populismo, Recensioni

Uso e abuso di un termine discutibile: populismo (Vittorio Panicara).

Fare i conti con i populismi (Debora Serracchiani, 2016), Il destino dei leader del bipopulismo (Massimo Giannini, 2018): ecco solo due esempi di uso disinvolto in contesti diversi di un termine della politica che, come abbiamo visto, è usato in modo spesso equivoco.

Ancora un po’ di teoria: una sintesi.

Certo, il dibattito teorico non aiuta. Rivediamone alcuni punti.

L’esame dei due libri di Jan-Werner Müller e di Marco Revelli ci ha messo di fronte a troppi tratti caratteristici del populismo per permetterne una definizione univoca. Un minimo comune denominatore esiste, ma da solo è troppo generico: è l’antielitismo, inteso come reazione morale in nome del “popolo” (la volontà generale) contro l’establishment. Questa idea astratta di un popolo opposto alle élite può essere riferita a   tante, troppe formazioni politiche, tra di loro molto differenti e quindi non può essere utile.

Quanto alla ricerca identitaria e all’anti-pluralismo, le altre due caratteristiche trovate da Müller, si può dire che riguardino più il populismo al potere di tipo plebiscitario e sovranista (dunque Orbàn in Ungheria, per esempio, con la sua “democrazia illiberale”, ma non Tsipras in Grecia) che il populismo in genere. Altrettanto si potrebbe dire, anche se non sono al potere nel momento in cui scrivo, della Lega in Italia, dell’SVP di Blocher in Svizzera (formazione politica ultra-nazionalista e xenofoba, recentemente elogiata da Bannon a Zurigo) e del lepenismo in Francia, ancora vivo e pericoloso. Ma non sarebbe più pratico parlare in questi casi semplicemente di Nuova Destra?

Oppure si potrebbe ricorrere alla formulazione di Nadia Urbinati, che pone l’accento sulla leadership personale e sulla rivendicazione di rappresentanza come criteri per identificare il populismo, ma  così il principio è ancora più vago e potrebbe andar bene anche stavolta per troppe situazioni diverse.

Ancora un po’ di teoria: il metodo.

Tutte queste analisi sembrano avere all’origine un difetto metodologico. Gli studiosi partono da altre ricerche (condotte alla stessa maniera) e dall’esame empirico delle varie esperienze politiche chiamate genericamente “populismo” dalla vulgata mass-mediatica e dal sentire comune; il  confronto anche con fenomeni politici “normali” porta alla conferma degli stessi tratti caratteristici ipotizzati all’inizio, come in un circolo vizioso, per cui i risultati non possono essere convincenti.

Altro problema, mi pare, è l’indeterminatezza di termini come “élite”, “sistema”, “establishment” e “leader”.

  • Stando alle definizioni correnti, le élite sarebbero le persone più autorevoli, cioè più colte e raffinate, all’interno di un gruppo, comunità o società, ma quali interessi esprimerebbero? Quelli delle classi borghesi più elevate? O sono gli esponenti del puro e semplice politically correct? O gli intellettuali (altro termine di difficile definizione) in genere? A mio parere andrebbe meglio «oligarchia», nell’accezione intesa da Gustavo Zagrebelsky in un’intervista rilasciata recentemente al Fatto Quotidiano («Questo voto è una rivolta contro la politica oligarchica», 9 marzo 2018); nell’articolo l’intervistato propone di abbandonare la parola tra gli scarti del lessico politico (idea da me condivisa).
  • Inoltre, “sistema” e “establishment” possono essere considerati sinonimi? È l’ordine costituito voluto dalla globalizzazione e dal neo-liberismo? In questo caso andrebbe meglio “finanzcapitalismo” (Gallino), oppure solamente “establishment”, nel senso inteso da Varoufakis e Marsili ne «Il terzo spazio, oltre establishment e populismo» (Laterza, 2017). O significano qualcosa d’altro, visto che i partiti di sinistra hanno sempre lottato contro lo sfruttamento capitalistico e non si può dire che i leader populisti siano sempre progressisti (anzi)? Il “sistema” è solo quello delle istituzioni e dei partiti? O include l’assetto economico-sociale?
  • Infine, la stessa parola “leader” (rifiutata dal M5S, come abbiamo visto, ma Grillo in ogni caso è la guida carismatica del movimento) sembra andar bene per capi politici autoritari, alla Putin, ma poi dovrebbe andar altrettanto bene per uomini politici autorevoli, ma rispettosi delle regole democratiche (come Pablo Iglesias, segretario di Podemos), e questo non è teoricamente accettabile. Meglio rinunciare all’uso in senso politico del termine.

Niente più destra e sinistra?

La proposta di “superare” la coppia destra-sinistra, tipica per esempio del M5S, che si definisce “post-ideologico”, sembra poi dover fare i conti con la realtà delle scelte da compiere una volta arrivati al governo (politica economica e fiscale, Stato sociale, lotta alla povertà, migranti, tutela delle minoranze ecc.) e magari è in fondo solo qualunquismo camuffato da modernità (l’anti-politica…).

