Letteratura italiana, lettura, Pazzi (recensioni), Recensioni, Roberto Pazzi, romanzo storico

Noterelle su “Verso Sant’Elena” di Roberto Pazzi – Terza parte

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Per leggere la prima e la seconda parte clicccate questi due link:

TERZA PARTE

Lasciamo la nave correre verso il suo sogno, e soffermiamoci un momento sull’epilogo della vicenda: che, per quanto brevissimo, consente di leggerla in una luce rivelatrice. Poiché proprio nel cozzo di quel sogno col “reale” possiamo meglio cogliere l’abilità inventiva di Pazzi, capace di volteggiare sulla cronaca con i guizzi della fantasia, ottenendo un effetto di incantata verosimiglianza. Che è poi la cifra stilistica costante di uno scrittore che nella sua lunga carriera è rimasto fedele all’universo onirico inaugurato col suo primo romanzo, dove peraltro già cercava un altro imperatore…

     Restituendo dunque alla Storia la legittimità delle sue prerogative, a smentita della provocazione scherzosa con cui abbiamo iniziato questa recensione, nell’epilogo del romanzo troviamo conferma che Napoleone è ben morto a Sant’Elena e che i suoi resti sono stati trasportati in Francia il 15 ottobre del 1840, con un’accoglienza trionfale per un uomo che pure aveva insanguinato l’Europa. Ma perché tanto amore, allora? sorge spontanea la domanda. Perché tanto delirio per un condottiero il cui compito, in fin dei conti, è quello di fare guerre, che anche quando sono “sante” seminano tracce di devastazione?

     Il fatto è che anche le guerre passano e col tempo le ferite si rimarginano, lasciando di sé solo memoria nei libri, nella targa di una piazza o di una strada, in una stele o in un monumento. E sulla ripugnanza di un giorno, con smemorata disinvoltura verso i morti, l’eroe svetta sugli orrori: solo a condizione, però, che per l’altezza del suo empito sia trasfigurato dal piano storico a quello ideale. È il destino di grandi condottieri come Alessandro, Annibale, Cesare, che hanno bensì combattuto, ma con una magnanimità di disegni che li ha riscattati presso i posteri. O come è accaduto alla figura di Napoleone, aureolata da un culto quasi ingenuo, ben diversamente da despoti più recenti, dei quali si enumerano solo i crimini, per la grettezza con cui hanno alimentato l’ardore, non di gloria che è cosa nobile, ma di potere che è debolezza meschina.

     Napoleone dunque a Waterloo è stato vinto. A Sant’Elena è morto. Nell’Hôpital des Invalides è sepolto. Eppure la sua statura non ha smesso di crescere su tutti i suoi più “virtuosi” avversari; relegando nell’ombra di una piccina lapide persino lo sventurato figliolo, la cui vita lui stesso stimò “un nulla tra due zeri”, e i cui resti, per ingiuria postuma, dovevano subire la beffa di essere traslati dal dittatore tedesco all’ombra del monumentale sarcofago del padre. Sensibile alla contigua collocazione della miseria accanto alla grandezza, Pazzi non nasconde, invero, una nota di commozione per questo Aiglon, al quale, nonché la gloria, non è toccata in sorte neppure una “Eugénie”; e sa bene cosa rischia chi vive all’ombra di un uomo che sia strumento e artefice di grandiose ambizioni. Ma è in quelle “debolezze”, per tanti versi esposte alla riprovazione, che lo scrittore scorge anche un barlume di realizzazione possibile; e oltre il rammarico per la “cruenta polvere” calpestata dall’eroe, scruta l’esuberanza biologica nella più universale esigenza di rinvenire una giustificazione all’ essere “gettati nel mondo”.

