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IN PATAGONIA CON BRUCE CHATWIN (di Vittorio Panicara)

Cos’è un “libro di viaggi”? Cos’è una “traveling litterature””?

Si tratta semplicemente di un romanzo che parla di un viaggio, come è accaduto dall’Odissea in poi? Troppo vago. Occorre un io narrante che racconti un suo viaggio? Sì, ma non basta. Ed è solo una cronaca di viaggio? No. Per trovare le risposte a queste domande converrà prendere in considerazione un romanzo di quaranta anni fa, «In Patagonia” di Bruce Chatwin, «Il libro-simbolo di tutti i viaggi» (dalle note di copertina), insomma il libro di viaggi per eccellenza.

Bruce Chatwin, scrittore inglese di 34 anni (morirà a 49) , era partito nel 1974 per la Patagonia, viaggiando in sei mesi da Buenos Aires alla Terra del Fuoco, e nel 1977 pubblicò il libro che riportava fedelmente quella che era stata l’esperienza di un vero viaggiatore e non quella di un turista, il diario di viaggio di un vagabondo, zaino in spalla e moleskine in tasca, interessato a tutto e a tutti. Un libro che sarà presto di culto.

Il futile motivo del viaggio è chiarito fin dall’inizio: trovare un lembo di pelle di un animale preistorico, un brontosauro (poi si scoprirà che si tratta di un milodonte, o bradipo selvaggio, e che non è preistorico), sulle orme del cugino Charley Milward, la cui vita avventurosa viene narrata nei capitoli finali. Alla fine del lungo racconto questo pezzo di pelle viene effettivamente trovato. Si aggiunga che la Patagonia è al riparo dalla minaccia dell’Unione Sovietica, che sembra pronta a utilizzare l’arma nucleare, e la motivazione del viaggio è completata. Bruce avanza a piedi, facendo tesoro dell’ospitalità della gente dei luoghi e avanzando grazie a passaggi o a mezzi di fortuna, o andando a piedi. Attraversa un territorio vastissimo e selvaggio, dal nord della Patagonia, la regione del Chubut, alla Terra del Fuoco. La sostanza del lungo resoconto di viaggio, che riporta solo scarne descrizioni paesaggistiche, è costituita da una serie lunghissima di brevi racconti di storie raccolte durante il vagabondaggio e contenute in ben 97 capitoli: testimonianze, narrazioni storiche e leggendarie, miti e credenze, invenzioni fantastiche. In ogni luogo di sosta Chatwin raccoglie una o più storie. I numerosi riferimenti culturali, storici e geografici di cui si è servito per verificare il tutto sono poi confluiti nelle note di una sorta di appendice, «Alcune fonti» («Animali preistorici in Patagonia», «Rio Negro», «Gallesi» ecc.). È evidente che Chatwin ha voluto soprattutto conoscere le persone e i popoli, il loro passato e le loro idee, dandoci un’infinità di ritratti, di vicende più o meno drammatiche, di aneddoti… più o meno veritieri. E senza commenti (o quasi).

Qualche cenno a queste storie sarà di utile esempio: nel Chubut Bruce incontra la comunità gallese, allegra e rumorosa, e ritrova usi e costumi vicini ai suoi; le storie di bandoleros norteamericanos portano poi il lettore alle vicende vere, o presunte tali, di Wilson ed Evans, cioè forse della banda di Butch Cassidy, rifugiatosi dalla Bolivia (dove molti ritengono invece che sia stato ucciso insieme a Sundance Kid) in Patagonia; la storia di Port Desire, oggi Puerto Desiado, e del capitano John Davis, a cui si richiama la Ballata del vecchio marinaio di Coleridge; la ribellione anarchica del 1920 di Antonio Soto, letta in tre volumi trovati a Buenos Aires, «perché questa rivoluzione in miniatura sembrava spiegare la meccanica di ogni rivoluzione» (i commenti della voce narrante sono rari, ma sembrano scolpiti nel granito), con la repressione sanguinosa del colonnello Varela; il viaggio di Magellano e la paura dei fuochi accesi dai fuegini in una terra che pareva essere l’inizio dell’arcano Antichton (la Terra del Fuoco come «la terra di Satana», in analogia alla montagna dantesca del Purgatorio); l’annientamento degli Ona della Terra del Fuoco e la vita di Alexander Mac Lennan, detto “Red Pig” (con la crudele interpretazione del darwinismo: «la sopravvivenza dei più forti»); la persecuzione dell’anarchico Simòn Radowitzky; le vicende di Jemmi Button (che avrebbero ispirato Edgar Allan Poe) e i diari di Fitz Roy e di Darwin, così chiaramente razzisti; la città di Ushuaia, da cui Chatwin si allontana volentieri, «come da una tomba non amata»; le avventure di Charlie, notizie che Bruce ha attinto a Lima dalla figlia di lui Monica Barnett. Questo nudo elenco non può dare la complessità e anche la frammentarietà di un libro che non è possibile riassumere.

Il pregio principale del testo è forse la capacità affabulatoria dell’autore, capace di rielaborare (non senza distorsioni) le storie raccolte da vagabondo errante, rivivendo una Patagonia tragica, vissuta attraverso le parole degli altri e visitata con la curiosità e la sensibilità dell’uomo colto. La narrazione è sorretta da una documentazione solida, molto precisa, che spazia dalla storia alle scienze naturali, dalle lettere all’antropologia. Chatwin elogia il viaggio in genere e la felicità dei popoli nomadi (aveva già scritto «L’alternativa nomade»), si sposta nei luoghi cercando se stesso negli altri; per lui l’«altrove» è lo specchio della sua anima, il mezzo per purificarsi e per elevarsi. Il lettore intuisce le sue opinioni, “vede” il paesaggio patagonico operando più con la fantasia che grazie alle scarse indicazioni del testo, “vive” gli incontri del protagonista come fossero i suoi. «Lo Stretto di Magellano è uno dei tanti esempi di come la natura imita l’arte»: così il narratore in uno dei suoi rari commenti, prima di spiegare la natura misteriosa della Terra del Fuoco, che lo stesso Magellano ebbe timore di visitare. Natura e arte ci mettono di fronte all’ignoto, sta a noi sfidarlo per conoscerlo.

Forse un “libro di viaggi” e la “traveling litterature” non sono altro che questo, un viaggio autobiografico nell’interiorità del protagonista a contatto con la varia umanità incontrata per via, un itinerario multiforme, solo apparentemente collocabile nello spazio e nel tempo, un nomadismo della mente, della conoscenza e della ricerca della felicità.

Di sicuro «In Patagonia» è un libro valido e consigliabile ancora oggi, a quaranta anni di distanza. Con un’unica alternativa: andare davvero in Patagonia…

 

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