George R. R. Martin, Martin (recensioni), Recensioni

«Fuoco e Sangue», o meglio: come il fantasy diventa letteratura

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A poco più di due mesi dalla sua uscita nelle librerie, è ormai tempo dei primi bilanci per il nuovo romanzo firmato R.R. Martin: Fuoco e Sangue (Intervista esclusiva a George R.R. Martin sull’imminente uscita di “Fuoco e sangue”).

Con grande rammarico dei fan della saga Cronache del ghiaccio e del Fuoco (di cui ci eravamo occupati qui: “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”: fantasy trash o letteratura? ), non si tratta del prossimo romanzo della serie, ma di un prequel. L’opera infatti tratta delle vicende che portarono la casata Targaryen alla conquista del continente Occidentale. Tutto ciò che viene narrato in queste pagine avvenne 300 anni prima degli eventi di Trono di spade e ci offre la possibilità di conoscere i trisavoli della principessa Daenerys Targaryen, una delle protagoniste indiscusse della saga di Westeros. Fuoco e Sangue è in realtà solo il primo volume di quella che sarà una trilogia e ricopre il periodo compreso tra la conquisa di Aegon (l’anno 1 nel calendario di Westeros) fino al 157 (anno della morte di Aegon III). 

Prima di entrare nei dettagli degli avvenimenti e dei personaggi che si incontrano tra queste pagine, è interessante parlare dello stile della narrazione, molto diverso rispetto a quello de Le cronache del ghiaccio e del fuoco. La tecnica usata in questo libro è presa in prestito dalla storiografia: si tratta a tutti gli effetti di una cronica, così come lo erano le opere di Dino Compagni (di cui ci siamo occupati in questa recensione=> «Così sta la nostra città tribolata!»: la Firenze di D. Compagni e l’Italia di oggi. Cosa è cambiato?) o dei Villani. Non sorprende quindi che, tra i modelli annoverati dallo stesso autore, ci sia La storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano di Gibbon (tappa indispensabile per chi voglia approcciare, anche solo attraverso il genere del romanzo, il mondo storiografico). A questo però si aggiunge uno stratagemma narrativo tipico della letteratura dell’Ottocento: il trucco del manoscritto ritrovato. Se Manzoni, ne I promessi sposi, racconta di aver trovato un manoscritto anonimo del Seicento in cui erano riportate le vicende narrate nell’opera, nel frontespizio di Fuoco e Sangue si legge: 

Storia dei re Targaryen del continente occidentale […] vergata dall’arcimaestro Gyldayn della cittadella della Vecchia Città (qui trascritta da George R. R. Martin).

Questi due elementi, l’impianto storiografico e il trucco del manoscritto ritrovato, creano un fitto intreccio di voci narranti.  Il testo infatti si articola in 4 livelli che lo rendono incredibilmente simile, sia come tono che come struttura, ad un testo storico (pur trattandosi, ovviamente, di fatti di fantasia):

  1. Il livello di Martin “autore reale”, colui che ha ideato tutto quanto si legge, conoscitore del mondo di Westeros e dei fatti presenti, passati, futuri. In quanto scrittore appartiene allo stesso mondo (quello reale) del lettore.
  2. Il livello di Martin “autore implicito”: qui le cose si complicano. Martin in questo senso sarebbe colui che trascrive (si direbbe fedelmente) il manoscritto ritrovato di Gyldayn. Al che sorge una domanda spontanea: di quale mondo fa parte l’autore implicito? Da un lato una risposta molto semplice porterebbe ad attribuirlo al mondo reale, al Martin autore anche di altri libri. Ma questo sarebbe fuorviante. Se, infatti, fosse così, cadrebbe tutto il patto con il lettore: come farebbe ad aver trovato il manoscritto a Westeros? Sarebbe assurdo scrivere una cosa del genere. Gyldayn, infatti, appartiene a tale mondo e quindi lo stesso può essere detto anche per il manoscritto. L’autore implicito quindi è il ponte tra noi e il mondo descritto, puramente inventato; è il lasciapassare tra Westeros e la realtà. Il libro stesso in quanto tale è un prodotto che porta un po’ della fantasia di Martin nelle nostre case. 
  3. Il livello di Gyldayn: questa è la voce narrante, trascritta da Martin; è extradiagetica in quanto non partecipa agli eventi descritti. La cosa interessante però è che Gyldayn vive proprio 300 anni dopo gli eventi; sarebbe quindi un contemporaneo di Tyrion Lannister e Daeneris Targaryen ? Forse sì. Il che ci porta alla domanda seguente: quando avviene il ritrovamento del manoscritto da parte del Martin autore implicito? Nello stesso periodo? Poco dopo? Insomma si tratta di un gioco di specchi complesso e affascinante. 
  4. il livello delle fonti di Gyldayn: colui che ha vergato la cronica originale, come tradizione della storiografia moderna, prende in considerazione diverse fonti. Le principali sono 3:
    1. Il Veritiero resoconto di Munkum, un personaggio vissuto in quel periodo e che spesso prese parte alle riunioni dello stesso Concilio Ristretto 
    2. La testimonianza di Fungo, buffone di corte 
    3. Il regno di re Viserys, primo del suo nome e la danza dei draghi che ne seguì di Eustace.

