bilinguismo (citazioni), Italia (citazioni), letteratura (citazioni), lingua italiana (citazioni), Linguaggio (citazioni), scuola (citazioni)

DICIAMO SÌ AL BILINGUISMO (di Vittorio Panicara)

Bilinguismo è bello. Perché? Non è il caso di far ricorso all’ovvio motivo secondo cui conoscere bene due lingue è meglio che conoscerne una. Troppo facile e anche difficile a verificarsi. Il punto è un altro e riguarda sia il concetto di lingua materna che quello di padronanza linguistica.

Iniziamo dal primo punto: che cos’è la lingua materna? Una lingua naturale e spontanea, avrebbe risposto il buon Dante, che riteneva perciò l’italiano superiore allo stesso latino. La lingua della nutrice (De Vulgari Eloquentia). Oggi però la lingua della scuola è troppo più importante del latino del medioevo per poter semplificare così il discorso; ai tempi di Dante si comunicava in italiano e la lingua della scuola, il latino, conosciuto da pochi, non contava così tanto nella vita di tutti i giorni. È ovvio che oggi uno svizzero non può ignorare il buon tedesco, per lui unica lingua scritta, così come un italiano che parli solo dialetto vorrebbe conoscere meglio la lingua italiana. Dunque, il dilemma si ripropone: che cos’è la lingua materna, se non può essere soltanto la lingua della scuola o la lingua parlata in casa? Il problema, come si sa, investe in pieno i ragazzi italiani di seconda e terza generazione in Svizzera e dunque ci riguarda da vicino, molto da vicino.

A questo punto si potrebbe dire che è importante soprattutto conoscere la lingua che più si usa nella società, e basta. Ma nemmeno questa è una buona risposta, perché bisognerebbe distinguere tra i vari usi che facciamo della lingua secondo la situazione in cui ci troviamo (si parla in questi casi di variabilità funzionale, che non dipende direttamente dalla professione o dallo status sociale di chi parla). Vale a dire che io adopero la varietà di lingua più adatta dipendentemente dall’interlocutore, dal ruolo che ricopro e dai compiti sociali che svolgo. Mi permetterò di dire, in modo ridondante ma familiare, a me mi piace in pizzeria con gli amici e non di fronte a una persona di riguardo, così come chiamare in famiglia madia l’armadio della cucina (vi si conserva il pane; in realtà può essere un recipiente qualsiasi) è tutto sommato incongruo (e anche un po’ ridicolo).

Se allora è l’uso quello che conta, ci si può chiedere quale uso «vale» più di altri.  A questo riguardo non è detto che la lingua delle università o dei testi letterari sia quella che debba far testo per stabilire qual è la norma, perché si può dimostrare che nella società, anche al livello formale, si parla in altro modo rispetto alle aule scolastiche e ai circoli letterari. In sintesi si può dire piuttosto che l’uso formale della lingua in un certo tipo di situazioni (per esempio in ufficio, nelle redazioni dei giornali, ecc.) può essere il termine di paragone che cerchiamo. Dunque, come conclusione provvisoria, stabiliamo che certi usi, in cui prevalgano correttezza e costanza di abitudini, e con riferimento a una vasta funzionalità nell’ambito sociale, possono essere considerati come una lingua da assumere come modello.

Riassumendo, la lingua materna non è semplicemente lingua «naturale», quella della famiglia, e nemmeno solamente quella della scuola; non conta neppure quanto una certa lingua sia parlata in società, e neppure se a parlarla sono i rappresentanti ufficiali dell’alta cultura: bisogna riconoscere gli usi corretti e ricorrenti nelle situazioni di impiego della varietà standard (ma senza trascurare l’uso scritto della lingua: giornali e riviste innanzitutto, forse prima dei libri). E si tratta, occorre dirlo, di posizioni non condivise da tutti.

Ad ogni modo, se tutto ciò è vero, allora i giovani di seconda o terza generazione di cui sopra, se sono capaci di adoperare due lingue negli ambiti di cui si è detto, sono bilingui a pieno titolo, e se cambiano codice non c’è da meravigliarsi e tanto meno da disperarsi; l’importante, però, è che le due lingue siano padroneggiate discretamente, meglio se con buona competenza, passiva e attiva, e, come detto, in occasione delle situazioni socialmente più rilevanti.

Veniamo allora al secondo punto: la padronanza della lingua, problema meno complesso, forse, eppure ancora più discusso e incerto.

Ora, che la scuola italiana sia malata di purismo non è un mistero per nessuno; bastino le migliaia di laureati in italiano che nell’insegnamento mirano a imporre retorica ed eleganza formale, regole vecchie e polverose, adatte a penalizzare chi è troppo abituato al dialetto o all’italiano popolare. È vero che da molto tempo si sta imponendo la buona prassi scolastica di insegnare l’uso della lingua nel contesto e nella situazione, ma la malattia aristocratica dell’italiano letterario puro e bello non è stata del tutto debellata (molti italiani, ingenuamente, pensano che un accento dimenticato sia segno di insufficienza di pensiero). Un linguista ha detto che si padroneggia una lingua quando si è capaci di riconoscerla, in qualsiasi sua varietà (non esclusi i dialetti), partendo anche da una semplice frase. Naturalmente occorre sapersi esprimere anche correttamente e in ogni situazione, come già detto, e i due obiettivi insieme non sono facili da raggiungere. Ed è chiaro che certe strettoie, quelle dei programmi ministeriali, non facilitano il compito dell’insegnante.

Ammettiamo ora che tutto questo sia ragionevole: è evidente allora che il ragazzo bilingue, in quanto tale, può benissimo padroneggiare due lingue, l’importante è che non gli si chieda di parlare come un vuoto trombone gonfio di retorica, o di saper comporre astrusi testi poetici in due lingue: non sarebbe giusto, perché non sarebbe sensato. Quello che gli si deve chiedere, affinché la qualità delle due lingue sia in entrambi i casi quella della «Muttersprache», è che abbia competenze adeguate, passive e attive, nell’uso della lingua nella comunicazione pratica (lettere, conversazione formale e così via).

Breve corollario finale: il bilinguismo, per il solo fatto di esistere, mette in crisi la tradizionale opposizione teorica fra L1 e L2, ma questo è un altro tema, da affrontare separatamente…

Fonte dell’illustrazione:

Il bilinguismo fa risparmiare risorse al cervello (che così invecchia di meno)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...