Antonio Scurati, lettura, Recensioni, Scurati (recensione)

Antonio Scurati, “Il rumore sordo della battaglia”

foto scurati Un campo di battaglia, privo di ogni possibilità di salvezza, è il luogo di ambientazione scelto da Scurati per il suo primo romanzo, Il rumore sordo della battaglia, pubblicato nel 2002 e ristampato da Bompiani nel 2006.

   Sebastiano Vives è il protagonista e la voce narrante del testo: figlio di un cavaliere ucciso nella battaglia di Morand tra svizzeri e borgognoni, è logorato dal desiderio di vendicare la morte del padre. Con la discesa di Carlo VIII perde i suoi possedimenti ed entra a far parte di un gruppo di mercenari capeggiato da Giovanni Dellanotte, detto il “Malacarne” e, insieme a loro, attraversa l’Italia delle guerre rinascimentali. 

   Scurati ricompone, così, il quadro delle vicende storiche che hanno solcato il paese alla fine del XV secolo, soffermandosi in modo particolare sul loro significato socio-culturale. 

   La prima edizione del romanzo si presentava bipartita: la parte storica quattro-cinquecentesca, che narrava le vicende del nobile soldato Sebastiano, procedeva di pari passo con la linea contemporanea, dove il professore Sebastiano, portavoce dello scrittore, conduceva una guerra personale contro l’inquietante mondo attuale, popolato da studentesse con piercing, da extracomunitari ed immerso nel settore commercializzato dei blockbuster. Queste due linee narrative creavano un’oscillazione particolarmente complessa fra le due parti del testo: infatti, alcune affermazioni incontrate al primo livello potevano essere riprese o spiegate al secondo livello, e viceversa, mentre i rinvii ironici non demistificavano gli elementi seri e oltranzisti.

   Nella ristampa del 2006, invece, Scurati è intervenuto sulla partitura compositiva del testo, eliminando il secondo piano narrativo su cui si basava la prima edizione, aggiungendo un capitolo e una post-fazione.

   L’architettura del romanzo si articola in quattro blocchi narrativi, ognuno dei quali ha per titolo la data e il nome di una battaglia. Ogni lotta assume un significato profondo: essa non è soltanto una tragedia che semina morti e sangue, ma per le aristocrazie guerriere rappresentava anche il luogo in cui si manifestava il valore e il rango della nobiltà. Il corposo romanzo si propone di mettere in luce il momento storico in cui questo ideale glorioso viene meno, sottolineando, pertanto, il passaggio dal codice bellico del cavaliere armato alla disciplina del soldato comune. Parallelamente è possibile osservare come la natura di questo cambiamento si rifletta anche nell’uso degli strumenti bellici: infatti, la lancia e la spada brandita dall’arcione di un cavallo vengono sostituite dall’archibugio e dalla picca dell’appicolato. L’avvento delle armi da fuoco determina, insomma, l’eclissi del mondo cavalleresco.

 Questo momento di transizione è, in realtà, uno scontro tra passato e futuro, in cui ciò che era sentito come epopea del valore e del coraggio viene disarticolato e deprivato dei suoi contenuti più profondi: l’ideale cavalleresco è corroso e disgregato perché i suoi simboli e le sue prerogative, pur rimanendo fascinosi, si piegano alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di guidare le armate. 

   Coloro che rifiutano l’insegnamento della forza che la storia impartisce, restano ancorati all’ideologia tradizionale, in un mondo però che è in continuo e inesorabile mutamento. Così accade al Malacarne e alla sua Fratellanza che, contrari all’innovazione, credono che la lotta sia l’espressione più autentica della condizione umana senza speranza; essi sono gli “uomini-topo”, votati non più al mestiere delle armi, ma al loro culto cannibalico; non combattono né per la gloria, né per l’amore, né per la fede, ma professano un credo per cui la guerra è fine a se stessa, un macabro gusto di morte e di violenza. Eroismo, a questo punto, significa dare e ricevere la morte.