In diversi punti del libro, l’effettivo decorso storico degli eventi è incerto e tale è condannato a rimanere. La voce narrante si affida soprattutto alla prima di queste fonti, ma quando non è possibile farlo (per esempio quando l’autore non era presente agli avvenimenti) lo confronta con quanto detto nelle altre fonti, ne offre una valutazione e, se questo è il caso, avvisa il lettore del fatto che non sarà mai possibile sapere come si sono davvero svolti i fatti. 

A questo punto si rende necessaria una digressione circa le nostre fonti, giacché molto di quanto accadde negli anni successivi si svolse a porte chiuse […]. Septon Eustace […] vergò la cronaca più dettagliata di quel periodo. In qualità di confidente e confessore di re Viserys e delle sue regine, Eusatce si trovava nella giusta posizione per conoscere molto di quanto avvenne, e anche di più. […] Laddove Septon Eusatce riporta i misteri di talami e bordelli con toni smorzati e di biasimo, Fungo vi si crogiola, e la sua Testimonianza consiste per lo più di racconti salaci […]. Quanto sia degno di credito è una domanda a cui lo storico onesto non può sperare di rispondere.  

Questo discorso ha valore solo se consideriamo che la voce narrante sia Gyldayn e non Martin (che invece è ben a conoscenza di come le cose si svolgeranno). 

La scelta di optare per questo tipo di narrazione è coraggiosa: in un periodo in cui i libri pullulano di dialoghi e frasi paratattiche piene di fatti e narrazione, Fuoco e Sangue sorprende il lettore con pagine dense, prive di dialoghi e ricche di dubbi e domande sulle fonti. Si tratta di una tecnica che ci confronta con il tema della verità storica e quindi anche con il concetto di postverità, attuale più che mai nei giorni dei social, delle notizie bufale e degli slogan mirati alla pancia del popolo. Ma non è solo questo affondo nella realtà di oggi a sorprendere, quanto anche il brusco cambiamento di prospettiva nella quale viene collocato il lettore delle Cronache e in Fuoco e Sangue. Qui non siamo calati nella mente dei protagonisti tramite la ricorrente tecnica della focalizzazione interna, quanto in quella esterna del narratore extradiagentico, ma non onnisciente. Si tratta di un cambiamento notevole che stupisce piacevolmente. I libri di autori contemporanei (soprattutto in Italia) hanno spesso lo stesso stile da cronaca famigliare piatta e un po’ sdolcinata; trovare diversi stili di scrittura all’interno di un singolo autore merita plauso, non solo per il tentativo di dare un po’ di freschezza al genere, ma anche per il risultato di indubbio valore. Colpisce anche l’originalità di trattare un genere, quello fantasy, basato su draghi, creature fantastiche e città mai esistite, tramite gli strumenti della storiografia, che invece ha sempre avuto come scopo la narrazione più oggettiva possibile di eventi del passato. 

Questo cambio di rotta ha un prezzo, che però Martin riesce a marginalizzare, ossia la minor attenzione nei confronti della psicologia dei singoli personaggi. Proprio perché il ritmo della narrazione è più veloce, la tridimensionalità dei protagonisti è un po’ stereotipata, soprattutto man mano che il loro legame con il ramo regnante della casata si affievolisce (in questi casi, solo i nomi vengono citati). 

