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[RECENSIONE] Il male e l’eroismo ne “La peste” di Camus

9788845247408_0_0_792_75.jpgUno dei temi della Popsugar Reading Challenge di quest’anno consiste nel leggere un libro sulla morte o sul lutto. Così ho optato per La peste, il romanzo di Albert Camus del 1947.

A rendere assolutamente adatto questo titolo al tema proposto dalla gara è prima di tutto la sua trama: la narrazione inizia ad Orano, un città sulla costa Algerina, colpita da un’inesorabile epidemia di peste che decima gran parte della popolazione.  La pestilenza si diffonde prima in sordina e, all’inizio nessuno vuole cedere alla verità del futuro che si prospetta, finché l’epidemia prende il sopravvento e la città viene completamente isolata dal resto del mondo.

Il protagonista della vicenda è il dottor Rieux, uno dei primi a rendersi conto della gravità della situazione. Insieme all’ amico Tarrou si occuperà dell’emergenza sanitaria, organizzando squadre per la cura dei pazienti e ospedali improvvisati lì dove un tempo scorreva tranquilla la vita di tutti i giorni: le scuole o gli stadi. Il dottore però non è soltanto il protagonista, ma anche il narratore della vicenda, anche se questo noi lettori lo scopriremo solo nella seconda metà del romanzo.

La voce narrante è attenta, chiara, introspettiva e riesce a catturare nella sua cristallina tragedia ogni frammento della psicologia umana davanti al dramma.

Questo è quello che consente all’opera di non essere solo un resoconto truce della morte di metà della popolazione, ma un vero affresco di come la natura umana concepisca il male, di come lo affronti creandosi eroi più o meno credibili e di che posto spetti alla religione in uno scenario come questo.

Eroismo, religione e male: questi sono i tre temi cardini del romanzo e sono anche i punti focali di questa mia recensione. L’eroismo dipinto dal narratore è sicuramente particolare e molto lontano dai modelli più classici proposti proposti in precedenza dalla letteratura. L’eroe è colui che continua a fare il proprio dovere, ogni giorno, senza rassegnarsi al male che gli si para davanti. Chiaramente questa teorizzazione dell’eroismo è influenzata dalla vocazione mediana del narratore. Essa può essere tuttavia adattata a qualsiasi tipo di mestiere, così come viene descritto, fin dalle prime pagine del romanzo:

Il dottore aprì la finestra, il brusio della città si acrebbe all’improvviso. Da un’officina poco distante saliva il sibilo breve e ripetuto d’una sega meccanica, Rieux si scosse: là era la certezza, nel lavoro d’ogni giorno. Il resto era appeso a fili e a movimenti insignificanti, non ci si poteva fermare, l’essenziale era fare il proprio mestiere

Quello del dottore può essere descritto come una forma di stoicismo, priva, però dello classico atteggiamento di rassegnazione che caratterizzava questa corrente di pensiero. Basilare per Rieux è infatti il coraggio: egli è ben consapevole che la sua missione è destinata al fallimento. Infatti, non importa quante persone egli riuscirà a salvare, queste ultime incontreranno sempre e comunque la morte un giorno o l’altro. Di fatto si tratta di una partita persa in partenza, ma una partita che questo nuovo prototipo di eroe sente il bisogno di continuare a combattere.

Descrivendo questo nuovo concetto di eroe, la voce narrante scrive di voler dare all’eroismo un posto secondario all’interno della narrazione, proponendo un eroe «insignificante e sbiadito». Tuttavia, questo vale solo agli occhi di chi percepisce l’eroismo come costituito di grandi azioni, così, «alla sfacciata maniera di uno spettacolo». La cronaca de La peste colpisce il lettore suscitando ammirazione per un eroe non convenzionale, ma dotato di un coraggio e una profondità psicologica sorprendente e stimolante.

Il dottor Rieux è un eroe non convenzionale anche nel suo porsi rispetto alla religione: egli infatti sostiene che il concetto di disegno divino non deve fermare dal continuare a fare il proprio dovere; in altre parole, non bisogna rassegnarsi al male. Il male per Rieux è insito nella natura del mondo e non uno strumento della punizione divina, proprio perché egli non crede nell’esistenza di questo tipo di istanza. In ciò la sua figura è in piena opposizione con quella di Paneloux: uomo di religione che offrirà due significative prediche alla popolazione della città appestata. Così, parlando con Tarrou, il dottore sospira:

Ho vissuto troppo negli ospedali per amare l’idea d’un castigo collettivo

e all’osservazione che questo lo contraddistingue dagli altri, egli risponde:

Paneloux è un uomo di studio, non ha veduto morire abbastanza: per questo parla in nome d’una verità.

