C. Levi (recensioni), Carlo Levi, Letteratura italiana, lettura, Recensioni

CARLO LEVI NON SI È FERMATO A EBOLI (recensione di «Cristo si è fermato a Eboli», di Vittorio Panicara)

51V0osaL4EL._SX319_BO1,204,203,200_

Riproporre un classico è un compito ingeneroso: non vale la pena di riassumerne i contenuti, perché sono noti. Risulta allora necessario essere originali, ma questo è quasi impossibile; occorre più che mai risvegliare la recettività del lettore, poco incuriosito, forse, dalla scelta. Eppure, con Carlo Levi, di cui mi propongo di rivedere due romanzi in due volte, tutto questo conta relativamente poco. Per prima cosa, la memoria degli Italiani di oggi ha rimosso certe realtà, e non mi riferisco solo a quelle meridionali, o a quelle di tipo socio-economico; in secondo luogo, il discorso teorico di Levi, che va oltre  Cristo si è fermato a Eboli, tocca tematiche tuttora attuali ed è esso stesso originalissimo (e poco noto al grande pubblico). Infine, la curiosità del lettore non può essere che direttamente investita dal messaggio leviano, se rettamente inteso, messaggio che prepara a interrogativi e dubbi più che mai seri e attuali.

Il paesaggio lucano arido, brullo, non pittorico; l’infido don Luigino, il cane Barone (il primo, termine di confronto politico negativo; il secondo, segno di riverenza per il realismo magico dei contadini), lo squallore solitario e sperduto di Gagliano, da accostare a Matera, capitale del Mezzogiorno e simbolo (allora…) della civiltà contadina non contaminata dal contatto con la Storia: cornice e attori di Cristo si è fermato a Eboli mostrano chiaramente come il libro non si limiti a denunciare una realtà storica di sfruttamento atavico, ma si proponga altre finalità, che travalicano la problematica sociale e storica. Per convincersene, basta rileggere attentamente alcune pagine, segnatamente quelle del penultimo capitolo, e rivedere gli articoli teorici che vennero raggruppati in Coraggio dei miti (con scritti del 1922-1974). Se ne ricava, a mio parere, la netta impressione di un discorso che parte dalla scoperta del mondo contadino per affermare la necessità del superamento della frattura fra individuo e Stato, con implicito (utopico?) capovolgimento della politica; un discorso che rileva, nella civiltà contadina con cui il narratore ha convissuto, il carattere poetico della formazione di una mitologia (Levi ne parla ne Il contadino e l’orologio), e da questa constatazione scaturisce la sua riflessione sull’arte, poi ripresa e sviluppata in altri testi. È proprio su quest’ultimo punto che vorrei soffermarmi.

Levi non ha avuto solo il merito di ricordarci che il problema del Mezzogiorno “è” il problema italiano e che la civiltà contadina era portatrice di valori che il progresso ha trascurato e tradito, ma ha posto con forza il problema della poesia in quanto invenzione della verità e facoltà insita in ciascuno di noi. L’autore, infatti, postula la civiltà contadina come esempio di un rapporto con la realtà che è altro da quello razionale e storico della civiltà industriale (e, a maggior ragione, di quella post-industriale). Il mondo poetico contadino, da intendere non in senso storico ma astorico e mitico, inventa le cose creando il linguaggio (Levi propone come modello quello della formazione del linguaggio nel bambino). Non rinviene le cose come qualcosa di dato, inserite in un prima e un poi e separate dall’io, ma le inventa nella misura in cui cerca di superare l’ambiguità della conoscenza «dando i nomi», precisando, cioè, e determinando con il linguaggio le cose «reali». Un’arte siffatta risulta realistica proprio in quanto mitologica; non presuppone un mondo già acquisito, ma lo crea in tutta la sua concretezza. La parola, così, riprende tutta la sua potenza significante e produttiva di senso. Levi stesso afferma:

il cane che avevo quando abitavo in Lucania si chiamava Barone, egli era dunque per i contadini un barone e doveva essere trattato con rispetto.

È tempo di rivedere il giudizio critico su Carlo Levi, restituendo i suoi testi a quell’ambito estetico verso il quale erano principalmente destinati. Rimproverarlo, come venne fatto, di aver tralasciato di spiegare storicisticamente i motivi dell’inferiorità del Mezzogiorno, significa disconoscere il valore che egli aveva annesso al mondo meridionale contadino e significa non rendersi conto che all’autore stava soprattutto a cuore una presa di posizione sul problema dell’espressione artistica nel mondo moderno, che potesse essere messa in relazione con la necessità di una generale rigenerazione socio-culturale. E risulta inquietante, a questo punto, chiedersi quali siano state le conseguenze della perdita di quel mondo contadino che doveva essere la chiave di volta di questo ribaltamento di valori e di atteggiamento. Non solo, ma lo sviluppo che il discorso di Levi ha avuto con L’Orologio, libro di cui tratterò la prossima volta, apre prospettive ancora più nuove e interessanti, se non preoccupanti.

Pubblicità

2 pensieri su “CARLO LEVI NON SI È FERMATO A EBOLI (recensione di «Cristo si è fermato a Eboli», di Vittorio Panicara)”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...