I lettore di Martin non deve però pensare che si tratti qui solo di maschere vuote: i personaggi notevoli infatti non mancano. Primo fra tutti Aegon Il Conquistatore, che riuscirà a riunire tutti i sette regni (tranne Dorne) sotto un unico vessillo, anche se questo costerà la vita di una delle sue due sorelle-spose e del suo drago. Gli eventi hanno, come spesso avviene nella tradizione epica (altro modello del mondo narrativo di Martin), un andamento ciclico: spesso ad un grande sovrano ne segue uno minore e poi un periodo di rivolte. Così vedremo lo scontro tra il perfido Maegor e Aenys, entrambi figli di Aegon, ma di madri diverse. Il primo dei due colpisce per la sua spietatezza ma anche per una malinconica voglia di autodistruzione. È crudele e spietato, ma soprattutto ossessionato dalla sua incapacità di generare un erede, cosa che lo porta a sposare 5 donne, le ultime 3 tutte insieme, dopo essersi liberato dei rispettivi mariti. Di notevole interesse sono anche i personaggi femminili. Tra tutte spicca Alysanne la Buona, moglie di Jahearis. Attiva nell’esercizio del potere, dedita all’ascolto delle donne di alto e basso lignaggio in tutte le città che visita, abitudine che la porterà poi a schierarsi con efficacia contro lo ius primae noctis. In realtà il tema femminile è sentito dal narratore come pregnante: la decisione presa di favorire la linea dinastica tramite sangue maschile porterà di fatto alla Danza dei Draghi, tremenda guerra civile che dilanierà il paese. 

Ed è proprio questo il punto, in conclusione, per parlare dei grandi protagonisti del libro: i draghi. Queste creature sono simbolo di potere, di vittoria, ma anche di fedeltà. La loro natura non è del tutto chiara alla voce narrante, essendo validi compagni, ma al contempo belve feroci, addomesticate al servizio di un solo uomo o donna; rimangono delle creature misteriose.

Non abbiamo la presunzione di comprendere in alcun modo il legame fra un drago e il suo cavaliere: un mistero, questo, su cui menti acute continuano a meditare da secoli. Ciò che sappiamo, tuttavia, è che i draghi non sono cavalli, pronti a essere montati da chiunque getti loro una sella sul dorso.

 Sono l’anima animale nella sua essenza: né buona né cattiva, ma naturale. Durante la Danza nessun vincitore uscirà di fatto dagli scontri tra draghi, così come nessun vincitore può uscire da una guerra fratricida. Una delle pagine più strazianti dell’opera è proprio la morte di quattro draghi attaccati dal popolino (è proprio il caso di dirlo) nella fossa di Approdo del Re. I draghi, impotenti, in quanto legati a catene, uccideranno migliaia di persone prima di perire davanti alla massa di gente cieca d’odio. L’episodio firmerà la condanna a morte delle creature e della loro specie.

‘La fossa si trasformò in un inferno infuocato, con uomini in fiamme che barcollavano urlando circondati dal fumo, la carne che si staccava dalle ossa annerite’  scrive Septon Eustace, ‘ma per ogni uomo che cadeva, altri dieci apparivano, urlando che i draghi dovevano morie. E, uno dopo l’altro, i draghi morirono’. […] L’ultimo dei quattro non morì altrettanto facilmente. La leggenda narra che alla morte della regine Haelena Sogno di fuoco avesse già spezzato due delle sue catene. Le catene rimaste le ruppe in quell’occasione, strappando gli uncini dalle mura mentre la folla lo caricava, quindi piombando tra loro con furia, facendo uomini a pezzi e dilaniandone le membra con zanne e artigli, scatenando le sue spaventose fiamme. Mentre altri invasati si avvicinavano, Sogno di fuoco si levò in volo, prese a roteare nell’interno cavernoso della fossa per poi scendere in picchiata sugli uomini sottostanti. Tyraxes, Shrykos, e Morkul ne uccisero un gran numero, non v’è dubbio, ma Sogno di fuoco ne sterminò più di tutti e tre insieme.  

Fuoco e Sangue è un’opera originale che ci permette di ritornare nel mondo di Westeros con una prospettiva diversa. La tecnica narrativa rivela uno scrittore poliedrico e pieno di inventiva, capace di adattarsi a stili diversi. Quest’opera non è pensata solo per un pubblico già conoscitore di Westeros, ma anche per i neofiti. Non si necessita di nessuna conoscenza pregressa per apprezzare questo libro. Si tratta di un testo epico -famigliare, un  po’ alla moda dei russi, che ci permette di respirare quell’atmosfera ottocentesca tipica dei romanzi storici alla Manzoni, lasciandoci apprezzare tutta la grandezza di chi ha saputo elevare il fantasy a letteratura. 

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