’audacia di osare, la baldanza di abbandonarsi senza condizioni e senza precauzioni.

All’interno di questo vivace meccanismo, in cui si coglie tutta la passione dell’autore per la lingua, si può annoverare anche il carme Anoressia– Amore sia. La prima parola è volontariamente segnata, graficamente tagliata, ad indicare che la malattia in questione, l’anoressia appunto, contiene nella sua patologia una fame d’amore insoddisfatta, mettendo a fuoco, in tal modo, la rilevanza della dimensione affettiva. Nel comporre le sue armonie poetiche, il poeta impiega una scrittura che escoria fino all’essenza, fino ad una genuinità disarmante.

Resta il fatto, comunque, che anche la parola non espressa gioca un ruolo fondamentale nei versi di Maxia e costituisce il filo rosso di tutta la sua raccolta, quel non detto che si intuisce attraverso il verbo dichiarato. Ma per essere colte fino in fondo, questi gioielli poetici devono essere letti a più livelli. Vi è, infatti, un significato chiaro che trapela dai segni grafici accuratamente scelti e poi vi sono le zone di oscurità, i segni di un altrove che superail testo, lo trascende, rimandando a quel sovrasenso alluso prima e privo di una gittata ben definita; c’è uno spazio bianco tra le parole che si coloradi tonalità sbiadite, dai contorni non definiti che rinviano ad evocazioni memoriali e spirituali di sopraffina materia.

In questi componimenti, il poeta si è spogliato di ogni sovrastruttura, mettendo a nudo sensibilità contrastanti tra le pieghe delle parole che trapelano gesti, fanno intuire sguardi, alludono ad intimità segrete, voluttuose. Queste poesie non devono essere comprese ma devono scivolare tra i sensi per poterli assediare, innervare fino all’ultimo respiro. Leggere Maxia significa iniziarsi alla Bellezza, concedersi l’ingresso di una dimora intima per ri-scoprirsi, per ri-generarsi nel ventre della Vita. E si sa, educarsi alla Bellezza, all’incanto, comporta inevitabilmente il non soffrire altra bruttura, altra ottusità. Perché il Poeta è colui a cui occorre appellarsi nella tetra selva dell’indifferenza, della povertà spirituale, dell’ acredine, dell’anaffettività.

Maxia dissotterra la fragilità umana e la innalza sulla pagina poetica facendone una possibilità di volgere al bello, mediante uno sgomento che conforta, che culla. E’ come se lui stesso avesse trovato nella scrittura una forma fisiologica per attraversare il male e superarlo. E così il dolore si fa limpido, figurativo. Perchè amabile è la debolezza quando consacra l’apertura di corridoi umani di una siffatta e incomparabile portata. In tal modo, le immagini diventano gravide di lirismo affiancato magistralmente dalla densità espressionistica della poesia.

E non è forse il Poeta che con la sua spiccata ricettività può rendere l’uomo capace di intravedere la sfera invisibile delle emozioni? Non è forse il Poeta che con la sua opera può esercitare sul lettore un’azione terapeutica innescata da un processo di immedesimazione? Ed è esattamente questo ciò di cui si fa carico questa elegante raccolta, ossia accogliere ciò che è umano e accenderlo di una scintilla che l’umano oltrepassa. Ascoltarsi, leggersi attraverso questi versi ha una funzione catartica poiché le parole sono attinte da regioni sconfinate, quelle dello spirito che si eleva ai piani superiori della conoscenza per poi consegnare frammenti di infinito in forma di poesia a noi che ne abbiamo bisogno, lasciandoci, per parafrasare Strand, “attoniti d’immenso”. E da questo infinito, concepito nel pensiero, ritorna un nuovo tempo dell’Anima, al di là del bivio, dove la parola, che dà forma ai processi mentali, si fa òmphalos, centro dell’umano sentire.

Le poesie di Maxia mettono in dubbio le granitiche certezze, partoriscono un indefinito che, però, al contempo, diventa grembo di cambiamento e, dunque, di evoluzione. Perché tutto è un fluire nel vortice di una circolarità che non ha fine, processo indefesso dell’inesorabilità del vivere.

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