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Richard Dawkins: l’uomo che smascherò l’orologiaio cieco

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Immaginate di camminare per strada, magari sotto la pioggia battente, in un’epoca molto lontana dalla nostra. Ad un certo punto il vostro piede si ferma e vi ritrovate davanti un orologio, magari un elegante orologio da tasca, che emette la dolce melodia del suo ritmico ticchettio. Come è possibile, davanti ad un oggetto di così alta ingegneria non credere che da qualche parte esista un orologiaio che abbia creato quella macchina perfetta? Il design così complesso del creato è la prova del creatore. Queste sono, lo ammetto, un po’ romanzate, le parole con cui un vescovo del diciottesimo secolo, William Paley, ribadiva la validità  della tesi creazionista: basta guardare alla complessità  e alla perfezione del creato per rendersi conto della presenza del creatore divino.   

Fin quando non arrivò Richard Dawkins, biologo e convinto materialista, a dire che, sì, possiamo anche parlare di un orologio, ma di un “orologiaio cieco”. Ecco da dove nasce il titolo di questo avvincente libro, che non è solo un saggio scientifico, ma prima di tutto una forte richiesta di laicità  e di libertà  da tutte le assurde superstizioni che nel mondo scientifico non avrebbero nessun diritto di cittadinanza. Eppure, più volte, Dawkins parla di un gruppo di “scienziati”, quelli creazionisti, pronti ad acclamare qualsiasi studioso che metta in dubbio le tesi di Darwin, come se fosse il loro più¹ fervente portabandiera.

Ma chi è allora questo orologiaio cieco? È l’evoluzione, così come intesa dal neo darwinismo: cieca perché ciechi e senza scopo sono gli errori di copiatura che portano alla mutazione. Ma vuol questo forse dire che in natura è tutto caotico? No, Dawkins è il primo a rendere chiara la questione sulla casualità dell’evoluzione. Infatti, una volta che la variazione entra in una specie, solo l’ambiente potrà dare a quella mutazione un significato evolutivo. Perché se lo stesso errore di mutazione può avvenire in ambienti diversi, in uno solo di questi sarà vantaggioso; e il vantaggio farà  vivere un individuo più al lungo, dandogli più possibilità  di procreare e trasmettere la stessa mutazione alla sua generazione.

Il libro di Dawkins è da leggere non tanto per i suoi dettagli, che magari ai neofiti della materia possono sembrare superflui, ma per il messaggio che vuole veicolare, per conoscere uno scienziato che scrive non solo per la fama, ma per passione. La scrittura di questo biologo è snella, anche nella sua lingua originale: è un tripudio di ricordi personali, ironie, ma soprattutto professionalità . Attraverso questi ingredienti, la voce del narratore illumina il lettore su affascinanti aspetti dell’evoluzione di un organo così complesso come quello oculare; sul formidabile sistema che consente ad un pipistrello di orientarsi attraverso l’ecolocazione; sulle balene; sugli squali; sulle formiche e molto altro ancora.

Dawkins non è certo un biologo con i peli sulla lingua, e forse doveva essere così. Basti pensare al suo attacco a quella che in gergo viene chiamata saltation theory, che, in breve, sarebbe l’idea che il processo evolutivo non proceda gradualmente, ma per “salti”:

I macroevoluzionisti (o saltazionisti) ritengono che le macromutazioni siano un mezzo in virtù del quale grandi salti nell’evoluzione potrebbero aver luogo nell’arco di una singola generazione

Dawkins ci tiene a rigettare questa ipotesi, per sottolineare l’importanza della gradualità  e della lentezza del processo evolutivo. Si tratta comunque di un dibattito aperto soprattutto nell’ambito della ricerca dell’evoluzione del linguaggio, all’interno del quale una voce autorevole, come quella di Chomsky, si schiera proprio a favore della teoria della saltazione, tanto invisa a Dawkins.

L’orologiaio cieco è un libro che consiglio davvero di leggere, perché accessibile anche a chi non è della materia; perché insegna a guardare alle cose senza pregiudizio; e poi, e forse soprattutto, perché è un bel libro!