   “Quando uno di noi cadeva nello scontro […] ci denudavano, ci scioglievano i capelli […], ci davamo pugni l’un l’altro fino a spaccarci le labbra, fino a gonfiarci gli occhi, a incrinarci le ossa, e poi mangiavamo dal cadavere del nostro Fratello caduto. Nessuno aveva stabilito esplicitamente le regole di quel rituale. Non apparteneva a nessun culto da noi conosciuto, e il culto a nessuna religione. Non c’erano fedi a sostenere il nostro mangiarci a vicenda. Eppure lo avevamo fatto come guidati da una mano divina sin dalla prima volta che uno di noi era stato ammazzato. Come aveva detto il Malacarne prima di Cerignola, eravamo cibo per gli dei; ma oramai, dopo Cerignola, gli dei eravamo noi. Dopo Cerignola, al banchetto degli dei pestilenziali della guerra eravamo commensali e pietanza” (pp. 335-336).

   In tal modo, nel momento in cui cambiano i rapporti tra valori culturali, morali e tecnologici, si trasforma, di conseguenza, anche il senso di un’esperienza traumatica come quella della morte in battaglia.

   Nella guerra si coglie un ritorno alla ferinità: Sebastiano vuole vendicare il padre ma, quando incontra la Fratellanza del Malacarne, l’ossessione della vendetta scompare anche se, tuttavia, non viene placata la sua sete di violenza. Questa inclinazione alla ferocia è diretta contro il nemico ed è, allo stesso tempo, autoinflitta in una sorta di rituale sacro del combattimento: lo dimostrano i continui richiami a Dioniso, al sangue versato e assorbito dalla terra, al guerriero come cibo degli dei.

   Prende così corpo una vera e propria religione della guerra:

   “Come il prete che abbia smarrito la fede, ma che continui comunque ogni domenica a vestire i paramenti e a baciare il crocefisso, per ripetere nella stessa antica sequenza le medesime formule latine che nessuno comprende più da secoli, e a cui lui stesso oramai non crede più, così il guerriero indossa l’armatura ed espone la propria vita a una forza preponderante e arcana, della quale non scorge il disegno e di cui ignora persino il nome. Se i guerrieri che ci precedettero si attennero per secoli alla stessa sequenza di gesti, se ripeterono uno dopo l’altro la medesima cantilena, se sgranarono tra le dita sanguinanti le gemme di un identico rosario, non fu perché nelle cose della guerra vi fosse una legge, umana o divina, cui piegare il capo, ma perché nessuna legge, giusta o sbagliata, governa le cose di questo mondo. E se noi domani condivideremo la loro sorte, aggirandoci con le budella in mano tra le colline in fiamme, sarà per quello stesso motivo ” (p. 217).

   L’orchestrazione espressiva del romanzo è cifrata dal lessico del disfacimento e, talvolta, della volgarità; la crudezza di alcune scene, descritte con minuzia di particolari, acuisce il senso della vista che rende quasi concreta e cinematografica la spettacolare visione.  

   Il tempo del racconto è molto lento ed è scandito dalle date che siglano ogni avvenimento: questo crea una monotonia sintattica che si coniuga, nel periodare di Scurati, con l’obbedienza alla rappresentazione meccanica del mondo bellico. La tecnica scrittoria, dunque, va calibrata sull’argomento trattato, per cui l’autore fissa sulla pagina il gesto e la mimica nella loro cruda espressività.

   La post-fazione, che conclude la ristampa del 2006, prende le mosse da un’osservazione di Italo Calvino apparsa nel 1964 ne  Il sentiero dei nidi di ragno. A chiusa del romanzo vi è, infatti, un breve saggio intitolato La letteratura dell’inesperienza, dove prendono corpo le riflessioni dello scrittore sul rapporto ormai inesistente tra letteratura e esperienza concreta; in modo particolare Scurati pone l’accento sulle storie di libri che affondano le loro radici non nel vissuto ma nei materiali dell’immaginario. 

   Questa tendenza sfocia, inevitabilmente, nell’incapacità di distinguere la realtà dalla finzione che caratterizza l’età moderna, schiacciata dal ruolo sempre più incisivo dei mass-media. Nella cultura occidentale si pensa alla guerra come ad “una realtà deprivata della sua esperienza”, poiché lo spettacolo televisivo dà soltanto l’illusione di conoscenza, accentuando “il senso di inautenticità” della vita. 

   Allorché le esperienze mediate sembrano dominare su quelle vissute, l’autore esorta a resistere alla cultura di massa e a non perdere il senso del tragico, scongiurando così il pericolo di un totale annebbiamento delle coscienze. Scurati affida allo scrittore il compito di rifondare le ragioni del romanzo storico, da lui considerato una via ancora percorribile per esercitare una funzione critica che contrasti la riduzione del mondo a sola immagine.

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