     Ecco allora distribuite nel romanzo tante spie di persistenza dell’umano nelle numerose comparse, evocate ad esibire, talvolta in poche righe, una varietà di passioni che spazia dalla fedeltà all’amicizia, dall’astio all’odio, dall’invidia alla rabbia, dalla sete di giustizia alla vendetta. Assilli comuni, ma restituiti con una precisione di tocco e una tale verità psicologica, che, già massicci se presi isolatamente, si irrobustiscono convergendo sul medesimo bersaglio. Né sorprende più allora se da questo serpaio di sentimenti uno si innalzi sovrano sugli affetti reali posseduti e perduti, e svetti nel suo fulgore. Ed è quello di un amore romantico, che risolve nella dimensione fiabesca i transitori palpiti del cuore. Sicché, oltre gli stagionali deliri dell’erotismo, talvolta smorzati nella rassegnazione o nel compromesso, quello che Pazzi addita è un amore senza residui, absolutus: il solo in grado di operare il prodigio di arrestare il tempo e serrarci, “cogliendo l’attimo”, confederati di fronte al dramma del vivere.

     Che poi altro non è che ansia di investigare le ragioni che diano un senso laico all’esistenza, se non si vuole viverla con occhi bendati, arresi alla dissoluzione della materia e assecondando la propria entropia senza slancio e illusioni. Che è quanto Pazzi non sa o non vuole fare: per questo, armato di sole parole, oppone, come costante di tutta la sua opera, il rifiuto a quella cosa oscena che è la morte. Ché se stoico è piegarsi al fato, non si doma la protervia di chi intravede il modo per “beffarla” con la piccola o lunga immortalità della letteratura.

     Ecco perché in questa prospettiva la vera vita, e Eugénie lo sa come lo sa Paolina, è quella che, moltiplicandosi, rigenera. Tracciando il futuro di Napoleone, Eugénie non lamenta solo il rimpianto della giovinezza (altro tema caro a Pazzi), ma vi “appulcra” la determinante chiosa della fantasia creatrice: la sola in grado di uncinare al recupero del passato la fertilità dell’alternativa che al bivio non si è scelta. E non importa se quella vita “abortita” sarebbe stata più grama o più realizzata. Sarebbe stata altra, diversa, quella che l’avidità di espansione ci fa scovare nel possibile della creazione. Non centomila vite occorrono dunque all’artista per uscire dalla gabbia dell’unicità. Ne basta una sola, a riproporre la via parallela a quella su cui siamo piombati, necessaria e avara, e la duplichi nel bis disgiuntivo del non stato.

     È questa gemmazione suggestiva che Eugénie offre dunque al suo eroe. Come sarebbe stato Clisson se non fosse diventato il Napoleone di tutti, ma solo il suo uomo?  Avrebbe forse perso la sua grandezza storica? No, si arguisce: perché nella realtà della fantasia l’immaginario e il vero si fondono; il reale e l’ideale si integrano come facce della stessa medaglia; Napoleone e Clisson coincidono. Perciò non importa più che sia approdato o meno a Sant’Elena, che sia sepolto o meno agli Invalides o che abbia sconvolto l’Europa. Grazie al talismano della scrittura, noi lo ritroviamo nel Clisson che non è diventato, che non ha sconvolto l’Europa, non è sbarcato a Sant’Elena e non è sepolto a Parigi. Quel Clisson immobile e inalterabile come l’essere parmenideo nella mente di Eugenie, da dove Pazzi lo estrae per farlo rivivere anche in quella del lettore. 

     Quel mito privato continua a vivere nella dimensione senza tempo per sortilegio della parola, che quando è alta e poetica può operare una sospensione del tempo e deporci sulla fregata magica, dove la realtà storica e psicologica sono tutt’uno, il reale e il fantastico collimano, e l’eterno resiste sull’effimero. Prodigio, questo, che possono concedersi solo gli autentici creatori: i visionari che non cedono né alla banalità del quotidiano né al dogma del reale: ma insaziati di vita, orripilati dalla morte, davanti al baratro di sparire come mai esistiti si lanciano nel “folle volo” di contrastare il nulla. E da autentici Pazzi, se nomen è omen, impreziosiscono l’aridità dell’esistenza con la seducente melodia che, irresistibilmente, induce anche noi a veleggiare Verso Sant’Elena. (3/3)

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