Dawkins, non manca di occuparsi anche di problemi del nostro tempo, come i diritti civili e le sperimentazioni sugli animali. Proprio verso la fine del libro, l’autore sottolinea come il nostro sistema di valori, al di sotto del quale si erge l’idea cristiana che tutto il creato nasca in funzione del uomo, sia altamente specie-specifico. Non è un gioco di parola, è lo stesso Dawkins a scrivere:

Il direttore di uno zoo è legalmente autorizzato a «sopprimere» uno scimpanzé in eccesso rispetto al fabbisogno dello zoo, mentre se qualcuno suggerisse che egli ha la medesima autorizzazione a sopprimere un inserviente o un bigliettaio in eccesso provocherebbe urla di incredula indignazione. Lo scimpanzé è di proprietà dello zoo. Gli esseri umani non sono considerati proprietà di nessuno; eppure la ragione per questa discriminazione fra uomo e scimpanzé viene di rado enunciata esplicitamente, e io ho dei dubbi che in effetti esista una ragione sostenibile.

Ed è pur vero che molto, troppo spesso ci arroghiamo il diritto di torturare cugini e procugini, solo perché siamo più forti, per una crema per il corpo, per uno smalto o… per divertimento. Al contrario, nessun animale uccide per noia, per odio, ma solo per sopravvivere.

E rispetto alla nostra cultura e ai nostri valori morali, l’autore continua:

È così forte il pregiudizio a favore della nostra specie, ispirato dai nostri atteggiamenti cristiani, che l’aborto di un singolo zigote umano (la maggior parte di questi sono comunque destinati all’aborto spontaneo) può suscitare più preoccupazioni morali e più giusta indignazione della vivisezione di un numero qualsiasi di intelligenti scimpanzé adulti!

E qui Dawkins ha tutta la comprensione, l’accettazione, ma soprattutto l’ammirazione di chi sta scrivendo. Perché, ricordiamocelo, gli animali sentono, pensano, soffrono e vivono! Non sono oggetti, non sono giochi, ma soprattutto non sono più animali di quanto lo siamo noi!

Concluderei con le parole dello stesso Dawkins, che nelle ultime pagine si prodiga contro l’irruenza di pettegolezzi e dicerie nell’infiltrarsi nel mondo della scienza: uno dei momenti più belli del libro:

Nel mondo ci sono persone che hanno un desiderio disperato di non dover credere nel darwinismo. Esse sembrano rientrare in tre classi principali.

Prima di tutto vengono coloro che, per ragioni religiose, desiderano che l’evoluzione stessa non sia vera.

Al secondo posto vengono coloro che non hanno alcuna ragione per negare che l’evoluzione ci sia stata ma che, spesso per ragioni politiche o ideologiche, trovano sgradevole la teoria darwiniana del suo meccanismo. Alcuni di questi considerano l’idea della selezione naturale inaccettabilmente aspra e spietata; altri confondono la selezione naturale con la casualità, e quindi con l’«assenza di significato», cosa che offende la loro dignità; altri ancora confondono il darwinismo col darwinismo sociale, che ha connotazioni razziste e altri risvolti sgradevoli.

In terzo luogo, ci sono persone – molte delle quali lavorano nei mass media – alle quali piace follemente veder mandare all’aria la baracca, forse perché giornalisticamente questi sono fatti che fanno una certa impressione; e il darwinismo è abbastanza affermato e rispettabile per indurre la tentazione di mandarlo all’aria

Questo libro è un inno alla razionalità, ma anche alla capacità di stupirsi davanti ai meccanismi della natura. Leggetelo, per vivere per un po’ nella testa di un grande scienziato, ma soprattutto di una persona onesta, spietatamente realista e incredibilmente appassionata!

P.S. Qui potete trovare l’edizione tradotta in italiano, da scaricare (completamente gratuita)

 

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1 pensiero su “Richard Dawkins: l’uomo che smascherò l’orologiaio cieco”

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