Il ricorso alla parola «ideologia» potrebbe essere ambiguo (si pensi al celebre «La fine della Storia e dell’ultimo uomo» di  Francis Fukuyama, fautore sic et simpliciter della democrazia liberale) e bisognerebbe limitarne l’uso, ma si dovrebbe tornare comunque a concezioni complessive dei grandi problemi politici della modernità; chiamarle  «ideologie» (in senso non certo negativo) può andar bene, ma ciò è secondario. Parlare di un’era post-ideologica è comunque falso e contraddittorio in sé: è falso perché, se non ci sono visioni del mondo possibili, in mancanza d’altro non resta che accettare il pensiero unico dominante; è contraddittorio, perché è esso stesso un assunto sovraideologico, nel senso inteso dallo storico Gaetano Arfè, difendendo le ragioni della Resistenza e della Costituzione italiana contro il revisionismo storico:

un misto di liberismo acritico, di culto del progresso tecnologico e del “nuovismo”, di disprezzo nei confronti della politica.

«Populismo»: cosa fare nella pratica comunicativa?

Tornando al tema centrale (ma la precedente citazione ne “fotografa” bene molti aspetti), se il populismo fosse solo una forma di linguaggio emozionale e persuasivo (Laclau) e il binomio alto-basso solo una sorta di “sindrome populista” (Revelli), allora direi di accettare il termine, se proprio non se ne può fare a meno, ma solo quando si presentano movimenti e partiti che rispondono ai requisiti già visti e soltanto per un esame approssimativo della realtà politica (un concetto operativo e nient’altro, buono per un talk-show). Se nella polemica politica si parla di populismo con esiti ben poco convincenti, o addirittura risibili (la renziana Serracchiani, dunque in qualche modo populista, che combatte i populismi…; il “bipopulismo” di Giannini, quando tutti i principali partiti italiani sono chi più e chi meno “populisti”), pazienza, ma non dimentichiamo l’inconsistenza scientifica del termine.

Altre volte, però, occorre glissare sull’uso di «populismo» per poter apprezzare un messaggio o un commento, immaginando che significhi qualcosa d’altro da ciò che abbiamo visto. Penso all’articolo di Stefano Feltri «Lega e M5S, una sfida fra i due poli del populismo» (Fatto Quotidiano dell’11 marzo 2018), in cui il giornalista insiste sul concetto di bipolarismo populista per un’analisi comunque accurata del momento politico (ma basterebbe «bipolarismo»), o al suo recente libro «Populismo sovrano» (2018, per la collana Le Vele di Einaudi), che sottolinea giustamente il clima regnante di scetticismo strutturale nei confronti del sistema e delle istituzioni e afferma:

Il populismo è sempre piú “sovrano” non solo perché si alimenta della domanda di sovranità, ma perché ha vinto.

Può anche capitare che si elogi il “populismo” perché si vede in esso una giusta reazione democratica al liberismo e al pensiero unico (Manuel Anselmi); le accuse di populismo servirebbero solo a reprimere il dissenso:

il populismo, più che una malattia della democrazia, deve essere visto come la manifestazione sociale della sovranità popolare in particolari condizioni di crisi del regime politico

(M. Anselmi, Populismo. Teorie e problemi, Mondadori 2017,-recensione di Augusto Illuminati).

Anche stavolta, però, sarebbe bene rinunciare a «populismo» e rimpiazzare in qualche modo il termine. Il concetto rimarrebbe.

Cosa fare nella pratica politica?

Per migliorare la situazione bisognerebbe eliminare le cause della crisi delle democrazie; esse vanno dal disagio materiale, economico e sociale, a quello morale. Ecco in proposito un rapido elenco riportato da due importanti studiosi (Mény e Surel 2000):

la globalizzazione dell’economia e della comunicazione, l’indebolimento degli stati nazionali, la crisi del ruolo di mediazione dei partiti di massa, la crescente influenza del sistema dei media nella vita politica.

Il compito in effetti non sarà facile e, visto che i cosiddetti “populismi” al potere sono quasi tutti di destra, tale compito spetterà alle formazioni politiche di sinistra, alla ricerca già ora di un profondo rinnovamento. E si dovrà tener conto di difficoltà enormi (non ultimo il fanatismo dei seguaci dei movimenti e partiti “populisti”, elettori difficili da persuadere) e della stessa necessità di coinvolgere in qualche modo queste forze, senza isolarle. In generale, la soluzione andrà trovata nella possibilità di rendere infondata la contrapposizione tra alto-basso e destra-sinistra e la maniera questa volta è una sola: far coincidere la sinistra con la difesa dei ceti umili, dei cittadini “deprivati” (cioè del “basso”) e, sul piano internazionale, dei Paesi più deboli, magari con partiti transnazionali, dimenticando le teorie neoliberiste ed evitando di allearsi con le oligarchie dominanti, come invece hanno fatto finora le sedicenti “sinistre”. Ma questo tema meriterebbe una trattazione a parte.

