Anna Maria Ortese, Ortese (recensione), Recensioni

Anna Maria Ortese, “L’infanta sepolta” (recensione di Maresa Schembri).

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   Anna Maria Ortese, scrittrice italiana scomparsa nel 1998 e vincitrice del Premio Strega nel 1967 con Poveri e semplici, nonostante sia una delle più grandi scrittrici del XX secolo, non è stata a fondo compresa. Vissuta in solitudine e avvolta da una inguaribile nostalgia, viene descritta come una donna schiva e sfuggente. Si è chiusa a riccio nella tana della sua vita dolorosa e sofferente trovando un valido conforto nella scrittura che ha costituito il miglior, se non l’unico, canale comunicativo col mondo esterno e a cui ha dedicato tutta se stessa. Infatti, la riflessione sulla lingua è stata costante nel suo operato di scrittrice, abbracciando vari registri e stili.

   La sua silloge di racconti L’Infanta sepolta riflette alcune delle caratteristiche stilistiche che hanno marcato il suo territorio letterario. Uscita nel 1950 e mai più ristampata, l’opera è suddivisa in tre sezioni, ognuna delle quali ha delle peculiarità. Nella prima le vicende raccontate sono copiose di visioni oniriche e fantasticherie; mancano le coordinate spazio temporali, tutto appare sfocato e vago ed il nucleo dei racconti ruota intorno ad un dio debole, incapace di lenire e di arginare il dolore del mondo, dando luogo, in tal modo, ad una religione della sofferenza atta a custodire il male dell’universo.

   “Tu credi ch’io sia buono, Rachele” continuò crudelmente. “Peccato! Io non sono buono. Sono come te, come gli altri. Sono anche peggio di te, perché tu mi ami, e io no. Io non amo che la bellezza. Odio i tentativi, le decadenze. Abbandono quanto mi è piaciuto un’ora e mi preoccupo di cercare nuovi divertimenti. Non credere che ciò non mi dia tristezza. Ho un tribunale qua dentro, io: ma io sono il giudice e io l’accusato. E i nostri colloqui nella sera sono eterni”.

   Nella seconda parte, la fanciullezza e il suo tramonto segnano la comparsa di una maggiore presa di coscienza della perdita. Infatti, i sentimenti provati dalla scrittrice sono costantemente sottoposti al rischio del lutto, della fine.

   La terza ripartizione, invece, è pervasa da inquietanti atmosfere che mettono in risalto un certo fascino esercitato dal regno dei morti e, nel contempo, un insieme di sensazioni contrastanti riguardanti la città di Napoli.

   Quella della Ortese è una prosa affollata da creature immaginifiche, una narrazione visionaria dalla quale trapela, però, un disagio esistenziale universale. Essa diventa un palcoscenico dove i protagonisti sono il dolore degli offesi della storia, i tormenti individuali e le pene di tutte le creature viventi, con un senso di adesione all’universo e alla natura molto acceso. Ma per capire questa sottile sensibilità e questa comunione con l’aspetto più drammatico dell’esistenza, è necessario affondare le radici nel vissuto personale della scrittrice. Infatti, i tragici lutti che l’hanno colpita già in giovane età e l’oscillazione tra presenza e assenza degli affetti, chiara nei racconti, se da un lato sono gli strumenti fondamentali per comprenderli, dall’altro hanno fatto sì che la Ortese avesse un piglio spietato sul mondo e un riguardo particolare per una scrittura precisa e lucida.

    Ad esempio nella novella Indifferenza della madre, che inaugura la raccolta, l’autrice narra la solitudine e il disagio di un bambino congedato troppo presto dalla madre, fredda e indifferente ai bisogni del piccolo, alla sua fame di amore e di attenzioni. A queste mancanze materne, il bambino supplisce con i sogni e le fantasticherie. Già fin dall’inizio, dunque, si può constatare come le carenze affettive stiano alla base dell’intelaiatura narrativa, il passe-partout all’intelligenza emotiva del testo.

