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«L’AMANTE» DI MARGUERITE DURAS AL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO (recensione di Vittorio Panicara)

serveimageUn amante cinese miliardario per una ragazza francese di quindici anni e mezzo, nata e cresciuta nell’Indocina francese; la sua famiglia, lacerata da mille contrasti;  la realtà coloniale degli anni Trenta rivisti con la memoria mezzo secolo dopo: è questa, in estrema sintesi, la trama de «L’amante» di Marguerite Duras, opera vincitrice del Premio Goncourt nel 1984. L’autobiografismo del romanzo è stato sempre ammesso dall’autrice, anche se il nome della protagonista non viene mai rivelato; il film omonimo (1992, regia di Jean-Jacques Annaud) è stato da lei sempre contestato.

La vicenda viene riportata con una sorta di monologo interiore, che spazia nel tempo, con anticipazioni e retrospettive, e che ogni tanto passa dalla prima alla terza persona; l’io narrante riporta i suoi ricordi marcando la loro frammentarietà mediante paragrafi brevi e senza titolo e mantenendo spesso una tonalità narrativa soggettiva.

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In un incontro affollato e molto vivo, il Caffè letterario di Zurigo ha discusso il romanzo della Duras esprimendo un ampio ventaglio di opinioni, ma prima ha voluto dichiarare l’unanime solidarietà del gruppo con la contemporanea manifestazione svizzera «Sciopero delle donne» (14 giugno 2019, data che il Caffè non è riuscito a modificare per il proprio incontro).

È stato subito notato come il prevalente tema amoroso sia affrontato all’insegna  della trasgressione, sottolineando la venalità dell’atteggiamento della protagonista, almeno all’inizio, e l’importanza che l’aspetto propriamente erotico ha nella narrazione; subito, però, il motivo d’amore, non appena la protagonista e il giovane di Cholen si accorgono di essersi innamorati, cede il passo a quello economico, giacché il padre dell’amante gli proibisce il matrimonio con la giovane bianca (e qui entra in gioco anche il razzismo). Altri temi, come quelli della fotografia, della famiglia, della follia (la madre), dell’”uomo-padrone” (ad esempio il fratello maggiore), della natura (il Mekong e il Vietnam) sono ben presenti nel testo, senza dimenticare la tematica di fondo della memoria e del tempo che passa.

Ma se è vero che i contenuti della storia sono risultati interessanti a molti dei presenti, critiche e dubbi sono emersi a proposito della caratterizzazione dei personaggi e della tecnica narrativa. Innanzitutto, la stessa psicologia della protagonista rimane poco definita: fino a che punto arrivano la sua autonomia e la sua capacità di decidere? Esprime più distacco, rifiutando i sentimenti di un tempo,  o più partecipazione emotiva alla vicenda che sta “rivivendo”? Fino a qual punto trasmette il dolore che caratterizza l’intera vicenda? Le risposte sono tante e contraddittorie. E anche le figure dello stesso amante cinese e dei fratelli della protagonista sono delineate troppo poco. Altro aspetto che a molti è parso negativo è il modo narrativo scelto dalla Duras. Lei stessa, stando alle sue parole, vedeva nell’io narrante del suo testo il sostituto dell’autrice, qualcosa che alleviasse il “dolore infinito” della vita vissuta, ma per molti lettori del circolo ciò non si verifica affatto: la rielaborazione letteraria è incompleta; il “disordine” dell’intreccio non è giustificato; il lessico è curato, ma le soluzioni sintattiche sono troppo semplici e non sostengono il tentativo (fallito) di spiegare i perché della fabula; l’insufficiente idealizzazione della vicenda non elimina il suo intrinseco squallore.

Molto apprezzata dalla critica ai suoi tempi per il suo sperimentalismo, l’opera della Duras rimane in bilico tra tradizione e avanguardia, senza mai risolversi per una delle due tendenze. Lo stesso film di Annaud, rifiutato dall’autrice, è piaciuto più del libro ai partecipanti che hanno potuto vedere la pellicola, proprio a causa della narrazione ordinata degli eventi scelta dal regista. La lettura del testo è stata monotona se non fastidiosa per molti di loro. Forse la scrittrice, arrivata in tarda età alla redazione de «L’amante», non ha saputo dare autenticità a una vicenda che, molto distante da lei e ricordata in modo imperfetto, ha saputo raccontare solo in modo distorto e poco omogeneo.

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A settembre il Caffè letterario si incontrerà per discutere «Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo. Nel frattempo augura a tutti buone ferie estive.

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