 

Immagine tratta da

http://www.trend-online.com/prp/populismo-cima-preoccupazioni-020217/

 

Fonti on line:

http://www.serracchiani.eu/2016/03/15/fare-i-conti-con-i-populismi/

https://video.repubblica.it/politica/di-maio-salvini-giannini-baciami-ancora-il-destino-dei-leader-del-bipopulismo/300755/301387?ref=search

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/gustavo-zagrebelsky-questo-voto-e-una-rivolta-contro-la-politica-oligarchica/

http://www.ilsocialista.com/bibliografia-gaetano-arfe-scritti-di-storia-e-politica-a-cura-di-giuseppe-aragno-la-citta-del-sole-napoli-2005-b-196.html

http://www.doppiozero.com/materiali/verso-una-definizione-operativa-di-populismo

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/11/lega-e-m5s-una-sfida-fra-i-due-poli-del-populismo/4218134/

http://www.neldeliriononeromaisola.it/2018/04/227330/

http://www.sociologia.unimib.it/DATA/Insegnamenti/3_2242/materiale/democrazia%20e%20populismo.pdf

https://operavivamagazine.org/metamorfosi-del-populismo/

 

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5 pensieri su “Uso e abuso di un termine discutibile: populismo (Vittorio Panicara).”

  1. Populismo… chi era costui?
    Caro Vittorio, credo che il termine populista non identifichi una nuova idea politica da affiancare o sostituire a quelle alle quali eravamo abituati, ma uno strumento di conquista del consenso e di scalata al potere che in altri tempi chiamavamo propaganda.
    Il marketing commerciale ha insegnato molto al marketing politico che ha affinato le tecniche di vendita di un prodotto come di una idea, indifferentemente.
    Nell’attuale mondo globalizzato, caratterizzato da una profonda crisi d’identità collettiva che prima si riconosceva nelle ideologie e nei partiti politici, trovano facile terreno i seminatori di esche che orientano, trascinano il consenso in contenitori pressoché vuoti, ma affollati numericamente.
    La tecnica è facile da applicare, basta semplificare, ridurre la complessità della politica a pochi slogan ma molto diffusi e sentiti, fare appello all’insicurezza economica e personale, promettere l’impossibile, condire il tutto con luoghi comuni e servire il piatto. Il resto andrà da se.
    Le formazioni politiche che si sono formate in giro per il mondo a seguito di questa tecnica populista, sono profondamente diverse fra loro per forma e contenuti politici, ma hanno comunque delle caratteristiche comuni:
    ⁃ la presenza di un leader (carismatico e/o “proprietario”), anziché un partito pluralista;
    ⁃ il pensiero unico (di solito quello del leader o di qualche teorico), né di destra né di sinistra, anziché collegiale e mediato;
    ⁃ la capacità di cavalcare la protesta, qualunque sia, da qualsiasi posizione politica provenga;
    ⁃ la presunzione di parlare in nome del “popolo”, negando a quest’ultima parola la complessità e la diversità che merita (classi, partiti politici, parti sociali);
    ⁃ la limitatezza dell’azione politica, affinché le scelte non coperte dalle promesse elettorali, non facciano perdere pezzi di consensi interni;
    ⁃ l’arroccamento sulle proprie posizioni dure e pure, da difendere contro i diversi (in tutti i sensi) che diventano automaticamente “il nemico”.
    Questa tecnica di costruzione del consenso politico non è tuttavia nuova ed è stata utilizzata variegatamente anche dai partiti che abbiamo conosciuto come tradizionali e ideologici, ma almeno lo scopo di orientamento politico giustificava il mezzo, quando il convincimento ideologico non sembrava sufficiente.
    Tuttavia, mi sento di prevedere che, come negli androidi del film “Blade Runner”, le attuali formazioni politiche, createsi con il solo metodo populista, in conformità a contenuti qualunquisti e nulla più, hanno insito nel loro codice genetico una vita di breve durata o quantomeno un tempo rapido di mutazione; prevedo, infatti, che l’azione politica sarà presto dirimente fra i loro stessi elettori che si accorgeranno di quanto di più ci sia sotto lo slogan e la protesta, che la politica è l’arte del compromesso e si catalizzeranno di nuovo fra destra e sinistra, rossi e neri e magari anche bianchi, gialli, azzurri …
    Sarà comunque necessario, da parte nostra, abituarsi a considerare questo fenomeno delle nuove formazioni politiche con occhi cinici e scevri da antichi preconcetti, pena l’incomprensione dei nuovi fenomeni e conseguenti rischi.
    Un caro saluto
    Gianni

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    1. Grazie, Gianni, per il tuo intervento.
      Sono d’accordo su molti punti, dalla constatazione secondo cui ci troviamo di fronte a un nuovo modo di fare politica all’individuazione di una nuova “tecnica di costruzione del consenso politico”. È vero, ma il problema di far fronte alla crisi della democrazia, al tramonto dei partiti tradizionali e, soprattutto, al deficit di rappresentanza rimane, giacché queste sono le cause dei cosiddetti “populismi”, e non gli effetti. E ribadisco la mia posizione: a livello di analisi teorica “populismo” è termine fuorviante e inutile. Per il resto, rimando ai contenuti di tutti e cinque gli articoli che ho dedicato al problema.
      Cari saluti.
      Vittorio

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