   Il tema, dominante su tutta la prima sezione, si sviluppa nelle successive narrazioni, cementando così l’impianto espositivo. Pertanto in Supplizio si indica l’amore non corrisposto come la pena peggiore per un essere umano e in Stregata una stanza, quest’ultima, probabilmente metafora della psiche, si trasforma da rifugio a luogo del disfacimento, di un improvviso orrore.

   Entità strabilianti incrociano il loro incedere celeste con gli avvenimenti più profani e ordinari, come in Vita da Dea, in un’atmosfera dal sapore profetico e imperscrutabile, in un vortice confuso di buio e di luce, di tristezza e di solennità.

   Tuttavia, parallelamente a questo periodare immaginario, si trovano anche storie in cui talune esperienze personali della scrittrice sono esplicitamente esposte. Ne è prova il racconto Che?…che cosa? dove la Ortese, spogliandosi della sostanza surreale, serra una critica asprissima al padre, Tommaso Gomez, un uomo ritenuto stravagante, indifferente, amante dei debiti e maniacale vigilante di casseruole e padelle. Il biasimo della scrittrice appare evidente nelle righe seguenti:

   Davvero non ho mai incontrato nessuno che, da anni, con una costanza tanto composta e silenziosa, radunasse tutti i suoi sforzi, esercitasse così sottilmente il cervello e impegnasse tutta la sua energia nell’elaborazione di un piano che potesse condurlo ad un definitivo, totale fallimento della propria vita nel mondo.

(E’ doveroso precisare che i genitori della Ortese venivano da lei chiamati “I Gomez” poiché “li scorgeva sul balcone di casa a guardarsi per ore negli occhi, come una coppia di amanti spagnoli” https://annamariaortese.wordpress.com/2008/12/10/893/).

   Molta eleganza si scorge in quell’Infanta che ha dato il titolo all’intera raccolta. Un’Infanta che sembrerebbe identificarsi con la statua di una Madonna nera, la Signora di Montemayor, la Vergine spagnola che si discosta dalle icone venerate nelle chiese cristiane; una Madonna in cui si proietta la fervida inventiva della scrittrice, un essere santo ma che si fa carico della sofferenza umana. Nell’omonimo racconto si legge:

   Ne avevano fatto una Regina del Dolore, una Maestà Nera, le avevano messo sulle braccia un bambino morto, l’avevano chiusa in una tomba, come il simbolo di virtù sovrumane, da adorare, essa, l’Infanta, il suo cuore batteva, batteva teneramente, come quello di un animale prigioniero, ora stanco, ora convulso, anelando la santa vita sulla terra, il calore dei venti, gli sguardi dolci e smemorati della Natura.

E ancora:

   Mi diceva che sì, era vero, viveva e non sapeva da quando. Era una donna, non una statua. A volte pensava che questo supplizio (di cui i monaci erano al corrente, e che accettavano come ineluttabile) fosse ragionevole, santo. A volte sentiva che non vi era alcuna ragione, ch’era l’inferno.A volte era calma. A volte spaventata come le acque del mare, quando la sera si abbassa ad abbracciarle. Moriva e resuscitava tutti i momenti, per accorgersi che nulla era mutato, che la sua pena disumana continuava, era eterna.

   L’immagine della Vergine, che qui diventa parte integrante di una soggettività multiforme e complessa, viene ripresa in un altro racconto, Il mare di Napoli. La processione religiosa ivi descritta, convoglia il popolo in una “fervida allegria orgiastica, in una spensieratezza puerile” dettate dall’”assenza di qualsiasi sentimento del sacro”. Ed ecco che la manifestazione del sacro si trasforma in un’altra occasione per dare voce ai laghi oscuri della disperazione, mista a muta rassegnazione, che picchia l’anima dei poveri, dei giovani privati di un futuro, di vecchie donne chiuse nell’intimo ricordo di un figlio che non c’è più. Nelle preghiere alla Vergine, nelle litanie, vi si poteva scorgere la storia delle madri, delle mogli, delle figlie sepolte nel cuore degli uomini. I canti sottendevano “un pianto aspro, cupo, desolato, come testimonianza di tutte le tristezze della loro grande, meravigliosa città, che la guerra aveva offesa e umiliata, e giaceva ora in ginocchio, al cospetto dello straniero, ed era segnata a dito come la peste del Mediterraneo”.

