Caffè Letterario, Oliver Sacks, Recensioni, Sacks (recensioni)

OLIVER SACKS E L’UOMO CHE SCAMBIÒ SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO AL CAFFÈ LETTERARIO DI ZURIGO (di Vittorio Panicara)

Una variegata serie di casi clinici raccontati dal loro neurologo, uno scienziato che è anche uno scrittore e, soprattutto, un uomo che parla, racconta e spiega le vicende di altri uomini…

La competenza e l’umanità di Oliver Sacks, ne «L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» (1985), un caso fortunato di medicina narrativa, sono messi al servizio di un lettore interessato, ma non necessariamente esperto, curioso di scoprire i segreti del cervello umano nella speranza, fondata, di ricevere un contributo notevole nella comprensione  del mistero della vita.

Sicuramente rispondenti alle richieste del testo, i numerosi lettori del Caffè Letterario di Zurigo hanno discusso di questo tema a un anno esatto dalla fondazione del gruppo stesso, il giorno 23 novembre.

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Maresa, Camilla e Teresa, le tre fondatrici e coordinatrici del gruppo

Nonostante qualche asperità terminologica, la lettura del libro ha coinvolto emotivamente tutti, e questo è dipeso da diversi fattori: la particolarità del tema, le sindromi dell’emisfero cerebrale destro, il cui studio rivela «i fondamenti fisici della persona, del sé», di malati che lottano «per conservare l’identità»; la precisa struttura in quattro parti (Perdite, Eccessi, Trasporti, Il mondo dei semplici), che individuano altrettante tipologie patologiche; l’empatia che l’autore, presente in modo quasi “affettuoso” nelle pieghe del testo, suscita nel suo lettore; l’eterogeneità dello stile e la chiarezza della lingua. I casi del musicista dottor P., nel capitolo che dà il titolo al libro, o della novantenne Natasha K., ne «La malattia di Cupido», rivelano un mondo interiore ricco di vita, fatto di memoria, immaginazione, tendenze artistiche e musicali: uno spaccato della natura umana che sorprende proprio perché scaturisce dal rapporto scambievole tra ciò che giudichiamo “normale” e la “malattia”. Il lettore non può non stupirsi se, per esempio, gli attacchi epilettici possono essere fonte di creatività (come in Dostoevskij), o se, tornando ai casi clinici citati, l’agnosia visiva del dottor P. (vede solo i dettagli delle figure, non l’insieme, e per questo non entra in relazione con l’immagine) gli impedisce sì di essere “persona” e di avere il senso concreto della realtà, ma a questo punto la sua vita “è” la musica, che ha preso il posto dell’immagine. Natasha K., analogamente, ha la neurosifilide, ma non vuole essere curata del tutto, visto il piacevole stato di euforia disinibente portato dalla malattia.

Nel gruppo si è discusso di questa eventuale “positività” della malattia neurologica, che però, come hanno rilevato alcuni, in fin dei conti dipende dalla menomante condizione di cerebrolesi dei pazienti. Ma su un punto tutti si sono trovati d’accordo: l’apertura umanistica manifestata da uno scienziato finalmente umile, capace di prendere in considerazione i malati in quanto  esseri umani da studiare nella loro complessa realtà, fatta di sofferenza, ma anche di un riscatto personale ottenuto attraverso la terapia e la valorizzazione di doti come la memoria, l’immaginazione o l’arte (si veda come esempio il disegno nell’ultimo racconto, «L’artista autistico»).  La discussione ha toccato anche temi un po’ collaterali, ma non minori, come il tempo “intenzionale” di Bergson (citato da Sacks in opposizione a quello della pratica scientifica nel caso del «marinaio perduto», che insieme con la memoria ha smarrito la vita vera e propria), il Counseling di Carl Rogers, la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner e la stessa produzione letteraria pirandelliana.

Come in altri casi, il testo ha permesso una discussione ampia, non esaustiva ma arricchente per tutti i partecipanti, capaci di sceverare e approfondire molteplici aspetti dei problemi posti dall’autore.

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Oliver Sacks, con questo libro di saggistica, così osteggiato da tanta medicina ufficiale per il suo ritorno alla trattazione di casi clinici, ma anche così intrigante e colto (vengono citati, tra gli altri, Buñuel, Schopenhauer, Wittgenstein, Hume), ha voluto essenzialmente costruire un racconto, il racconto dell’interiorità dell’uomo:

Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un “racconto”, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. […] L’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé.

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