Ed è su questo tipo di discorso, che intreccia eroismo e religione, che si innesta il discorso sul male. Il male toglie la libertà di fare progetti e di continuare a sperare nel futuro: per questo all’inizio la popolazione non prende sul serio la minaccia della peste. Così scrive l’autore:

I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni.

Per Rieux il male però possiede una componente educativa: come detto prima, egli ha imparato a non credere nel divino proprio attraverso l’esperienza della morte che il suo lavoro lo obbliga a rivivere da vicino. Così la peste possiede la capacità di far maturare le persone, ma anche di farle abituare al male. La popolazione di Orano infatti finirà con l’adattarsi al morbo, tanto che ad un certo punto le grida di coloro che soffrono diventeranno un sottofondo naturale che riempie le strade deserte.

La scena che probabilmente segna uno dei cardini della narrazione è la morte del figlio di un giudice, che il dottore seguirà della comparsa dei primi sintomi fino al momento finale. Si tratta di scene descritte magistralmente nella loro dimensione drammatica. Ve ne lascio un breve assaggio:

 di bambini, ne avevamo ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevamo ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavamo facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, ossia uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.

Così ancora una volta l’eroismo di questo personaggio consisterà nell’alzarsi la mattina dopo questo terribile episodio e riprendere a fare il proprio lavoro.

Da questa mia recensione avrete capito quanto io abbia amato questo romanzo, e non solo il personaggio, che ha preso forma riga dopo riga, descritto profondamente in tutta la sua drammatica ed eroica tridimensionalità, ma anche il messaggio dell’autore. Credo che questo tipo di eroismo sia incredibilmente prezioso per la nostra epoca, che sia qualcosa da imitare. Andare avanti, nonostante tutto, testa bassa e idee chiare. Il dottor Rieux rivaluta la vita terrena in quanto unica a nostra disposizione e come tale si offre come modello di colui che sa sfruttarla fino in fondo, portando avanti un ideale di forza e onestà da ammirare e diffondere.

Vorrei concludere proponendovi uno dei dialoghi più densi del romanzo nel quale è riassunto tutto quanto ho scritto qui.

«Dopo tutto?» disse piano Tarrou.

«Dopo tutto…» ricominciò il dottore […] «è una cosa che un uomo come lei può capire, nevvero, ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse va meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace».

«Sì», approvò Tarrou, «posso capire. Ma le vostre vittorie, ecco, saranno sempre provvisorie».

[…] «Sempre, lo so. Non è una ragione per smettere la lotta».

«No, non è una ragione. Ma immagino allora cosa dev’essere questa peste per lei».

«Sì», disse Rieux, «un’interminabile sconfitta».

[…] «Chi le ha insegnato queste cose, dottore?»

La risposta fu immediata

«La miseria».

 

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8 pensieri su “[RECENSIONE] Il male e l’eroismo ne “La peste” di Camus”

  1. Bellissima recensione. Di Camus avevo letto anni fa Lo straniero, davvero sconcertante per il senso di profonda indifferenza che caratterizza il protagonista, probabile riflesso dell’indifferenza del mondo verso l’individuo. E’ un autore interessante che mi piacerebbe approfondire.

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  2. Ho letto anch’io lo straniero, che mi ha molto impressionato e interrogato per il suo carattere di estraneità . Mi ha anche rattristato pensare agli effetti di una mancanza, un difetto di empatia nell’essere al mondo e nell’essere uomo. Leggerò la peste , con piacere, dopo la recensione precedente. Grazie. Non so perché non l’ho fatto fin’ora

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  3. Cara Maria, credo che il bello dell’essere lettori è proprio quello di avere la prospettiva di leggere sempre nuovi libri e, se davvero vogliamo, col tempo, riusciremo a leggere tutti i titoli della nostra lista😀, quindi vedrai che arriverà anche il tempo per “La Peste”. Comunque sono davvero contenta che la recensione ti abbai invogliata alla lettura di quel che, di fatto, è uno dei miei romanzi preferiti. Questo è davvero un bel complimento per chi scrive recensioni. Grazie! E grazie anche di essere passata dal blog. ❤

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  4. Una bella analisi per un grande romanzo, complimenti. Prima o dopo lo rileggerò.
    La recensione potrebbe caratterizzarsi anche per la presenza di un anti-eroe.
    Mi è venuto in mente un recente neologismo per dare l’idea del comportamento del protagonista: resilienza.

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