Letteratura italiana, lettura, Pazzi (recensioni), Recensioni, Roberto Pazzi

Noterelle su “Verso Sant’Elena” di Roberto Pazzi – Seconda parte

[Clicca qui per leggere la prima parte]

fa2501c2d1f52536a792b6bb2137f471_w900.jpgPrima di compiere il salto parallelo nella fantasia, Napoleone deve dunque confrontarsi con le ombre che hanno giocato un ruolo decisivo nella sua vita, conducendolo ad essere quello che è. Il che offre allo scrittore il destro per allargare la visuale alla realtà coeva, e spostare lo sguardo dal piano interiore all’intera Europa, assecondando l’onda polifonica di voci amiche o nemiche. Assistiamo così alla passerella di immagini care (Madame Mère, Giuseppina, Walewska, i due figli) alternate ai ceffi dei “traditori” Talleyrand, Fouché, Marmont, nonché di un Murat parzialmente assolto. E apprendiamo del perdono di Pio VII per lo sgarbo dell’incoronazione; commiseriamo Maria Luisa sbarazzatasi di un marito ingombrante ma anche del piccolo Aiglon dai nonni austriaci ribattezzato Franz, ma che già intuisce quanto l’“ombra del padre” gli sarà fatale. E scopriamo persino la ripugnanza con cui Sir Hudson Lowe, da Castlereagh nominato governatore di Sant’Elena, è costretto a subire il ricatto di avvelenare il grande uomo, ben sapendo di esporsi all’infamia.

     Curiosamente, il solo a empatizzare con lo sconfitto è lo zar Alessandro: che con lui aveva vagheggiato di dare pace e unità a un continente di gloriosa civiltà, ma il cui inveterato particolarismo nemmeno la comune fede in Cristo è riuscita a ricomporre. Poiché proprio Alessandro, che col baratro di Mosca in fiamme ne ha infranto il “folle sogno” di giungere all’Oceano indiano, non sa tacere la pena di essersi tanto identificato nell’ex l’amico da desiderare di scambiarsi “per un giorno, uno solo”, con chi dal nulla si è costruito un’incomparabile eternità, e “dispone della gloria più alta, senza patire il più feroce prezzo del potere”.

     Ignora lo zar che intanto Napoleone, nella cabina della Northumberland, all’agonia lenta dell’esilio preferirebbe morire come un personaggio di Plutarco, e sottrarsi allo stillicidio della vecchiaia mediante il privilegio di decidere la data della propria morte. Già il veleno che gli ha procurato il dottor o’Meara è pronto per il supremo gesto di libertà. Ma esita: a quarantasei anni non è ancora svanita la voglia di vivere. … Ma è tentazione di breve durata, presto dissolta da indizi più “volontaristici”. Così, quando l’uccelletto di Sant’Elena versa il contenuto del bicchiere, la bramosia di durare echeggia più persuasiva della sciarpa di Albine che finirebbe tra le sue braccia, e persino del memoriale in cui Las Cases spera di legare il suo nome al Prometeo ora incatenato, che col suo egalitarismo rivoluzionario ha fatto sognare un’intera nazione. Come segnali della terra, essi preludono soltanto all’autentico prodigio che si produce quando la nebbia, già complice ad Abukir, fascia la Northumberland in un manto fatato; il vento, calato, non la sospinge più verso l’isola; e così avvolta nella bruma indefinita, la fregata vira da Sant’Elena verso un nulla senza coordinate spazio-temporali.

     Già, perché insieme alla nebbia è tornata Eugénie, la grande manipolatrice della “materia preziosa” che è il tempo, a cullarlo con un refrainche nel romanzo, con lieve modulazione, ripeterà per ben sei volte:

“Sogna, caro, sì, sogna, ma sogna con la stessa potenza con cui hai combattuto, così vincerai ancora, così non arriveremo mai a S. Elena.”

E a lui, che “tutto provò” della gloria, addita l’unica strada ancora da percorrere, in cui una notte vale un secolo. Altra è perciò la rotta da seguire, lungo “un’incertezza che riposa perché somiglia alla libertà”, dove il “sogno del futuro è fatto di cose care della memoria, delle persone che hai amato, delle ore più felici vissute…” e che rese struggenti dall’assenza ritornano a restituirci con esso l’essenza stessa della felicità, se è vero che

senza il sogno perpetuo di abbracciarlo nemmeno la terra correrebbe intorno al sole. 

     Finalmente liberato dalla Storia, ormai l’imperatore può iniziare un viaggio che non teme libelli tossici, ricostruzioni impietose o inattendibili memoriali, forse più famosi “ma assai meno fortunati di me, l’unica che sa la verità. Una donna che nasce dalla tua acerba fantasia, quando avevi poco più di vent’anni, viva in un libro che hai scritto tu…” Così, supremo atto d’amore, Eugénie uccide Napoleone per farlo risorgere in Clisson; così il personaggio nato dalla fantasia sopprime il suo autore per farlo risorgere nell’arte.

     Nella nebbia ormai completa, la fregata non punta nemmeno più verso il prossimo isolotto dal nome salvifico, ma opera un’autentica “ascensione” nel cielo al tempo stesso terreno e iperuranico della creazione. Come ben dicono le parole rivelatrici di Paolina, la sorella che sfacciatamente ha posato nuda per Canova. Lei che, consapevole che la bellezza destinata a sfiorire può durare soltanto in grazia di una forza trasfiguratrice, a emulare la gloria imperitura del fratello non aveva altra possibilità che porre la sua giovinezza in mani che la rendessero immortale. Sulla materia volta alla dissoluzione, viene così ribadita la fede foscoliana che solo l’arte ha la forza di trasfigurare le azioni umane in mito, se

le pimplee fan liete / di lor canto i deserti, e l’armonia / vince di mille secoli il silenzio.

     Per quanto abbastanza fedele, questa ricostruzione del romanzo non dovrebbe spoilerare nulla, perché la figura di Napoleone è nota all’universo mondo. Ma non lo fa soprattutto perché nessuna sintesi può mai sostituirsi alla lettura di un romanzo come questo, generoso di sollecitazioni estetiche e riflessive. Dopodiché, qualche parola mi resta ancora da dire sulle ragioni per cui Verso Sant’Elena, per complessità tematica, rigore formale, ampiezza di orizzonti e qualità di scrittura, si innalza di molto a mio avviso sull’omologata produzione dei nostri giorni. Ed e quanto mi propongo di fare nella terza e ultima parte di questo intervento. (2/3)

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