   Una figura, dunque, quella della Vergine non confinata nel suo Olimpo divino ma ritratto dell’uomo con le sue miserie e le sue ragioni.

   La città di Napoli, da lei amata e odiata allo stesso tempo, fa da sottofondo, teatro di mali e di passioni. Ed è proprio Passione il nome che la Ortese conferisce al protagonista di Un personaggio singolare. La scrittrice coglie il filo sottile di luce e di sinistra felicità che innerva la città e lo fa servendosi di questo personaggio, Passione appunto, personificazione dello stesso sentimento, senza tuttavia trascurare gli aspetti più tetri di Napoli, quali rovine, immondizia e vetture abbandonate. Ovvero, il punto di vista dell’io narrante non manca di sottolineare le malattie sociali della città, conferendone in tal modo un’idea concreta, un affresco socio-culturale sfrangiato da ogni illusione.

  La scrittura della Ortese è limpida, priva di sbavature, ma incline alla ridondanza, palpabilmente visiva, colma di parole somme ed emotivamente forti che danno forma alle numerose visioni presenti nel testo. La scrittrice piega la forma alla materia trattata, rendendola portavoce dell’intimo universo dell’anima umana. Non si scorge, però, una ricerca di originalità. L’ordito narrativo si serve di una lingua ricca e garbata per attribuire concretezza ad esseri sovrannaturali, talvolta inquietanti, oscillanti tra la vita e la morte. Traduttrice dell’ineffabile, la Ortese ha impiegato una lessico simbolico, in cui le parole volteggiano in una danza onirica raffinatissima, in un realismo visionario di bontempelliana memoria, ma che, allo stesso tempo, sprofondano il loro senso nel vissuto dell’autrice.

   La solitudine, quindi, è stato il requisito sociale della sua vita e per chi come lei ha avuto il dono e il fardello, croce e delizia, di sentire in profondità la doppia forza spirituale del mondo, fatta di nitore e di oscurità, questa condizione di isolamento diventa una zavorra insostenibile.

  L’Infanta sepolta rimanda al sapore iberico che ispira il registro narrativo della Ortese nei suoi primi racconti. Invero, come sottolinea Monica Farnetti nella nota finale al testo, “l’Infanta è uno spartiacque tra l’epoca ispanica della sua produzione letteraria e quella della maturità, segnata esplicitamente da una Napoli neorealista con le sue miserie del secondo dopoguerra”. Nonostante tutti i racconti siano pervasi da un’esigenza di percepirsi altrove, in un luogo ideale, nell’ultima parte vi è una lucidità letteraria maggiore. La sua poetica si basa principalmente sull’assenza di distinzione tra realtà e fantasia, tra visibile e invisibile, dove i primi elementi della dicotomia sono enigmaticamente intrecciati ai secondi e sono i binari su cui corre il messaggio narrativo. In sottofondo si ravvisa sempre una malcelata malinconia che dà man forte alla sua intensa solitudine: si allontana dal mondo delle persone e delle cose per esiliarsi in un’altra dimensione in cui resta prigioniera di un silenzio impenetrabile, che fa da eco ad un dolore lacerante. Esperienza, questa, per parafrasare le parole dello psichiatra Eugenio Borgna, che non può essere analizzata e decifrata se non immedesimandosi negli abissi della interiorità. Perchè tra tutte le emozioni, la tristezza è la più emblematica testimonianza della nostra umana fragilità.

 

 

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3 pensieri su “Anna Maria Ortese, “L’infanta sepolta” (recensione di Maresa Schembri).”

  1. Recensione eccellente! Brava Maresa. Non ho letto questo testo dell’Ortese, ma ora, grazie a te, lo farò. La conoscevo già come grande scrittrice, ma ora ho una ragione in più per ritornarci su. E pensare che Napoli ha facilmente dimenticato questa sua grande figlia, ed è rappresentata da quella sciatta cronaca che è L’amica geniale, i cui quattro volumi non valgono le poche citazioni che hai riportato. Grazie.

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